Frank Zappa

Come sopra così sotto

Se scrivere di musica è come ballare di architettura – una delle molte frasi fulminanti che gli sono attribuite – allora avvicinarsi a Frank Zappa con le parole può essere un’impresa anche molto più ardua. Catturarlo nelle poche righe di un articolo? Auguri! L'impresa è votata al fallimento prima ancora di cominciare, tali e tante sono le cose che si potrebbero affrontare. Velleitario cercare di inquadrarlo una volta per tutte. Se c’è qualcuno, nell’ambito della musica che genericamente-in-qualche-modo-ha-a-che-fare-col-rock, che se ne è stato lontano dagli stereotipi, dalle etichettature, dalle definizioni semplici, nette e assolute, è proprio lui, il musicista coi baffi.

Oltre ai baffi, fra le cose insindacabili che si possono indicare riguardo a Frank Zappa c’è che dicembre è il suo mese. Il 21 dicembre del 1940 nasce a Baltimora, nel Maryland, Stati Uniti d’America, e il 4 sempre di dicembre ma del 1993 muore a Los Angeles in California, portato via da un tumore alla prostata. La malattia però non gli ha impedito di continuare a lavorare, di allungare fino all’ultimo istante quella sterminata serie di composizioni, partiture, esecuzioni e di album che costituisce una buona parte della sua eredità. Quanti sono? La risposta è tanti, un sacco.  L’Enciclopedia Britannica, non certo un esempio di pressapochismo, ne conta una sessantina. Anche a fronte dello sterminato archivio di Zappa, dal quale continua a emergere materiale per pubblicazioni postume, attorno al centinaio è invece la risposta che darebbero molti suoi fan. Fan che più correttamente sono “sacerdoti del culto zappiano”, perché chi è rimasto folgorato dalla sua opera, non segue le tracce del Maestro con leggerezza, bensì attraverso il certosino lavoro di una vita, fatto di fede, amore e anni di studio.

Zappa sembra essere mille cose insieme, multiforme proprio come la sua discografia: una comunione di antitesi in continuo mutamento. Nel medesimo istante si vola altissimi e si grufola nella spazzatura, nell’accostamento disorientante di elementi che nell’immaginario comune sono distanti fra loro. Ma lui, che di comune aveva ben poco, non ci ha mai fatto molto caso.

Compositore d’avanguardia, musicista rock, non necessariamente in quest’ordine. Autore di testi irreverenti e di commenti al vetriolo memorabili. Nella sua musica entrano le suggestioni dell’Edgar Varése di Ionization così come del rhythm’n’blues di Johnny Guitar Watson, Guitar Slim o Clarence Gatemouth Brown. Le citazioni dello Stravinsky della Sagra della primavera possono prendere la forma di un irridente pezzo doo-wop mentre le partiture scritte, così maniacali e cerebrali da far tremare i polsi ai più blasonati e dotati strumentisti, convivono senza problemi con testi scatologici e triviali, zeppi di pesanti riferimenti al sesso, traboccanti insofferenza per morali di facciata e ipocrisia, frecce scagliate con precisione contro “il Sistema” così come contro la “controcultura”.

Nato percussionista – e il ritmo lo accompagnerà sempre – divenuto un osannato chitarrista – uno che, per dire, con Hendrix condivide il fiuto per le potenzialità del wah-wah che forse anzi è stato proprio lui il primo a esplorare – appassionato di computer-music e sperimentatore al synclavier, compositore che ha “imparato facendo” e passando tanto tempo in biblioteca (parole sue) come scrivere la musica... Centomila, nessuno e uno: Zappa. Stakanovista infaticabile, dittatoriale con i suoi musicisti e allo stesso tempo incredibilmente generoso. Contemporaneamente tutto e il contrario di tutto.

Fra Freak Out! e The Yellow Shark con cui si apre e si chiude la produzione pubblicata dallo Zappa vivente, c’è un magma ribollente che prende milioni di forme con la costante proprio della contaminazione continua. L’esordio è già avanti sui suoi tempi. Fra i primi doppi album del rock vede la luce nel 1966, un anno prima di Sgt. Pepper’s dei Beatles di cui è una delle influenze riconosciute. Già mette insieme rock, blues, free jazz, doo-woop, le cosiddette “stupid songs” e le sperimentazioni che guardano alla musica detta colta. All’altro estremo temporale, The Yellow Shark (1993), eseguito dal tedesco Ensemble Modern specializzato in avanguardia contemporanea, racchiude tutto il percorso di trent’anni di carriera, brani di precedenti storici lavori dettagliatamente rielaborati e pezzi composti appositamente. Estremamente complesso, forgiato con il caratteristico rigore millimetrico di Zappa, un titanico tour de force che poi magari si condensa in pezzi candidamente intitolati Questi cazzi di piccione: perennemente serissimo e assolutamente poco serio nello stesso istante.

Con la sua prima e storica band, The Mothers of Inventions o con altri compagni di strada come Captain Beefheart, con orchestre e formazioni diverse, con la pletora di musicisti che nel tempo lo hanno accompagnato – dal polistrumentista Ian Underwood, a George Duke, a un giovanissimo Steve Vai, destinato a diventare un cyborg della chitarra elettrica, che ancora ricorda con divertito terrore la sua audizione – Frank Zappa ha viaggiato in lungo e in largo. I tour lo hanno portato dappertutto, nelle più blasonate sale da concerto del pianeta fino a posti remoti come il palazzetto di Mezzovico nel 1976. Gli aneddoti e gli accadimenti entrati nella storia non si contano, a cominciare dal concerto al casinò di Montreux del 1971, quello immortalato da Smoke on the Water dei Deep Purple, in cui fra il pubblico “un idiota con una pistola lanciarazzi, ridusse il posto in cenere”. Ma il viaggio non ha attraversato tanto confini geografici, quanto quelli della musica tutta.

Cambiano gli accenti magari, certi ingredienti emergono più in un lavoro e meno in un altro e viceversa, ma ogni cellula dell’infinito organismo della discografia zappiana, può dare origine ad analisi altrettanto smisurate se si prova ad entrare nel dettaglio. Critici ed esegeti ci sono andati a nozze. Se Lumpy Gravy ad esempio “flirta per la prima volta con la musica contemporanea”, Uncle Meat ha un sapore più jazz e Hot Rats ha un taglio più fusion e meno schizzato. Il monumentale, cupo e orwelliano Joe’s Garage ha riverberi hard e prog rock, Sheik Yerbouti mette in primo piano il dirompente elemento satirico di Zappa, 200 Motels è la stralunata colonna sonora del film omonimo… Tutto si fonde e si confonde e a rimanere come costante è proprio questa tensione alla sovrapposizione di livelli, un volo postmoderno fra art rock e mille sonorità fino alla musica classica, lontano da ogni cliché. Primo fra tutti quello del musicista rock drogato, visto che le droghe erano assolutamente bandite da ogni band di Zappa. Tutto quello che ha fatto, per quanto possa suonare fuori di testa, l’ha fatto completamente da lucido.

Libero pensatore e libero musicista sempre. Per questa libertà Frank Zappa ha combattuto le sue battaglie, anche in prima linea. Storica quella contro la censura operata dal famigerato PMRC (Parents Music Resource Center) negli anni Ottanta, l’associazione guidata da Tipper Gore, moglie del futuro 45. vicepresidente americano Al Gore, che si era arrogata il diritto di valutare il profilo morale delle opere discografiche.  L’audizione di Zappa al Senato degli Stati Uniti, insieme a improbabili compagni come il cantautore John Denver e il rocker Dee Snider dei Twisted Sister, fu un evento mediatico. “Ci si propone di eliminare la forfora tramite la decapitazione”, fu uno dei commenti di Zappa nel suo appello al primo emendamento della Costituzione americana.

Dire quello che si pensa anche in forme poco gradite, anche con un linguaggio che può far rabbrividire i moralisti o supposti tali. Un diritto, proprio come accostare la musica “colta” con quella che colta non viene definita in una dicotomia che a Frank Zappa non è mai andata giù così come la superficiale separazione tra arte e intrattenimento. Non un’impresa facile, non un’impresa semplice. Ma non un’impresa impossibile. “Per Frank Zappa verrà il tempo in cui gli verrà riconosciuto il giusto merito, ossia di essere uno dei più grandi compositori del 900”. Non lo ha affermato un entusiasta fan del rock (anche se non ci sarebbe stato nulla di male), ma un illuminato collega che le musiche di Zappa (The Perfect Stranger) le ha anche dirette e registrate: Pierre Boulez, fra più sofisticati esponenti della musica contemporanea. Una profezia che nel tempo si sta dimostrando sempre più accettata.

Fabrizio Coli
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