Autoritratto, 1940
Autoritratto, 1940 (© Diego Rivera Frida Kahlo Museums)

Frida al di là di Frida

L'essenza dell'arte nel percorso dell'indomita artista messicana

Capita spesso di parlare della inestricabile fusione tra vicenda umana e creativa quando ci si riferisce a determinati artisti. Quello tra arte e vita può sembrare un binomio abusato e banale, ma in certi casi non lo è affatto. Per Frida Kahlo (Coyoacán, Città del Messico, 1907-1954) l'arte era davvero qualcosa di “vitale”, accompagnando e dando senso e forma a ogni fase e accadimento della sua esistenza (“sono felice di essere viva, purché io possa continuare a dipingere”).

Passioni, valori, incontri, impressioni, esperienze traumatiche e non: tutto confluisce nelle sue opere. Opere che, purtroppo, malgrado la loro indiscutibile qualità, sono sovente passate in secondo piano rispetto alla tormentata biografia di Frida Kahlo, penalizzate in parte dalla morbosa attenzione verso le sue vicissitudini esistenziali.

“La leggenda che si è creata attorno alla vita di Frida Kahlo è spesso servita solo ad offuscare l’effettiva conoscenza della sua poetica”, spiega il curatore Diego Sileo nel corposo catalogo uscito in occasione della mostra Frida Kahlo. Oltre il mito, che si è svolta al Mudec - Museo delle Culture di Milano nel 2018. “Nel migliore dei casi la sua pittura è stata interpretata come un semplice riflesso delle sue vicissitudini personali o, nell’ambito di una sorta di psicoanalisi amatoriale, come un sintomo dei suoi conflitti e disequilibri interni. L’opera si è vista quindi radicalmente rimpiazzata dalla vita e l’artista irrimediabilmente ingoiata dal mito”.

Bisogna dunque spingersi oltre la leggenda, oltre la Frida-mania che negli anni dal Messico si è a poco a poco propagata in tutto il mondo, oltre l'eccessiva mercificazione della sua immagine, per ritrovare la genuinità di un'artista che di certo merita un approccio meno superficiale e per rendere giustizia al suo straordinario talento.

Il muralista messicano Diego Rivera, a cui l'artista fu legata in modo turbolento e ineludibile dalla gioventù fino alla morte, la definì come “l'unica donna che ha espresso nella sua arte i sentimenti, le funzioni, il potere creativo delle donne”. Frida Kahlo, infatti, ha sempre esibito e ritratto la sua femminilità con orgoglio, libertà e coraggio. Il desiderio di maternità i ripetuti aborti, l'idea di una bellezza lontana dai cliché e di un'identità mutevole che rifugge le convenzioni borghesi misogine e patriarcali ricorrono con frequenza nei suoi autoritratti.

Trattandosi del genere più congeniale all'artista (“sono io la mia musa”, “sono il soggetto che conosco meglio” affermava con tono ironico), gli autoritratti rappresentano una fetta cospicua della sua opera.. Nelle numerose raffigurazioni di se stessa, col volto imperturbabile, talvolta solcato da lacrime, il capo cinto da trecce ornate di nastri e fiori, spesso e volentieri con indosso gli abiti tradizionali da Tehuana come le donne di Tehuantepec, si intrecciano l'attaccamento alla sua terra natale e alla Madre Terra, l'arte popolare indigena e la cultura precolombiana, il Messico post-rivoluzionario, la profonda conoscenza delle avanguardie artistiche di inizio Novecento, le molteplici sfumature del dolore e della sofferenza, fisica psicologica e spirituale. Tutto questo è trasposto sulla tela attraverso una pittura minuziosa e solo apparentemente impulsiva, con una incredibile dovizia di dettagli, simboli e riferimenti. Quello che ci restituiscono gli autoritratti, ma anche i ritratti dedicati ad amici, familiari e conoscenti, le nature morte (che si potrebbero definire “vive” per quanta vita emanano) e i disegni è la figura di un'artista colta e piena di interessi, veemente e lucida, capace di reinventarsi costantemente, insofferente alle etichette tanto quanto lo era al busto che era costretta a portare in seguito all'incidente stradale che a 18 anni le sconvolse la vita.

“Una bomba avvolta da un nastro di seta”, così il surrealista Andrè Breton definiva l'arte di Frida Kahlo. Evocativi e struggenti, feroci e naif, lavori come La mia nutrice e io (1937), dove una Frida dal corpo infantile e dalla testa adulta beve il latte dal seno di una inquietante balia mascherata, o l'angoscioso Ospedale Henry Ford (1932), realizzato in seguito al suo secondo aborto, o ancora L'abbraccio d'amore dell'universo, la Terra (Messico), io, Diego e il signor Xóloti (1949), dove predomina l'influsso dell'antica mitologia messicana, testimoniano la peculiare forza immaginifica di Frida Kahlo, la capacità di armonizzare elementi e suggestioni diversissimi senza soluzione di continuità, il suo credere nella dualità e nella convergenza degli opposti. Come ben sottolinea Francesca Alfano Miglietti: “le opere di Frida Kahlo corrono sempre sul filo del rischio, sceglie il diverso, raccoglie la bellezza dell'estraneità creando un sofisticato equilibrio di meraviglia, bellezza e incredulità, […] le sue opere infrangono i tabù dell'indicibilità”.

Frida vive oggi non solo nei suoi quadri ma anche nelle numerose fotografie d'epoca, alcune scattate dalla stessa Kahlo, molte dal padre Guillermo, che la rese avvezza all'obiettivo fin dalla sua tenera età, altre ancora delle tante persone, amici e amanti, con cui Frida Kahlo intessè relazioni: Tina Modotti, Lucienne Bloch, Imogen Cunningham, Dora Maar, Edward Weston, Leo Matiz, Nickolas Muray (splendido il ritratto sulla panca, che finì anche sulla copertina dell'edizione francese di Vogue). E vive anche nel suo fitto carteggio carteggio dal prezioso valore emozionale: lettere su lettere che la Kahlo era solita scrivere in ogni frangente, in ospedale, in viaggio o al sicuro nella sua amata dimora. Una fitta corrispondenza da cui traspaiono una volta di più la tenacia, l'ironia, la spontaneità, la resilienza, l'impeto rivoluzionario di questa gran ocultadora, come lei stessa amava definirsi, donna combattiva e fragilissima allo stesso tempo, che persino poco prima di morire ribadì il suo amore per la vita scrivendo a caratteri rosso sangue su una fetta di anguria nella sua ultima natura morta il suo irriducibile motto: “Viva la vida”.

Francesca Cogoni
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