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Giorgio Orelli

Folgorando la realtà

La poesia di Giorgio Orelli (Airolo, 25 maggio 1921- Bellinzona, 10 novembre 2013), apparentata al filone post-ermetico e a quello della Linea lombarda, è ricca di grazia musicale. Ritenuto uno dei maggiori poeti del Novecento, e definito da Gianfranco Contini un toscano nato in Ticino, Giorgio Orelli ha pubblicato importanti raccolte di versi: Né bianco né viola (1944), Poesie (1953), L’ora del tempo (1962), Sinopie (1977), Spiracoli (1989) e Il collo dell’anitra (2001).

Intervista (di Lorenzo De Carli) - 1994
Intervista (di Lorenzo De Carli) - 1994

Giorgio Orelli è autore anche di un libro di racconti uscito sotto il titolo Un giorno della vita (1961). La sua vasta produzione critica è apparsa sia su riviste («Paragone», «Strumenti critici», «Moderna» ecc.) sia in volumi: Accertamenti verbali (1978); Quel ramo del lago di Como. Lettura manzoniana, (1982 e 1990); Accertamenti montaliani (1984); Il suono dei sospiri. Sul Petrarca volgare (1990); Foscolo e la danzatrice. Un episodio delle «Grazie» (1992). A questo doppio filone, di poeta e di critico letterario, si aggiunge una terza via, quella della traduzione, di cui rende testimonianza il lavoro sottile intrapreso sull’opera poetica di Goethe.

Sul concetto di frontiera - 2003
Sul concetto di frontiera - 2003

Contadino istruito, come amava definirsi lui stesso, Giorgio Orelli ha puntato l’obiettivo della sua poesia sulle tracce misteriose (le Sinopie e gli Spiracoli dei suoi titoli) che la vita predispone. Tracce teriomorfe, infantili o semplicemente quotidiane in cui sembra balenare il senso di una rivelazione. Martore e bambini, la quotidianità alpestre e cittadina (Bellinzona) impregnano la poesia di Orelli di un alone araldico. In essa le piccole occasioni quotidiane si trasformano in rivelazioni, il particolare accenna all’universale, il familiare all’incognito, il finito all’infinito.

Poesia e territorio (di Mattia Cavadini) - 1999
Poesia e territorio (di Mattia Cavadini) - 1999

La sensazione, è quella di essere su un’altalena che scende a pescare nella quotidianità per poi incielarsi in un arco stupendo. Se da un lato infatti il materiale su cui il poeta, col muso aguzzo in giù sul pino, punta i suoi riflettori è un materiale semplice, aneddotico e quotidiano (fortemente radicato ai luoghi, alle cose e agli affetti), dall’altro esso si supera e trascende. Una sensazione, questa, di discesa e ascesa vertiginosa cui concorre il lavoro strenuo sul ritmo. Il metro, le allusioni fonosimboliche, le fitta ipertestualità sonora (fondata su un’attenta auscultazione di Dante, Petrarca e Leopardi) concorrono infatti a dare la sensazione di una realtà insieme immanente e trascendente, bassa e alta, personale e universale. Una realtà sempre folgorata nella parola esatta.

 

Mattia Cavadini
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