Giovanni Orelli

Lo scoiattolo che amava saltare da un ramo all'altro

di Mattia Cavadini

Le mani e gli occhi parlavano di due mondi diversi, eppure uniti, compenetrati, innervati l’uno all’altro. Le mani erano nodose, con le dita leggermente arcuate di chi era avvezzo a raccogliere fieno, serrare rastrelli, spalare neve ad oltranza. Mani contadine.

Gli 80 anni di Giovanni Orelli

Gli 80 anni di Giovanni Orelli

A cura di Michele Fazioli (Archivi RSI, 2008)

Gli occhi, invece, erano vispi, scintillanti, arguti, di chi sapeva vedere connessioni inusitate, costruire castelli argomentativi, leggere tra le righe; di chi, insomma, interpretava il mondo (e i libri) come un sistema di sistemi, in cui ogni singolo sistema condizionava gli altri e ne era condizionato. Occhi da intellettuale, da scrittore, da persona che amava sviscerare l’inestricabile complessità dell’universo, ravvisando la presenza simultanea di elementi eterogenei.

Intervista a Giovanni Orelli

Intervista a Giovanni Orelli

A cura di Michele Fazioli (Archivi RSI, 2003)

I suoi saggi e i suoi romanzi offrono un esempio costante e reiterato dell’attenzione ch'egli rivolgeva alla complessità del mondo. In essi ogni minimo oggetto è visto come il centro di una rete di relazioni che lo scrittore non sa trattenersi dal seguire, moltiplicando le allusioni, le divagazioni, le citazioni, le suggestioni (esempio supremo di questo gioco combinatorio è il romanzo Il sogno di Walacek, vera e propria giostra ludico-associativa).

In occasione dei 70 anni

In occasione dei 70 anni

A cura di Fabio Dozio (Archivi RSI, 1998)

L'enciclopedismo di Orelli (da intendersi non nell’accezione di morta erudizione, ma di curiosità e di vivacità intellettuale) non si limitava solo agli aspetti contenutistici, ma era rivolto anche a quelli formali. Egli ha infatti sperimentato in prima persona ed in modo inesausto gli stili e i generi più disparati: dalla narrativa alla poesia, dal tragico al comico, dalla lingua al dialetto. Per non parlare poi delle sua voracità di studioso e di lettore, interessato di stilistica, semiotica, filologia, poesia, grammatica, filosofia, etnologia e politica.

Ritratto di Giovanni Orelli

Ritratto di Giovanni Orelli

Di Villi Hermann (Archivi RSI, 1998)

Contadino e letterato, Giovanni Orelli ha tenuto insieme per tutta la sua esistenza due mondi, senza mai rinnegarli, anzi fecondandoli a vicenda. E questo sin dal suo primo romanzo, quello che gli valse la fama e la notorietà.  L’anno della valanga (pubblicato nella collana Mondadori per volontà di Vittorio Sereni) descrive infatti l’evento tragico della valanga che nel 1951 si scagliò su Airolo e Bedretto (luogo di origine dello scrittore) costringendo gli abitanti ad abbandonare la valle e inducendoli a confluire “nella società degli umani”. L’intero libro è costruito su questi due poli, senza nostalgia ma al contempo senza predilezione. Il polo semplice, pratico, fattuale del mondo contadino, e quello vivace, straniante e arricchente della città. Una duplicità necessaria, e ugualmente formativa, che si ritrova anche negli altri libri di Orelli, in particolare in La festa del ringraziamento e Il gioco del Monopoly (in cui emerge con forza anche un’altra importante dimensione che connota la pluralità di Orelli: la sua vena civile ed ironica).

Negli ultimi anni Orelli si è volto con ostinazione alla poesia. Una poesia in cui l’oralità appresa da bambino (nella società arcaica e contadina della Valle Bedretto) si mischia alle citazioni e agli intertesti dell’uomo istruito, dando origine a delle poesie che si collocano a metà strada fra la filastrocca e l’epigramma (Concertino per rane, Né timo né maggiorana, L'albero di Lutero).  A questa miscidanza culturale si è aggiunto col tempo il tributo all’infanzia, in omaggio e in ossequio alla creatività e all’inventiva del linguaggio dei nipoti (Quartine per Francesco e Un eterno imperfetto).

L'anno della valanga

L'anno della valanga

Archivi RSI, 1972

Orelli è stato uno scoiattolo della penna (sperimentando più stili e affrontando una molteplicità di contenuti) ma è stato anche, e soprattutto, uno scoiattolo della vita. Seppur saltando costantemente da un ramo all'altro, non ha mai scordato la strada di casa. E così ha saputo far dialogare in modo unico ed irripetibile l’istruzione avuta da bambino (in una casa in cui non c’erano libri e si assisteva alla nascita dei vitelli come ad un tacito e misterioso evento formativo) con quella appresa sui libri e con quella ricevuta da moglie, figli e nipoti e più in generale dalle relazioni affettive. Perché, in fondo, Orelli non ha concepito solo la scrittura come un’enciclopedia, ma la stessa vita come una combinatoria di esperienze, di relazioni e di affetti.

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