Guido Ceronetti

Il ricordo di un essere bislacco e iconico

di Mattia Cavadini

Basco in testa e borsa a tracolla. E, in alcune fasi della sua vita, l'organetto, che suonava piegato in due, testa e piedi a congiugersi nel pellegrinaggio della vita.

Guido Ceronetti (morto il 13 settembre 2018 nella sua casa di Cetona, nel senese) ha attraversato il secolo del vento e delle contraddizioni, incarnandolo nelle sue mille maschere. Umorista leggero da un lato e severo censore dall’altro, poeta breve e luminoso d'un canto e nero, feroce fustigatore dall’altro.

Incontro con Guido Ceronetti

Incontro con Guido Ceronetti

A cura di Michele Fazioli (Archivi RSI, 2005)

Bislacco, tanto da apparire iconico, l'immagine che Ceronetti ci ha lasciato ricorda quella del fool shakespeariano, dedito a scardinare i luoghi comuni. Un'attività, quella di antagonista rispetto alla società (capace di portare uno sguardo straniato e rovesciato sul mondo), cui Ceronetti si è dedicato con grande passione, mischiando il sacro e il profano, la teologia e il messianesimo, la filosofia e l'alimentazione, la compassione e la ferocia.

Desideroso di scomparire, di tenersi ai margini della folla, ed al contempo smanioso di apparire, con motti folgoranti, fulminei, caustici, Ceronetti ha lasciato tracce indelebili nel dibattito culturale tra Novecento e Duemila. Allegro catastrofista, ci ha consegnato un’opera versatile e multiforme.

Traduttore, narratore, marionettista, cabarettista, regista, poeta, saggista, illustratore, artista di strada, fotografo, filosofo, compilatore di taccuini, umorista, suonatore ambulante: Ceronetti è stato un prestidigitatore di maschere e parole.

Della sua vastissima opera resteranno sicuramente i versi fulminei e ieratici, le sue traduzioni di Marziale, Catullo, Giovenale, Kavafis, Gayuk e quelle bibliche (i Salmi, Qohélet, Giobbe, il Cantico dei Cantici, Isaia), i disegni, le parti teatrali e il suo carteggio teologico e abissale con Sergio Quinzio. E si ricorderà il suo Teatro dei Sensibili, fatto di marionette, con la sua presenza sciamanica, fuori scena, struggente (sull'esempio dell'amatissimo maestro, Antonin Artaud). Ma forse, più di ogni altra cosa, resteranno i suoi aforismi, sfolgoranti e misterici, come questo, indimenticabile:

Oppure questo distico, dal suo ultimo libro, intitolato Messia (Adelphi, 2017), tutto proiettato ad afferrare l'Uno, quella realtà increata che incessantemente ci attraversa, e che colma, ma che non ci appartiene, a Dio appartenendo:

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