Hölderlin, il Tutto e il Nulla

Goethe non lo amava (ma noi sì)

Si è soliti dire che i grandi scrittori sono i peggiori giudici delle proprie opere. Ma talora, per bassi interessi di bottega, lo sono anche delle opere altrui. L’esempio più evidente è rappresentato da Johann Wolfgang Goethe, maestro indiscusso delle lettere tedesche, poeta olimpico e apparentemente distaccato dalle umane miserie, eppure profondamente ingiusto nei confronti dei colleghi più giovani che non la pensavano come lui.

Come dimenticare il caso di Jean Paul, scrittore grandissimo ma anche molto lontano per stile e sensibilità da Goethe, che quindi lo considerava «un incubo personificato del nostro tempo» e diceva di essere invaso dal disgusto ogni volta che prendeva in mano un suo libro? Oppure il povero e sventurato Heinrich von Kleist, genio incommensurabile, del quale il ben poco olimpico Goethe, nelle vesti di direttore del Teatro di corte a Weimar, arrivò a mettere in scena la commedia “La brocca rotta” in un allestimento volutamente catastrofico, al solo e unico scopo che il giovane e nascente astro poetico tramontasse il più presto possibile. Cosa che accadde puntualmente.

Ma è ancora più grave, anzi gravissimo, il caso di Friedrich Hölderlin. Il compianto Italo Alighiero Chiusano, germanista insigne e raffinato studioso di Goethe, ha giustamente osservato al proposito: «Il vero scandalo consiste nell’aver lasciato cadere Hölderlin. Che Goethe rifiutasse Jean Paul si può anche capire, ma Hölderlin, lirico di inaudita purezza, avrebbe dovuto sentirlo come un proprio fratello». Anche perché, come ha osservato Luigi Reitani, curatore del Meridiano Mondadori che ne raccoglie tutte le liriche, nessun altro poeta dell’età moderna ha espresso «nella sua stessa misura la tensione verso un linguaggio lirico assoluto, capace di nominare nella fragilità della parola il tutto della creazione».

E invece Goethe se ne tenne prudentemente alla larga. Oppure, come avvenne nel fatale incontro a Francoforte, nel 1797, lo trattò con stanca e annoiata benevolenza, dicendogli in sostanza che per diventare un autentico poeta avrebbe avuto ancora molta strada da percorrere. Non era vero, ovviamente: il ventisettenne Hölderlin, che aveva cominciato a scrivere poesie a quattordici anni, era già un poeta eccelso, destinato a diventare il più grande lirico di lingua tedesca di tutti i tempi. Goethe lo aveva sicuramente capito, avvertendo in Hölderlin un fratello, per riprendere le parole di Chiusano, e proprio per questo motivo lo aveva rifiutato. Perché in quel “fratello” dotatissimo e geniale, di vent’anni più giovane, aveva intravisto la propria immagine riflessa.

Non si trattava, insomma, di una semplice questione di invidia o concorrenza. I motivi del suo rifiuto nei confronti di Hölderlin erano altri, e di ben altra natura. Agli occhi del Goethe della maturità, infatti, che dopo le inquietudini del “Werther” si era comodamente accasato alla corte di Weimar, il giovane e tormentato Hölderlin rappresentava e anzi incarnava, almeno potenzialmente, quel lato oscuro e demoniaco della vita che lo stesso Goethe conosceva molto bene e sperava prima o poi di risolvere nella figurazione artistica. E lo fece, in effetti, in quella sublime partitura in bilico sul caos che sono le “Affinità elettive” e nella seconda e pacificata parte del “Faust”. Quanto al fragilissimo Hölderlin, invece, il disdegno di Goethe, unito alla morte precoce del padre naturale e di quello adottivo, e non da ultimo a una serie di amori sfortunati (in particolare quello per Susette von Gontard alias Diotima), fu tra le cause di una lunga e misteriosamente produttiva follia.

Johann Christian Friedrich Hölderlin era nato esattamente due secoli e mezzo fa, il 20 marzo 1770, nella cittadina di Lauffen, nel cuore della Svevia pietista (poi meravigliosamente rievocata da Hermann Hesse), aveva studiato teologia al leggendario “Stift” di Tubinga, e infine aveva tentato vanamente di guadagnarsi da vivere come precettore privato a Francoforte e poi a Hauptwil, nel Cantone di Turgovia. Nel frattempo aveva scritto. Tanto, e bene, anzi benissimo: liriche meravigliose, tragedie come “La morte di Empedocle”, romanzi come “Iperione”, e poi articoli e saggi, una vasta e varia produzione contrassegnata dall’amara e dolorosa consapevolezza che nell’epoca moderna, abbandonata dal Fato e ormai priva della dimensione verticale della vita, si sarebbe verificato uno smarrimento sempre più tragico e radicale: «Molto c’è da cantare ancora -dicono i versi di quella che rimane, con ogni evidenza, la sua poesia maggiormente rivelatrice e per molti versi profetica, “Al fonte del Danubio”, scritta tra il 1801 e il 1803- ma ora mi finisce in beate lacrime / come una leggenda d’amore, / il canto: e così pure, / tra vampe e pallori, dal principio / m’è venuto. Ma tutto va così».

Nel 1807, sulla mente di Hölderlin, poco meno che quarantenne, calano le tenebre. Il poeta viene affidato a un falegname di Tubinga, Ernst Zimmer, che lo tiene in casa e lo alloggia in una stanza all'ultimo piano, nel retro a forma circolare dell’abitazione:  la cosiddetta “torre”, sulle rive del fiume Neckar, che proprio in questi giorni, in occasione dell’anniversario, riapre finalmente i battenti come spazio museale. Il poeta vi rimarrà per trentasei anni, fino alla morte nel 1843. Le poesie che scrive nella torre (magistralmente tradotte in italiano da Gianni Celati per Feltrinelli) sono un misterioso prodigio: liriche semplicemente perfette quanto a metrica e struttura, che però sgorgano da chissà dove, dai recessi più oscuri dell’anima, da una dimensione che forse è il Tutto, oppure il Nulla. Si capisce, quindi, perché Hölderlin non piacesse a Goethe. Ma si capisce anche perché piacesse molto a Robert Walser, che un secolo dopo ne seguì le tracce nei territori della follia (vera o apparente) e del silenzio, giudicando «conveniente e anzi riguardoso rinunciare a quarant’anni del proprio sano intelletto». E infine perché piace a noi, adesso, in un’epoca di incertezza e disorientamento. Perché «tutto va così», e la sua amara verità, espressa in un altro celebre verso della poesia sul Danubio, è più che mai la nostra: «Invero noi, quasi orfani, andiamo».

Mattia Mantovani
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