Il caso dell'attrice Rania Youssef

L'Egitto e il comune senso del pudore

di Marco Alloni

La foto che correda questo articolo appare certamente, a un osservatore occidentale, priva di qualsiasi rilevanza. Si tratta di una giovane attrice che posa di fronte ai fotografi in occasione di un festival internazionale del cinema.

Anche volendo forzare un po' la mano alla malignità, nessuno riconoscebbe in lei se non i segni della vanité mondaine o, al massimo, di un gusto discutibile nella scelta degli abiti da cerimonia.

Sennonché la giovane attrice in questione non è stata immortalata in una kermesse europea tipo Cannes o Venezia, ma in Egitto: per la precisione all'inaugurazione del Festival Internazionale del Cinema del Cairo. E quello che sfugge a uno sguardo occidentale non è sfuggito alle pupille di molti osservatori egiziani. Che cosa? Che la ragazza in abito reticolare scoprirebbe impudicamente le gambe e persino parte delle natiche. Insomma, che quella mise, lungi dall'essere soltanto di cattivo gusto sul piano sartoriale, è una mise da scostumata, una mise oscena, una mise riprovevole e diseducativa. In altre parole, un incitamento alla depravazione.

Sorridiamo pure, ne abbiamo ben donde. Ma questo è di fatto quel che alcuni solerti avvocati del Cairo hanno affermato – anzi, è l'argomento che hanno letteralmente impugnato – per portare l'attrice raffigurata – tale Rania Youssef, non nuova a simili esibizioni – a una condanna per oscenità che potrebbe costarle fino a cinque anni di galera: aver incitato, con quegli abiti e in quell'occasione, la popolazione egiziana alla dissolutezza morale.

Ora, la magistratura farà il proprio corso e vedremo se a termine processo la Youssef riuscirà a scampare la pena o a patteggiarla. Ma intanto la domanda è: possibile che alle soglie del 2019 l'Egitto conosca ancora episodi di questa natura?  Ovvero: possibile che la soglia del cosiddetto "pubblico pudore" sia posta così in basso da rendere legalmente perseguibile una graziosa ragazza colpevole al più di aver sottolineato la grazia di un paio di gambe e di un paio di glutei?

La domanda è irrilevante dal profilo giuridico. Qui in Egitto si fa così e quindi è inesorabile che così abbiano fatto gli avvocati che hanno portato il caso sotto i riflettori. Ma meno irrilevante la domanda è dal profilo morale e culturale, poiché su questo piano si impongono alcune considerazioni. Tanto per cominciare: lungo quale faglia si pone il moralismo, il perbenismo, il bacchettonismo egiziano laddove il paese è notoriamente riconosciuto come tra i più corrotti del tavolato mediorientale? Domanda che ne porta con sé un'altra: se la morigeratezza, ovvero una certa pudicizia morale, è tra gli imperativi categorici di una società come quella egiziana, per quale ragione il tasso di divorzi e tradimenti è equiparabile da qualche anno a quello riscontrabile nei paesi europei?

Simili perplessità affondano nel tessuto delle più scoperte contraddizioni dello Stato nilotico. Laddove è evidente una devozione formale e di facciata, esibita in tutte le manifestazioni della vita sociale, non altrettanto esiste una moralità sostanziale in grado di corrisponderle sul piano dei valori essenziali. Corruzione e ipocrisia imperano allo stesso grado e contemporaneamente a un moralismo che ben pochi margini concede alla moralità propriamente intesa.

Purché "non visibile" o "camuffate", le concessioni al libertinismo sono all'ordine del giorno: alcol, droga, prostituzione, relazioni extra-coniugali, bustarelle e tangenti non sono estranee alle pratiche quotidiane di gran parte degli egiziani. Eppure la preoccupazione di fondo resta sempre, paradossalmente, una preoccupazione di superficie: non già osservare un comportamento interiormente morale ma osservarlo solo esteriormente.  

Ci sentiamo così di esortare gli avvocati coinvolti nel caso a valutare se la loro messa all'indice di Rania Youssef non sia, prima che ridicola sul piano estetico, ipocrita sul piano morale. E se mai qualcuno di loro dovesse imbattersi in qualche immagine davvero conturbante, di rendersi conto che, a terzo Millennio avviato, l'immorigeratezza, la perversione, la pornografia allignano altrove: non certo in Rania Youssef.

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