Il crepuscolo del fauno

Ascesa e caduta di Vaslav Nijinsky

di Daniele Bernardi

Tra il 1919 e il 1923, e poi, nuovamente, negli anni Trenta, fra gli ospiti illustri della clinica Bellevue di Kreuzlinger, nel Canton Turgovia, vi era un uomo di bell'aspetto, dai tratti efebici e infantili. Affetto da schizofrenia, soffriva di allucinazioni di vario genere. Il suo linguaggio e l'organizzazione del suo pensiero erano permeati da un male che, tuttora, divide gli specialisti. Eppure talvolta, in quel luogo ora scomparso, egli ancora, brevemente, muoveva alcuni passi di danza per i visitatori. Lo scrittore Robert Walser – che, da un punto di vista clinico, condivise un destino simile – ebbe modo di assistere a una di queste esibizioni: i suoi gesti, disse, sembrano una fiaba senza fine. Ma tali manifestazioni erano delle eccezioni: normalmente, quando non si masturbava in pubblico o se non si autolesionava, Vaslav Nijinsky vegetava in uno stato di completa alienazione.

Nel leggere una sua biografia – come, ad esempio, quella di Lucy More oggi si ha l'impressione di non poterne mai afferrare la figura: «il dio della danza» appare eternamente sfuocato rispetto alle schiaccianti personalità che lo circondano: l'impresario Djagilev, Stravinskij (per il quale realizzò le coreografie della scandalosa Sagra), Cocteau e la moglie Romola de Pulszky. Quasi fosse sempre altrove, in balia dell'astuta volontà degli altri, Nijinsky attraversa da protagonista la sua stagione artistica – che è quella dei Balletti Russi – col pallore di un Peter Pan destinato a schiantarsi. C'è, anche, qualcosa di indifeso nel suo carattere: non particolarmente colto, privo della scaltrezza degli altri suoi colleghi, è sovente considerato alla stregua di un moccioso. Ciononostante, quando sale sulla scena, la sua presenza allibisce.

Poco o niente resta a testimoniare delle sue leggendarie interpretazioni: solo le immagini in cui è immortalato mentre veste i panni dello Schiavo in Le Pavillon d'Armide (1907), quelli di Petruška nell'omonimo balletto di Stravinskij (1911) o quelli del celebre fauno nell'opera di Claude Debussy (1912). Queste lasciano supporre quale potesse essere la qualità del suo movimento: con ogni gesto Nijinsky sembrava generare lo spazio che lo circondava, quasi che quest'ultimo fosse una sostanza proteiforme in balia di una corrente che la rimescolava attraversandola. «Tutto il suo corpo», scrisse lo scultore Auguste Rodin, «esprime ciò che vuole lo spirito: ha la bellezza degli affreschi e delle statue antiche».

Ma avvicinare la figura di Nijinsky significa, inevitabilmente, toccare la follia e in questo senso esiste un eccezionale documento da lui redatto nei primi mesi del 1919, proprio mentre i sintomi del male si manifestavano in tutta la loro forza. Stiamo parlando, come qualcuno avrà intuito, dei suoi noti Diari. Scritti in preda al traboccare di percezioni fisiche che lo invase mentre soggiornava in Svizzera – dove, con moglie e figlia, dal 1917 si era stabilito in attesa che la guerra finisse – essi sono lo specchio di un'esperienza interiore devastante, che recise per sempre il suo legame col mondo.

Qui descrive allucinazioni e deliri con la stessa violenza con cui questi si manifestano. La sua prosa, fatta di frasi brevi e martellanti, pare percuotere il foglio fino a perforarlo. La vita dei sogni – o degli incubi – si è riversata nella realtà ed egli, ora, percorre un cammino ai bordi di un crepaccio da cui emerge la voce di Dio: allora ai suoi occhi la neve di Saint Moritz si bagna di sangue: tracce di un orribile crimine lo inseguono durante le infinite peregrinazioni nel paesaggio imbiancato. Poi il Creatore gli parla, ed egli obbedisce: se gli comanda di fermarsi, si blocca; se gli chiede di sdraiarsi e di lasciare che il suo corpo congeli, esegue senza battere ciglio. Scrive infatti: «Mangerò chiunque mi capiterà a tiro. Non mi fermerò di fronte a niente. Farò l'amore con la madre di mia moglie e con mia figlia. Piangerò, ma farò tutto quello che Dio mi ordinerà».

In quegli stessi mesi, sempre a Saint Moritz, in un lussuoso hotel Nijinsky danzò per l'ultima volta di fronte a un pubblico di riccastri venuto ad ammirare la stella della danza. «Il ballerino più famoso del mondo», scrive Eduardo Galeano in una prosa di Specchi, «annunciò che avrebbe danzato la guerra. E alla luce dei candelabri, la ballò». Quando prese a muoversi, un senso di oppressione  inchiodò i presenti che, scioccati e in imbarazzo, osservavano qualcosa che andava ben oltre la performance: il corpo del giovane si disarticolava sulle note del pianoforte come se la morte stessa se ne impossessasse. Una volta terminato, il disagio era tanto che nessuno, pare, ebbe il coraggio di applaudire. Era chiaro: Vaslav Nijinsky era impazzito.

Per i successivi trent'anni visse da internato, alternando ricoveri ad effimere riprese. Sua moglie Romola cercò di sottoporre il caso a più medici anche celebri – Freud, Jung, Adler – senza particolari successi; fra questi va certo menzionato lo svizzero Ludwig Binswanger, massimo esponente della psichiatria fenomenologica a capo della clinica in cui, assieme ad altre personalità di spicco, Nijinsky trascorse una parte sostanziale della sua esistenza. Affacciatosi sulla scena del mondo come un breve prodigio, terminata l'era dell'ascesa, il fauno incantatore consumò il tempo che lo separava dalla morte nella terra di nessuno che è la vita dei folli.

 

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