Il ritorno dei populismi

Il principale evento politico d'inzio millennio

Il ritorno del populismo è senza dubbio l’evento politico e culturale che maggiormente connota e scuote questo inizio di millennio. Dopo il successo dei partiti populisti (a matrice euroscettica) nell’Europa centro-orientale (Austria, Polonia e Ungheria), in quella del Nord (Danimarca, Svezia e Finlandia) e in quella del Sud (Italia, Grecia e Cipro) ora è il cuore dell’Europa a fare i conti con il suo grado di populismo. Per un quadro del successo generalizzato del populismo autoritario in Europa (con la Svizzera che fa bella mostra di sé posizionandosi al 5 posto) riportiamo qui di seguito l'indice elaborato nel 2016 dell'istituto di ricerca svedese Timbro, che valuta 33 paesi.

INDICE DEL POPULISMO AUTORITARIO, 2016

Cavalcando la crisi economica e appellandosi alla dimensione primordiale e arcaica dell’identità (etnica, religiosa, culturale), il populismo sta avanzando ovunque: in Europa (dove le lacrime della bancarotta finanziaria e la crisi del welfare faticano ad essere riassorbite), in Asia (si pensi soprattutto alle Filippine) e negli Stati Uniti (dove alla Casa Bianca non siede più un partito ma, come ha detto il presidente Trump, siede il popolo stesso). 

La ricetta è semplice: voi (popolo) siete stati traditi dall’establishment, noi intendiamo restituirvi io maltolto, riattribuendovi dignità e sovranità. Si tratta di una ricetta anti-sistemica, in grado di parlare alla pancia di tutte le persone insoddisfatte, indipendentemente dalla loro cultura, dalla loro formazione e dalla loro eventuale ideologia politica. La proposta è sempre la stessa: smantellare il sistema politico vigente per sostituirlo con un fantomatico governo del popolo, di cui il partito o movimento populista si arroga il ruolo di portavoce. I capisaldi della chiamata alle urne sono: lavoro per tutti, basta politiche di austerità economica, contenimento dei flussi migratori (con il corrispettivo della salvaguardia della società indigena), difesa dei confini nazionali e innumerevoli proclami si stampo protezionistico, patriottico e nazionalistico.

 

Gli equivoci concettuali su cui si fonda il populismo sono evidenti. Il primo equivoco è che il popolo non può essere considerato come un’entità uniforme (il popolo è fatto da individui con aspirazioni, idee, interessi e valori diversi) se non nel completo oltraggio dell’individualità dei singoli cittadini; in secondo luogo far credere che il volere di questo fantomatico popolo coincida con quello del leader populista è un atto di presunzione e di ipocrisia (doppia ipocrisia: perché significa far credere che il popolo ha un solo volere, e che il suo leader, invece, non ha alcun volere: nessun interesse, nessuna idea politica, nessun programma da realizzare).

Cerchiamo allora di capire perché, oggi, la pancia della gente è affamata di populismo. Il motivo più evidente sta nel fatto  che esso offre una risposta immediata al sentimento di abbandono, di avvilimento e di disillusione che sempre più persone nei Paesi sviluppati provano di fronte alla globalizzazione, alla corruzione, alla crisi finanziaria e all’ascesa della disuguaglianza.

Ciò che viene represso e avvilito dal sistema economico globalizzato sembra ritornare in ambito politico con l’insorgenza di ossessioni arcaiche di identità (etniche, religiose, culturali).  La sensazione è che il capitalismo globale (sostenuto dalle cosiddette élites, dalle organizzazioni internazionali, dai partiti e dai governi che ad esse si richiamano) stia lasciando sul campo molte vittime (disoccupazione, precariato, dumping, assistenza) di cui i populismi (con la loro ricetta nazionalistica e pseudoprotezionistica) cercano di farsi carico, con tutte le contraddizioni del caso. Prima fra tutte è che mentre i beni continuano a circolare liberamente, nuove barriere vengono erette per separare le persone (dai muri veri e propri come tra Usa e Messico alla riaffermazione di identità nazionalistiche).

Nonostante gli equivoci e le contraddizioni, c’è però una verità che va presa in seria considerazione. Il populismo, in questo periodo di crisi, di disillusione, di rabbia civile e sociale, sembra essere l’unica alternativa ai partiti tradizionali (e, più in generale, all’establishment politico). Un’alternativa che il sistema potrà arginare solo facendo una severa autocritica e sottoponendosi a una radicale riforma di se stesso, a partire da ciò che non funziona (ovvero: snellendo la burocrazia, arginando la deregulation, facendo interagire il welfare state con il capitalismo globale, trovando delle politiche che sappiano essere glocal e che sappiano riposizionare i cittadini all’interno delle dinamiche decisionali). In questo modo, quello che oggi appare come il principale nemico dei partiti tradizionali, il populismo radicale avrà, forse, dei competitors credibili in grado di limitarne la forza seduttiva.

 
Mattia Cavadini
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