Il viaggio secondo Benjamin

Il vero viaggio è nel passato e profezia del futuro

di Elisabeth Sassi

Il viaggio nel mondo globalizzato è favorito da voli last minute, low cost, autobus che percorrono lunghe tratte a prezzi stracciati e molto altro. Anche le tipologie di soggiorno sono mutate negli anni, i moderni bed and breakfast ad esempio, sono stati soppiantati da Airbnb e dal fenomeno del couch surfing. Questo nuovo modo di viaggiare, favorito dall’esplosione dei social network e delle piattaforme digitali è diventato un lavoro: il globtrotter 2.0. Tuttavia il fenomeno riscosse un’eco discreta già nei primi decenni del Novecento.

I globtrotter del XXI secolo si ergono a modello di vita attraverso le piattaforme multimediali, vere e proprie bacheche di immagini da prendere come riferimento. Una tendenza non così nuova dopotutto, infatti già nel 1967 Guy Debord nel suo saggio La società dello spettacolo, riporta le parole di Feuerbach, il quale sostiene che «senza dubbio il nostro tempo, preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere». È parte del sentire comune, che lo si voglia ammettere o meno, che i viaggi nell’epoca a noi contemporanea sono sempre più finalizzati allo scatto perfetto, fino a perdere i connotati di esperienza conoscitiva.

Di fronte a questa bulimia del viaggiare vale la pena di ricordare cosa significasse il viaggio per uno dei grandi pensatori del Novecento, Walter Benjamin (Berlino 1892 - Portbou 1940). Già agli inizi del secolo, il filosofo e scrittore tedesco, si interrogava sulla potenza dell’immagine e del viaggio per ripercorrere a ritroso il tempo, e scorgere un passato che racchiude i presagi del futuro. Nel periodo fra le due guerre, Benjamin si dedica alla scrittura di Infanzia berlinese intorno al millenovecento e ai racconti di viaggio, che verranno in seguito raccolti nel 1955 da Peter Szondi nel libro Immagini di città. Le due opere descrivono i luoghi, le strade, le persone, attraverso brevi miniature che evocano le sensazioni vissute dallo scrittore durante i suoi viaggi o nelle sue peregrinazioni nella città natale, Berlino.

La città Napoli, da Benjamin ai giorni nostri
La città Napoli, da Benjamin ai giorni nostri A cura di Marcello Anselmo (Archivi RSI, 2017)

Negli anni venti Benjamin scrive per giornali e riviste una serie di articoli-reportage su diverse città europee: racconta di Parigi e dei suoi mille specchi, tra cui il più grande, la Senna;  descrive il mare del Nord, dove la natura incontaminata e i suoi fiori pallidi spiccano su tutto il resto; poi ancora la Weimar dello studio di Goethe, dove Benjamin rivive le sensazioni dello scrittore; oppure San Gimignano e il forte legame dei suoi abitanti con la natura, nella quale risuona il rumore dei grilli e il vociare dei bambini; delinea la porosa Napoli da cui dalle grigie case, in contrasto con il blu del cielo e del mare, la gente esce e si riversa per le strade; e anche Marsiglia, dove Benjamin fa esperienza per la prima volta dell’hascisc che lo riporta a ricordi lontani. Dal libro postumo Immagini di città emerge in modo chiaro come per Benjamin la città - sin dalle origini binomio di potenza e caducità - rappresenti il mondo nella sua completezza. In Infanzia berlinese intorno al millenovecento egli rivive la Berlino della sua infanzia con gli occhi del bambino, ma anche con lo sguardo dello straniero: le immagini della sua memoria non trovano riscontro nella città ripercorsa dall’adulto, a cui non resta altro che riscoprirla come se fosse la prima volta. Durante il soggiorno a Mosca Benjamin si sorprende, perché per le strade della città russa riscopre Berlino stessa. Lo strato di ghiaccio che ricopre le strade riconduce lo scrittore all’esperienza infantile, di quando da piccoli si muovono i primi passi incerti e si impara a camminare. Per Benjamin ciò che è straniero non porta il visitatore all’oblio di sé ma solo a vedere con occhi nuovi ciò che ormai è divenuta consuetudine allo sguardo dell’adulto. Viaggiare è quindi un viaggio non tanto nello spazio (o in luoghi lontani), ma nel tempo, nel passato.

In entrambe le opere, è evidente l’analogia con il romanzo Alla ricerca del tempo perduto di Proust (del quale Benjamin fu traduttore). Tuttavia il loro viaggiare attraverso il tempo non è lo stesso: Proust si rifugia nel passato per sfuggire alla coincidenza di esso con il presente e soprattutto con il futuro, nel quale individua, fra i suoi innumerevoli pericoli, quello più spaventoso, ovvero la morte. Benjamin, viceversa, durante i suoi viaggi, ha sempre ricercato il legame con la sua infanzia, convinto che nel passato si annidi una traccia per investigare il futuro (secondo il suo ideale messianico). Il passato per Benjamin non è concluso, ma profezia di futuro, e il viaggio è un viaggio alla ricerca di se stessi, una comprensione del proprio transito esistenziale, dall’infanzia alla morte. Un atteggiamento completamente diverso da quello di Proust, il cui obiettivo era quello di  ricreare frammenti di vita, fermando il tempo in istantanee che riproducono una realtà ideale, alla ricerca di un eterno presente, che sfugge alla caducità delle cose.

Tornando all’oggi e ai globtrotter 2.0, occorre dire che nei viaggi di oggi la tecnologia e le immagini hanno assunto un ruolo sempre più importante, tanto da cambiare la concezione del tempo e dello spazio. La memoria dei moderni viaggiatori non viene più stimolata attraverso un viaggio che fa riaffiorare le immagini del passato, bensì la memoria si è tramutata in immagine stessa, perfetta e instagrammabile, oltre la quale non si è più in grado di indagare.

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