Johann Wolfgang von Goethe

L'utopia del sapere totale

Potrà sembrare un paradosso, ma in fondo non lo è. Nell’epoca dell’informazione e della comunicazione globale, dove tutti sembrano avere accesso a tutto, l’essere umano medio sa un po’ di tutto (male, nella gran parte dei casi) e niente di preciso. La causa è da rinvenirsi nell’eclissi dell’idea di un sapere universale, nella frammentazione delle conoscenze, nella riduzione delle singole discipline scientifiche e umanistiche a territori chiusi, autoreferenziali e blindati, incapaci di comunicare gli uni con gli altri nel tentativo di fornire una visione organica e onnicomprensiva della realtà. Ecco perché, come diceva giustamente un grande scettico come Vladimir Nabokov, il concetto di “realtà” è ormai talmente vago che lo si può esprimere solo tra virgolette, o comunque più per sottrazione che per addizione.

La crisi si è manifestata negli ultimi decenni dell’Ottocento ed è poi esplosa nel corso del Novecento, ma le cause remote sono da ricercarsi pressappoco un secolo prima, nel passaggio dall’illuminismo al romanticismo, perché è in quel periodo che si è verificato il primo e decisivo scollamento tra la realtà e la sua rappresentazione, tra le varie forme di sapere e il loro concreto contenuto. Non è quindi un caso che l’ultimo spirito veramente universale della cultura dell’Occidente, Johann Wolfgang Goethe, abbia vissuto dall’inizio alla fine sia l’illuminismo che il romanticismo, tentando di conciliarne le opposte esigenze: enciclopedismo ed effusioni liriche, razionalità e fantasia, metodo e genio, osservazione microscopica del mondo e respiro universale, esteriorità e interiorità. Il tutto, all’insegna del motto “muori e diventa”, ad indicare l’eterno ciclo sistolico/diastolico della vita, espresso anche nella dialettica di inspirazione ed espirazione.

Nato nel 1749, agli albori dell’illuminismo, e morto nel 1832, nella fase declinante del romanticismo, Goethe ha vissuto in prima persona grandi passaggi epocali e ha espresso con la propria vita e la propria opera l’idea di un sapere in grado di addentrarsi in ogni singolo aspetto della realtà fisica e spirituale. L’autore che ha scritto il Faust, I dolori del giovane Werther, Le affinità elettive e quell’incomparabile gioiello della lirica tedesca che rimane L’elegia di Marienbad è infatti anche l’autore della Metamorfosi delle piante, della Teoria dei colori e di molti altri scritti, anche di carattere medico, che hanno segnato l’inizio di quel genere che definiamo oggi divulgazione scientifica. Infine non bisogna dimenticare che, se non altro per eredità familiare (il padre aveva letteralmente imposto lo studio dell’italiano al giovanissimo Johann Wolfgang), è stato l’inventore del mito dell’Italia e del Meridione. 

 

Ma l’opera che più di ogni altra esprime il senso dell’universalità del sapere e conseguentemente della vita è la monumentale autobiografia Poesia e verità, pensata intorno ai sessant’anni, dopo la prematura morte dell’amico e compagno d’arte Schiller, e redatta nell’ultimo ventennio di vita parallelamente alla seconda parte del Faust: «Il grande vuoto che la morte di Schiller ha lasciato nella mia esistenza -osservò Goethe in una lettera del 1806- mi rimanda con grande vivacità alla memoria del passato, e percepisco quasi con passione quanto forte sia il dovere di preservare nel ricordo ciò che pare scomparso per sempre». Ottimamente tradotta e curata da Enrico Ganni, l’autobiografia di Goethe è stata riproposta in versione economica da Einaudi.

Così come il Faust, anche Poesia e verità, già a partire dal titolo volutamente ambiguo nella sua apparente banalità (il termine tedesco Dichtung per “poesia” si presta a varie interpretazioni), è una sorta di autobiografia obliqua. Nel Faust, Goethe ha raccontato la tragicommedia umana reinventando e rimodellando una figura reale ma già ai suoi tempi eternata nell’ambra del mito e della leggenda, mentre in Poesia e verità, se è lecito esprimerlo con un gioco di parole, Goethe ha raccontato Goethe prima che diventasse Goethe. L’autobiografia, che si presenta come una sorta di ritratto del genio da giovane, si limita infatti ai primi ventisei anni di vita, dal 1749 al 1775, trascorsi nella natia e allora provinciale Francoforte, ma contiene già tutti gli aspetti che si incontreranno nel Goethe maturo, che in seguito si è raccontato e rimodellato nelle opere narrative e in quelle di divulgazione scientifica.

 

Ecco allora il precocissimo amore per le marionette, che diventerà amore per il teatro e la scrittura scenica, e poi gli interessi per la medicina e il metodo scientifico, coltivati insieme alla passione per l’esoterismo, l’alchimia e soprattutto la chimica (la disciplina perfetta per «dragare il ventre del mistero», dirà poi Primo Levi), che alcuni decenni dopo troveranno una compiuta e altissima figurazione artistica nelle Affinità elettive e in molte parti del Faust.

Ma il tratto che colpisce maggiormente in Poesia e verità, e ne fa uno dei testi fondamentali e davvero imprescindibili della letteratura europea moderna, consiste nello sforzo di realizzare il più possibile l’intreccio di individualità e coscienza storica. Nessuno, dopo Goethe, si è più misurato con una simile impresa, nemmeno Thomas Mann, semplicemente perché non era o non sembrava più possibile. L’anziano Goethe che racconta il giovane Goethe si può invece permettere di prendere spunto dal “muori e diventa” e dal principio di inspirazione ed espirazione, elevandolo a filo conduttore e tessuto connettivo di un’autentica enciclopedia della realtà. È l’utopia di una percezione “altra” della realtà stessa, di una formazione e realizzazione armoniosa e completa dell’individuo, come dirà poi Ibsen. Due secoli dopo, il genio universale di Goethe continua a parlarci, oltre che dalle sue opere, proprio in virtù di questa utopia, impossibile quanto imprescindibile. Da una vicina -e forse vicinissima- lontananza.

Mattia Mantovani
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