(Keystone)

José Saramago

L’anticapitalista che non aveva bisogno di dirlo

Sarebbe fin troppo ovvio ricordare che José Saramago fu l’autore di quell’indimenticato romanzo intitolato Cecità, che in qualche modo anticipava l’abbrutimento che può presentarsi in caso di pandemie. Come sarebbe fin troppo scontato richiamare al pensiero La peste di Camus o, come spesso si fa in questi giorni, I promessi sposi del Manzoni. In qualche modo equivarrebbe a speculare sul loro genio, a inferire che nel loro genio riuscirono addirittura a prevedere il Disastro.

Ma se simili azzardi vanno banditi dal ragionamento, resta il fatto che nel caso di Saramago almeno due elementi cruciali avvolgono di un alone profetico la sua opera: l’intuizione secondo la quale il sistema capitalistico sarà destinato a implodere e il convincimento che nulla sia più prossimo alla dissoluzione della realtà della mistificazione mediatica della realtà.

Saramago, almeno nei suoi romanzi, si guarda bene dall’esplicitare filosoficamente la sua avversione nei confronti del capitalismo, e per quanto una sua celebre frasi reciti “La sola risposta al neoliberalismo si chiama coscienza” i suoi personaggi e le sue storie sono lungi dal dichiarare a muso duro guerra al grande totem della contemporaneità. Allo stesso modo non risulta che un suo solo romanzo proponga – alla Orwell, per intenderci – una critica esplicita dei media e più in generale dello storicismo o del giornalismo. Eppure il suo messaggio traspare in filigrana in ogni suo lavoro narrativo: fuori da un’attenta rilettura di Marx e Marcuse siamo perduti.

 

Penso in particolare a due suoi capolavori, su cui vorrei per qualche istante soffermarmi. Il primo è Il Vangelo secondo Gesù, nel quale la dimensione umana della narrazione è talmente soverchiante da imporre le proprie verità e la propria etica persino alla dimensione divina. E quale sarebbe tale verità e tale etica che Saramago reclama attraverso l’umanissima (quasi socialistica) figura di Cristo? Semplicemente la verità della giustizia collettiva e dell’impossibilità di instaurarla altrimenti che nell’ascolto radicale del messaggio del Nazareno uomo. Un uomo che al cospetto di Dio e del Diavolo sa che ciascuno ha bisogno dell’altro e al cospetto della pluralità degli dèi un “patto” impone loro di non interferire nelle faccende delle altrui fedi. Ma soprattutto un uomo che a partire dai sensi di colpa del padre, Giuseppe, anch’egli umanissimo, sa come la sua elezione sia un privilegio discriminatorio che non risponde in alcun modo alle logiche di pietà e onniscienza divina. Ecco allora che – per dirne solo una – anche Gesù si interroga, come suo padre, sulla Strage degli Innocenti: e quasi marxianamente si domanda se la salvezza di uno possa giustificare lo sterminio di tutti gli altri.

Una critica al capitalismo? Non in forma diretta, ma certamente nel senso di una critica a qualsiasi impostazione etico-politica che ponga nella discriminazione – fosse pure nella discriminazione di un popolo di idolatri a favore di un santo – il proprio principio fondativo. Come, in buona sostanza, è prerogativa del capitalismo quando, nella competizione e nel mercato, nella logica della sopraffazione e nel diritto di escludere i deboli dall’agone economico, sancisce una sorta di teologia liberista indifferente a qualsiasi istanza di tipo egualitario.

Quanto alla mistificazione della realtà e della Storia, resta insuperato il suo Storia dell’assedio di Lisbona, in cui un modesto copista stravolge l’intero senso dei testi di cui deve riportare in bella copia il contenuto aggiungendo a un certo punto un semplice “non”: un “non” che di fatto stravolge l’intero significato della Storia narrata e lo ribalta nel suo contrario.

Ecco così che nel suo essere uomo di genio Saramago ha profetizzato quanto oggi potremmo chiamare la Grande Palude delle Fake News e della Disinformazione di Massa. Maestro della parola come pochi altri nel secolo appena trascorso, ha intuito prima di molti che se cadiamo nella mistificazione della realtà, o nel totale fraintendimento della realtà, è perché di tale realtà siamo sempre più fruitori linguistici e non reali, perché alla sua realtà abbiamo ormai avvicendato la sua rappresentazione, non di rado farlocca e quasi sempre arbitraria al limite della pantomima.

Marco Alloni 
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