Keith Haring al lavoro per il murales Tuttomondo sulla parete della Chiesa di Sant’Antonio a Pisa, 1989
Keith Haring al lavoro per il murales Tuttomondo sulla parete della Chiesa di Sant’Antonio a Pisa, 1989

Keith Haring

Artista-attivista dall’estro incontenibile

I don’t think art is propaganda; it should be something that liberates the soul, provokes the imagination and encourages people to go further. It celebrates humanity instead of manipulating it. Keith Haring 

Il 16 febbraio 1990, la scena artistica newyorkese perdeva uno dei suoi talenti più versatili, energici e spontanei. Oggi, a distanza di trent’anni, Keith Haring continua a rifulgere ed echeggiare perché la sua arte, percorsa da una vitalità inestinguibile, è ovunque. Il Radiant Boy, il Barking Dog, il Dancing Man e tutti gli altri motivi ricorrenti del suo vocabolario espressivo si agitano su muri e magliette, libri e accessori, dentro e fuori dai musei. Hanno pervaso l’immaginario collettivo con quei colori vibranti, quell’armonia rara tra forma e contenuto, quello stile innocente e sferzante, in perfetto equilibrio tra festosità e ribellione.

Nato nel 1958 e cresciuto in un piccolo centro della Pennsylvania, Keith Haring nutre fin dall’infanzia una forte predilezione per il disegno. La sua fantasia è stimolata sia dai buffi disegni che suo padre crea per lui, sia dalla cultura popolare contemporanea, in primis i cartoon di Walt Disney e di Dr. Seuss. Dopo la maturità, si iscrive alla Ivy School of Professional Art di Pittsburgh, ma presto si rende conto di non essere interessato alla carriera di grafico commerciale e di volersi dedicare all’arte in maniera più autonoma, slegata da qualsiasi tipo di vincolo. È un giovane irrequieto e la provincia gli sta stretta. Così, ad appena vent’anni, Keith Haring trova la sua via di fuga.

“Volevo intensità nella mia arte, e volevo intensità nella mia vita. Il posto giusto dove andare era New York. Il 1978 per me fu una partenza completamente nuova”. È ciò che leggiamo nei suoi taccuini, che scrive dal periodo adolescenziale fino al 1989. Scritti che successivamente verranno raccolti e pubblicati con il titolo Journals (Diari, Arnoldo Mondadori Editore, 2001).

La Grande Mela a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta è un groviglio esplosivo di stimoli e suggestioni da cui lasciarsi avviluppare e travolgere. Il giovane Haring alloggia nel multiculturale e bohémien East Village, e frequenta per qualche tempo la School of Visual Arts, ma è nelle strade brulicanti e nelle stazioni della metropolitana, e poi nei locali alternativi come il Club 57, il Mudd Club e il Paradise Garage, che trova quell’humus ideale nel quale il suo estro e la sua personalità possono finalmente emergere appieno. Fin da subito, resta fortemente affascinato dai graffiti e dalle tag che tappezzano la città di New York e anche lui inizia a lasciare il proprio segno sul tessuto urbano, ispirato dal fermento creativo circostante, ma anche da artisti come Jackson Pollock, Pierre Alechinsky, Jean Dubuffet, dalla cultura tribale e dall’idea di cut-up sviluppata da William Burroughs e Brion Gysin. Munito di gessetti bianchi, Haring disegna pittogrammi antropomorfi e figure archetipiche, umoristiche e grottesche, sui pannelli vuoti riservati alla pubblicità. La metropolitana è il suo primo “laboratorio”, vuole che i suoi interventi siano visti da più persone possibili. Accessibile, diffusa, inclusiva, liberatoria, ma soprattutto “per tutti”: questa è la sua visione dell’arte. E la gente difatti si ferma incuriosita a osservare questo folle talento che disegna in pubblico con fare rapido e sicuro, spesso al ritmo di musica, e che talvolta distribuisce ai passanti spillette da lui disegnate. Neanche la polizia riesce a fermare la sua incontenibile energia.

In breve tempo, Haring perfeziona la sua tecnica, ottiene la sua prima personale in una galleria di SoHo, la Tony Shafrazi Gallery, riscuotendo grande successo, stringe amicizia e collabora con personalità come Jean-Michel Basquiat, Andy Warhol, Madonna, Yoko Ono e Grace Jones ‒ il cui corpo statuario è dipinto da Haring nel video I’m Not Perfect (But I’m Perfect For You). Insomma, diventa uno dei principali protagonisti della scena artistica cittadina.

 

Verso la metà degli anni Ottanta, il ragazzo giunto dalla provincia americana, con il viso da eterno fanciullo, occhialuto e incorniciato da piccoli riccioli, è ormai una celebrità internazionale. Viene invitato a realizzare numerosi progetti pubblici negli Stati Uniti e oltreoceano: dall’animazione per lo Spectacolor Billboard di Times Square all’intervento sul Muro di Berlino, passando per i tanti workshop nelle scuole e nei musei (Haring ama lavorare con i bambini, di cui ammira l’immaginazione e l’assenza di pregiudizi), senza dimenticare le campagne pubblicitarie per noti marchi. Ma sono soprattutto i progetti di impronta politico-sociale a vederlo impegnato. Attraverso le sue opere, infatti, Haring intende portare l’attenzione su questioni scottanti: razzismo, minaccia nucleare, Apartheid, capitalismo, omofobia, dipendenza dalle droghe (celebre il suo murales-slogan Crack is Wack, riferito all’abuso di crack a New York)… Lo fa con una sensibilità e un’incisività fuori del comune. In particolare, è dopo aver scoperto di essere sieropositivo, nel 1988, che Haring si impegna anima e corpo per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle problematiche legate al virus Hiv. Non si lascia abbattere dalla malattia, ma anzi, conscio del poco tempo che gli resta da vivere, si attiva il più possibile per generare consapevolezza e combattere l’ignoranza. Il suo lavoro intitolato Ignorance = Fear fa riferimento proprio alle difficoltà e alle discriminazioni che la gente sieropositiva è costretta ad affrontare. Purtroppo, negli anni Ottanta l’AIDS è una vera piaga che falcidia innumerevoli vite, compresa quella di Keith Haring, che muore a soli 31 anni a causa delle complicanze dovute alla malattia. La sua ultima opera pubblica è lo splendido murales Tuttomondo, realizzato nell’estate dell’89 sulla parete esterna del convento di Sant’Antonio a Pisa. Un estremo, gioioso e variopinto inno alla vita, un emblema di pace e partecipazione, tra i “progetti più importanti mai fatti” a detta dello stesso Haring.

Oggi è la Keith Haring Foundation, la fondazione aperta dall’artista nel 1989 allo scopo di sostenere le organizzazioni a favore dei bambini bisognosi e la lotta contro l’Aids, a mantenere vive le sue buone cause e a perpetuare la sua memoria, attraverso mostre e iniziative, collaborando con numerose realtà in tutto il mondo (al momento un’ampia retrospettiva è in corso presso il BOZAR di Bruxelles).

Breve ma intensissima, segnata da una libertà e da un’urgenza espressiva straordinarie, la parabola artistica di Keith Haring resta una delle più significative della seconda metà del Novecento. Con il suo fare generoso e audace questo artista-attivista dal talento trasversale ha incarnato appieno lo spirito degli anni Ottanta e ha spesso precorso i tempi come pochi hanno saputo fare.

Francesca Cogoni
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