Knut Hamsun

La fine dell'Europa nelle confessioni di un vegliardo

Negli ultimi decenni del diciannovesimo secolo la Norvegia e più in generale la Scandinavia conobbero un’incredibile fioritura letteraria e penetrarono nella grande letteratura europea con alcuni  autori che ormai, quasi un secolo e mezzo dopo, fanno indiscutibilmente parte della nostra coscienza culturale. Forse non aveva tutti i torti Theodor Fontane, il grande scrittore tedesco autore di Effi Briest, quando parlò di norvegiomania letteraria, ma è fuori di dubbio che quella prodigiosa stagione della letteratura scandinava rimane uno dei grandi miracoli della letteratura di tutti i tempi. Tra i nomi di spicco, oltre a Ibsen, Strindberg, Jacobsen, Jonas Lie e Hermann Bang, merita una menzione particolare il norvegese Knut Hamsun, pseudonimo letterario di Knud Pedersen, nato nel 1859 e morto nel 1952 al termine di una vita tanto lunga quanto ricca di contraddizioni. Una vita fatta di grandissime intuizioni e pagine assolutamente geniali, culminata nel Premio Nobel vinto nel 1920, ma terminata con un terribile abbaglio.

C’è una sorta di figura archetipica che percorre tutta l’opera di Hamsun, dal folgorante esordio col romanzo Fame nel 1890 fino all’ultimissima opera scritta alla soglia dei novant’anni, Per i sentieri dove cresce l’erba, più volte proposta in versione italiana dall’editore Fazi. Si tratta della figura del Wanderer, il viandante, che non a caso è presente in altre due opere recentemente proposte ai lettori italofoni: La regina di Saba, un breve racconto pubblicato da Iperborea, e il romanzo Victoria, pubblicato invece dall’editore Lindau. Per capire Hamsun, il suo percorso umano e letterario, le sue altezze e i suoi abissi, bisogna necessariamente partire da questa figura.

A differenza del viandante della tradizione romantica tedesca, sostanzialmente apolitico e con chiare connotazioni estetizzanti, Il viandante  di Hamsun incarna la singolarità anarchica, che può trovare solo nel movimento, nella fuga, nel rifiuto di un’individualità ben precisa la salvezza da una società ormai irrigidita, uniformata e ridotta a una carnevalata di ruoli intercambiabili. Come molti suoi personaggi e alter-ego, anche il viandante Knut Hamsun a suo modo fuggirà, cercando però la salvezza in un baratro assurdo. Il 7 maggio 1945, l’86enne Hamsun affermò infatti che Adolf Hitler doveva essere considerato una figura di riformatore del più alto rango, e in precedenza, negli anni del secondo conflitto mondiale, aveva sciaguratamente appoggiato il governo collaborazionista norvegese di Quisling, sostenendo la necessità di una vittoria di Hitler contro le forze alleate e in particolare contro gli angloamericani, perché il germanico Hamsun temeva la scomparsa della vecchia Europa e l’americanizzazione del mondo. Una diagnosi perfetta, purtroppo confermata dai decenni a venire, supportata però dalla più mostruosa e inaccettabile delle terapie.

Alla fine della guerra, Hamsun venne internato e processato. La domanda che si impone, allora come oggi, è tanto semplice quanto terribile: Perché uno scrittore di così grande sensibilità è incorso in un errore tanto assurdo? Com’è possibile che uno scrittore di tale levatura umana e morale commetta un gravissimo errore di valutazione e approvi le peggiori nefandezze? E’ una domanda che si impone anche nel caso di Céline e Pound.

Hamsun tentò di fornire una risposta con Per i sentieri dove cresce l’erba, che rimane uno dei grandi e imprescindibili documenti del Novecento: un libro che è insieme un memoriale, un’autodifesa e uno straordinario ancorché discutibile testamento spirituale. Un documento preziosissimo, inoltre, perché fa capire fino a che punto il rifiuto delle convenzioni sociali in nome di una presunta pienezza e totalità di vita possa trasformarsi nell’approvazione dell’orrore e della barbarie. Da questo punto di vista, lo si può davvero leggere come un’ideale continuazione di Victoria e La regina di Saba e dei capolavori giovanili Pan e Misteri.

Il giovane Hamsun, sulla scorta di Nietzsche, aveva infatti individuato nel nichilismo, nella morte di Dio e nel crollo dei valori tradizionali il possibile inizio di una nuova epoca e di una nuova umanità. Il viandante, che si incontra ovunque nelle pagine dei suoi libri, sembra incamminato verso un nuovo mondo e soprattutto verso una nuova idea di uomo, finalmente affrancato dalle vecchie schiavitù nascoste sotto la superficie dei valori umanistici. Il nuovo uomo, secondo Hamsun, sarà privo di un’identità definita e uscirà dalla gabbia dell’io, e in questo modo sarà finalmente libero. Il vecchio Hamsun, invece, deve purtroppo constatare che la presunta liberazione dalle vecchie schiavitù si è risolta in un abbaglio che lo ha coinvolto in prima persona. E che potrebbe ripetersi anche in futuro. Magari in forme diverse, meno mostruose e virulente, ma in compenso tanto più subdole. I sentieri “dove cresce l’erba” (la traduzione letterale è: Per i sentieri battuti) sono insomma destinati a rimanere gli stessi.

Hamsun ha riconosciuto il proprio abbaglio e il proprio errore e ne ha pagate le conseguenze, vivendo gli ultimi anni come un reietto e morendo in una condizione di totale solitudine. La Norvegia e l’Europa americanizzata uscita dal secondo conflitto mondiale hanno la coscienza piuttosto sporca nei suoi confronti, perché condannando l’abbaglio di Hamsun hanno evitato di riflettere sul proprio abbaglio, di diversa natura ma non meno grave. Per i sentieri dove cresce l’erba è il gelido breviario di una vecchiaia (e di una vita) senza speranza e insieme la lucida e disincantata confessione di questo abbaglio del singolo e della collettività. Ecco perché Knut Hamsun, oggi più che mai, nell’Europa dei sovranismi e delle piccole patrie, continua ad essere una figura simbolica e la testimonianza vivente di una condizione senza apparenti vie d’uscita.

Mattia Mantovani
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