La Rimini reinventata di Fellini

Il “gran bugiardo” e il borgo sull’Adriatico

di Mattia Mantovani

Si scrive (e in fondo si vive) sempre «dopo la fine», disse una volta Isaac Bashevis Singer, Premio Nobel per la Letteratura nel 1978, scrittore grandissimo e massimo rievocatore, insieme al diletto e venerato fratello Israel Joshua, del “mondo perduto” per eccellenza, quello dell’ebraismo europeo orientale. È una grande verità (o meglio, è la grande verità di ogni creazione artistica), perché è proprio dallo svanire e dall’infinito perdersi e trascolorare delle cose che nascono i racconti e la ricerca proustiana del “temps perdu”. Anche il luogo cinematografico per eccellenza, la Rimini di Federico Fellini, è stato vissuto e creato «dopo la fine» ed esiste principalmente come finzione, come dimensione e coordinata della memoria.

È un luogo che non esiste, infatti, e forse non è mai esistito così come Fellini lo ha raccontato, ma è tanto più reale proprio nella sua irrealtà. Beninteso, i luoghi esistono, ci sono, e costituiscono le tappe obbligate di ogni itinerario felliniano nella città: il leggendario Grand Hotel, la foce del fiume Marecchia, la zona del porto (che i riminesi chiamano “la palata”), i quartieri che vanno “verso monte” e cioè verso le colline dell’entroterra, il corso principale e soprattutto il cinema Fulgor, a poche decine di metri  dal Ponte di Tiberio che separa Rimini dal borgo di San Giuliano. Tutto è reale, tuttora ben riconoscibile, ma nella trasfigurazione operata dal regista è come se si fosse inserito un sostanziale differimento spaziale e immaginativo. L’esempio più evidente è rappresentato dal monumento al Milite Ignoto, con una figura femminile che provoca i primi turbamenti erotici nei ragazzi di Amarcord. Nel film, il monumento si trova sul lungomare, mentre nella realtà “reale” si trova in una piazza del centro, non lontano dal Cinema Fulgor.

 

Non deve quindi stupire che Fellini, il quale lasciò Rimini a soli 18 anni, nel 1938, e in seguito vi tornò molto raramente, non abbia girato un solo metro di pellicola nella città che gli ha dato i natali. I due film che si richiamano apertamente a Rimini (senza mai nominarla, peraltro), vale a dire I vitelloni e Amarcord, sono stati girati rispettivamente a Ostia, in altre zone del Lazio e nel leggendario Studio 5 di Cinecittà, e lo stesso discorso vale per gli altri film (I clowns, Roma e La città delle donne) che ripropongono in maniera indiretta ambienti e suggestioni dell’infanzia nel cosiddetto “borgo” sulle rive dell’Adriatico. Tutto il cinema di Fellini è insomma una finzione che ricrea la realtà nella consapevolezza di essere una finzione.

Fellini cominciò a raccontare e quindi a vivere Rimini subito dopo averla lasciata, quando nella Roma degli anni di guerra collaborò al giornale satirico Marc’Aurelio e scrisse tra l’altro una serie di gustose scenette dal titolo Secondo liceo, rievocando episodi ed esperienze scolastiche che più di trent’anni anni dopo confluirono in alcune indimenticabili scene della prima parte di Amarcord. È da questo nucleo originario che prese poi forma la “sua” Rimini reiventata. Nel 1967, seguendo il suggerimento dell’amico cinefilo Renzo Renzi, Fellini raccontò il suo rapporto col “borgo” in un bellissimo scritto intitolato La mia Rimini e svolse anzitutto alcune considerazioni sul passato e la memoria: «Non torno volentieri a Rimini. È una sorta di blocco. Non riesco a considerare Rimini come un fatto oggettivo. Rimini, cos’è? È piuttosto, e soltanto, una dimensione della memoria, una memoria tra l’altro inventata, adulterata, manomessa. Eppure debbo continuare a parlarne». è da questo ritorno/non ritorno a Rimini che negli anni successivi nasceranno i film rievocativi come I clowns, Roma e soprattutto Amarcord, nei quali Rimini, come già accennato, diventa oggetto di una sorta di differimento spaziale, nel senso che è Rimini ma insieme non è veramente Rimini, e nello stesso tempo non è dove Rimini dovrebbe essere. Una specie di “nessun luogo”, quindi, un po’ come la fantomatica “Pologna” in Ubu re di Jarry : «A Ostia ho girato “I vitelloni” perché una Rimini inventata è più Rimini della vera Rimini. È il mio paese, quasi pulito, nettato degli umori viscerali, è una ricostruzione scenografica del paese della memoria».

 

Ma se proprio si volesse individuare il luogo fondante e per così dire assoluto, lo spazio di una memoria che ricrea e rimodella la realtà, lo sfondo ultimo della consapevolezza che la realtà stessa diventa davvero reale e realmente vissuta solo nel racconto, allora non si potrebbe che individuare il Cinema Fulgor, che sta a Fellini un po’ come la camera oscura evocata in Fanny e Alexander sta ad Ingmar Bergman. Si capisce quindi perché a Rimini, allora come oggi, più di quarant’anni dopo, un film come Amarcord, pur amatissimo, viene accolto con talune riserve: «Ma in fondo non era così», dicono i riminesi. E in effetti è vero: non era così, per lo meno nella presunta realtà “reale”. «Lo confesso, sono un gran bugiardo», dichiarò del resto lo stesso Fellini in un’intervista concessa pochi mesi prima di morire, ripetendo quanto aveva detto anni prima, dopo l’uscita nelle sale di Otto e mezzo: «La vita è più reale quando la si racconta che quando la si subisce». Dopo molti anni di malintesi e incomprensioni, la sua città, il «borgo», ha finalmente deciso di tributargli il giusto e definitivo omaggio. Nell’autunno 2020, infatti, a suggello delle celebrazioni per il centenario della nascita (il 20 gennaio), verrà inaugurato il “Museo internazionale Federico Fellini”, con un nucleo centrale nella Rocca Malatestiana e numerosi spazi espositivi dislocati in varie parti della città. In quella Rimini che secondo Fellini era (ed è) «una parola fatta di aste, di soldatini in fila, che non si può oggettivare perché è un pastrocchio, confuso, pauroso, tenero, con questo grande respiro, questo vuoto aperto del mare».

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