La letteratura in quanto esilio

Da Omero a Kundera nel nome dell'altrove

di Marco Alloni

Tutta la grande letteratura è letteratura d'esilio.

Non mi risulta che nessuno abbia mai pronunciato una simile frase. Ma se così fosse, la sposerei all'istante. Se è infatti vero – ed è indubbio – che una buona letteratura può darsi anche senza esilio, una grande letteratura è probabilmente plausibile solo quando interessata dalla condizione dell'esilio.

Quante volte abbiamo sentito dire: «Lo scrittore Pinco Pallino ha narrato magnificamente la sua terra». E in ambito italiano vengono subito in mente le Lande di Pavese, le Marche di Volponi, la Sicilia di Sciascia, la Roma di Gadda e via elencando. Per non dire di quanto la dimensione «localistica» abbia permeato di sé opere della Svizzera-italiana come quelle di Pozzi, Martini o Orelli. Ma laddove al concetto di «esilio» si voglia prestare un'accezione allargata è come se dalla qualifica di buona letteratura si giunga naturaliter a quella di grande letteratura: ovvero di una letteratura che sa essere universalistica, a prescindere dalla sua ambientazione.

Vocazionalmente la letteratura (in particolare i romanzi) ci traghetta una condizione d'esilio permanente. È esilio dal pensiero dominante, dall'idem-sentire della massa, dall'identità circoscritta al campanilismo, dal conformismo intellettuale, persino dal comune senso delle cose. È uno scarto fuori e oltre i confini dell'ovvio, del risaputo, dell'identico a se stesso e dell'immediatamente noto. È, letteralmente, un salto al di là della terra amorfa dei luoghi comuni. È dunque, per sentetizzare, un esilio dalla norma.

E così ecco che gran parte della grande letteratura di tutti i tempi, da Omero a Dante ai nostri giorni, è sempre stata in qualche modo alleata della fuga, del viaggio, della contestazione e dell'oltrepassamento. E – in certi casi estremi – persino dello scandalo. Scandalo è infatti tutto ciò che allarga i confini dell'accettabile, suggerisce l'esistenza di terre d'esilio rispetto al protocollare e al risaputo e lancia la mente verso luoghi apparentemente inabitabili o inospitali.

Una scorsa all'ultimo secolo – il Novecento degli esili e delle deportazioni – ci racconta questo sodalizio fra esilio e grande letteratura in modo quasi plastico. Praticamente l'intera costellazione delle voci più emblematiche del secolo è composta da «esiliati»: gli uomini in fuga dall'Europa nazista (Mann, Singer, Weil) o dalle persecuzioni sovietiche (Pasternak, Solzencyn, Brodsky, Kundera), gli uomini in fuga dall'America Latina (Cortàzar, Vargas Llosa) o dagli Stati Uniti (Miller, Bowles), i grandi avventurieri dell'esotismo (Hemingway, Kapuscinski, Artaud, Flaubert), i pellegrini dell'Oriente (Rimbaud, Malraux, Hesse, Loti), gli esiliati arabi (Ben Jelloun, Maalouf, Djebar), gli espatriati africani (Okri, Saleh), i rifiugiati politici (Kadaré, Rushdie) e via elencando in una lista che potrebbe continuare all'infinito.

 

E in tutto questo universo di transfughi e sperimentatori dell'alterità ecco che si dispiega una sorta di mappa del tesoro: che cosa andavano cercando, costoro, se non la magia dell'altrove? Che cosa, nell'esilio coatto o volontario, se non l'incanto di una prospettiva, di uno sguardo e di una narrazione non convenzionali, non coartati alle leggi del potere e del conformismo?

In effetti esiste quasi una legge fisica, nell'essere da sempre la grande letteratura una letteratura a suo modo d'esilio: la legge della presa di distanza. Ogni scrittore degno di questo nome, in una certa misura, si allontana di qualche passo dall'oggetto che osserva, lo cerca da una prospettiva inedita, lo scruta da un altrove non prevedibile e non risaputo e lo pone così al di là del banale. Si pone rispetto alla realtà in una condizione di esilio e ne riconosce i lineamenti in tutta la loro estensione. Come accadeva a Monet che, nel dipingere i propri quadri, si serviva a volte di un lungo bastone per osservarli da lontano.

Così è in definitiva la letteratura d'esilio: un lungo bastone – che può essere mentale, fisico o morale – dalla cui estremità cogliere ciò che l'abitudine all'ovvio preclude allo sguardo.                

Condividi

Correlati