"Birdman" di Alejandro González Iñárritu con musiche di Antonio Sanchez

La musica da film sta cambiando

Il mainstream hollywoodiano incontra la clandestinità musicale

di Corrado Antonini

Notte degli Oscar felicemente alle spalle, un interessante articolo sulla rivista online Pitchfork indaga un fenomeno, o una tendenza, di cui si comincia a intuire la portata. Il fatto cioè che sempre più film prodotti a Hollywood stiano dando fiducia a musicisti attivi ai margini del mercato, in quella che, per comodità e forse anche a giusto titolo, abbiamo imparato a chiamare “scena sperimentale”.

Parliamo di film hollywoodiani di prima fascia, pellicole da decine se non centinaia di milioni di dollari che si affidano, per la colonna sonora, a musicisti semi-sconosciuti, o attivi, per l’appunto, in ambito di musica sperimentale. La cosa è ormai così diffusa da poter essere definita una tendenza, tanto che anche gli autori “tradizionali” di musica da film hanno capito che le cose stanno cambiando molto velocemente e cercano di aggiustare il tiro di conseguenza.

Il primo esempio riguarda una colonna sonora davvero particolare, quella cioè che il chitarrista dei Radiohead, ma anche musicista attivo in ambito di musica colta contemporanea, Jonny Greenwood, firmò, nel 2012 per il film The master di Paul Thomas Anderson. Echi di Krzysztof Penderecki, di cui Greenwood si proclama allievo, e la London Contemporary Orchestra ad eseguire il tutto. È subito evidente che siamo da un’altra parte rispetto alle colonne sonore classiche cui Hollywood ci ha abituato sull’arco degli ultimi decenni. La musica qui ha la precisa funzione di evocare il disturbo del protagonista, interpretato da Joaquin Phoenix, veterano della seconda guerra mondiale, il quale si affida a un master, un maestro che è a capo di una setta, interpretato dal compianto Philip Seymour Hoffman.

Sicuramente un’aria nuova per Hollywood. Jonny Greenwood dei Radiohead è ormai collaboratore fisso di Paul Thomas Anderson. Qui, per The master, ma anche, prima d’allora, per Il petroliere, e poi per Phantom Thread. Gli anni ’90 ci avevano lasciato in eredità l’idea che Hollywood (si pensi aveva fatto Quentin Tarantino) privilegiasse delle colonne sonore che erano ormai delle playlist. Il regista di turno che sceglie musica che ha già una sua storia, commerciale ma anche emotiva, e che conta proprio sul patrimonio emotivo che porta con sé quel dato brano per fare breccia nel cuore dello spettatore.

Quel paradigma ha cominciato a mutare negli anni 2000, e la colonna sonora de Il petroliere curata da Jonny Greenwood fu una delle prime che segnò un chiaro scarto rispetto a quel modello. Ormai siamo dentro un altro tipo di canone che vuole, e sono i registi in primis a volerlo, che il loro film suoni come nessun altro. Fateci caso, gli ultimi film di Paul Thomas Anderson suonano tutti in un certo modo, e questo proprio grazie alla mano di Jonny Greenwood. Non c’è nessun altro regista che suona come Paul Thomas Anderson. Per trovare questi suoni i giovani ma anche meno giovani registi di Hollywood si stanno rivolgendo a dei musicisti che non arrivano dal milieu del cinema, ma da altre esperienze musicali.

Uno dei maggiori compositori di colonne sonore degli ultimi anni, ahimè scomparso prematuramente qualche mese fa, era l’inslandese Johann Johannsson, affermatosi in origine come compositore di musica ambient concettuale e che poi, appunto, reinventatosi ad Hollywood. Sua la colonna sonora del film Prisoners di Denis Villeneuve nel 2013, che a detta del sassofonista Colin Stetson, al quale arriveremo fra breve, ha definito il nuovo template, il nuovo modello musicale per i film di registro drammatico hollywoodiani.

La musica di Johann Johannsson per il film Prisoners di Denis Villeneuve ha contribuito a definire il nuovo suono dei film di Hollywood, non solo nell’opinione di Colin Stetson, ma credo nella percezione di chiunque segua il cinema con una certa regolarità. C’è tutta una nuova generazione di musicisti che sta prendendo le distanze dai cliché musicali, cliché secondo i quali una data situazione, comica piuttosto che drammatica, debba avere, come sottofondo, una musica di un carattere e di un tono preciso, prestabilito, deciso a tavolino, perché si sa che determina un certo tipo di effetto sullo spettatore. Questo genere di convenzioni, pur se ancora prevalente, è ormai messo alla prova da un nuovo modo di intendere e di pensare la musica al cinema. Merito, si diceva, in primo luogo dei giovani registi, che vogliono che il loro film abbia un suono unico, riconoscibile, capace di marcare l’immaginazione dello spettatore e di creare un ponte fra i caratteri dei personaggi sullo schermo e la musica che scorre in sottofondo. Si pensi, ancora una volta, a come la musica di Jonny Greenwood sia tutt’uno coi personaggi problematici e marginali di Paul Thomas Anderson. E c’è poi anche che questi giovani registi cercano, per i loro film, quei musicisti e quei compositori dai quali si sentono ispirati, e l’ispirazione, va da sé, non può certo arrivare dai pacchetti musicali preconfezionati cui ci ha abituato Hollywood. Ecco dunque emergere Jonny Greenwood, che arriva dal rock, Johann Johannsson, che arriva dallo sperimentalismo ambient, oppure Trent Reznor e Atticus Ross (già del gruppo rock dei Nine Inch Nails) che sono ormai due degli autori più cercati di Hollywood. Loro, ad esempio, la colonna sonora del film The social Network, il film sulla nascita di Facebook e sul suo fondatore Zuckerberg, che sbancò al botteghino nel 2010.

Trent Reznor e Atticus Ross, dopo The Social Network hanno lavorato con registi quali Michael Mann, John Hillcoat, Susanne Bier e, soprattutto, per la serie tv The Vietnam War di Ken Burns. Il suono sperimentale entra così nelle colonne sonore della nuova Hollywood. La cosa pare quasi incredibile, pensando a come Hollywood sia, da un punto di vista artistico, uno dei luoghi meno votati allo sperimentalismo sulla faccia della terra, ma per quanto riguarda la musica, le cose stanno cambiando proprio in quella direzione. Oltre a quelli già citati, altri esempi lo confermano, si pensi soltanto a un film come Birdman di Alejandro González Iñárritu, la cui la colonna sonora era curata dal batterista jazz Antonio Sanchez, ed era una colonna sonora fatta, in buona parte, di sola batteria. Chi ha visto quel film non può non ricordarne il suono, che era distintivo come pochi e che di fatto ha contribuito a definirne il carattere.

Oppure si pensi a Mica Levi, in arte Micachu, un minuta musicista inglese che ha a lungo operato sulla scena sperimentale londinese, suonando, fra le altre cose, un aspirapolvere. Ebbene Mica Levi è diventata una compositrice di musica da film corteggiata dai più grandi registi attivi oggi a Hollywood. Ha curato, in particolare, la colonna sonora del film Jackie di Pablo Larrain su Jacqueline Kennedy, e ha curato quella di Under the skin di Jonathan Glazer con, nel ruolo principale, Scarlett Johansson.

Oppure ancora si pensi al sassofonista Colin Stetson, uno dei fenomeni del sassofono contemporaneo. Accanto alle sue performance solistiche e ai suoi dischi di pura sperimentazione, Stetson coltiva anche la passione per il cinema e le colonne sonore. Ne ha curate parecchie, dapprima dei film diciamo così minori, ma di recente gli è stata anche commissionata la colonna sonora di una serie tv importante come The First, con Sean Penn nel ruolo del primo uomo spedito in missione du Marte, e dove Stetson è stato lasciato libero di sperimentare a piacere, né più né meno di come fa sui suoi dischi. Anche qui la scelta di avere un musicista come Stetson nella squadra non è casuale. Il regista e i produttori della serie erano interessati precisamente al suono del suo sassofono, all’universo sonoro che il suo modo di suonare il sassofono riesce a creare, un universo assolutamente unico e che subito, con delle immagini, ha facoltà di stamparsi in modo indelebile nella mente dello spettatore, e il film, o la serie tv, d’un tratto diventa un’esperienza unica, che non assomiglia a nessun’altra.

La musica da film sta dunque cambiando profondamente. Il mutamento è epocale. Lo sperimentalismo in musica che entra nei studios di Hollywood e che viene candidato agli Oscar, è qualcosa di davvero rilevante per la comunità dei musicisti che fanno del lavoro di ricerca e della sperimentazione la loro missione. Non solo Hollywood paga dei signori cachet, ma questi musicisti trovano d’un tratto un palscoscenico per la loro musica che mai avrebbero avuto con i loro dischi o i loro concerti. Mica Levi, Colin Stetson, Trent Reznor, Antonio Sanchez, Lesley Barber, Warren Ellis, Ben Frost, Geoff Barrow, sono davvero tanti i nomi dei giovani musicisti d’ambito sperimentale che si sono fatti notare dal cinema che fa cassetta. Questo incontro di mainstream hollywoodiano e clandestinità musicale è uno dei fenomeni più interessanti di questi anni. Da un lato i soldi, dall’altra la creatività. E chi ha i soldi ha fame di creatività, di idee nuove. È un segnale davvero bello e importante, e che speriamo non sia solo una tendenza effimera ma possa davvero insufflare nuova vena nel cinema di oggi. I segnali, per ora, vanno in questa direzione.

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