La perfezione è imperdonabile

Cristina Campo tra attenzione e poesia

di Valerio Abate

«Venite, mie canzoni, parliamo di perfezione:
ci renderemo passabilmente odiosi.»
Ezra Pound

Gli imperdonabili sono accomunati da una colpa. Parlare di perfezione è fastidioso, la perfezione attira odio, e la colpa è proprio la ricerca della perfezione e il volerla assumere come fine dell’arte; come fece l’«imperdonabile Benn,... nella sua stola purpurea di confessore della forma» (Cristina Campo, Gli imperdonabili, Adelphi 1987). La perfezione è una presunzione e una vocazione, è l’imitatio dei che a molti pare un tacito rimprovero alla loro condotta di vita. Questo è dunque imperdonabile, anche là dove l’arte è il tentativo di dare forma al dolore, all’incontrollabile, alla morte. La perfezione, l’attenzione, la verità, la giustizia, la bellezza, gravano di una pesantezza difficile da reggere, sono una fatica che pochi sono disposti a portare. Ma, per Cristina Campo, la salvezza sta esattamente in ciò che è alto e difficile.

Campo trascorre un’infanzia solitaria. In compagnia dei grandi classici della letteratura si ritaglia un mondo fiabesco nel boschetto dell’ospedale – «vegliare sola: come da bambina /col califfo e il visir per le vie di Bassora» (Cristina Campo, La tigre assenza, Adelphi 1991). Le mille e una notte, Belinda e il mostro la accompagnano anche in età adulta quando entra in contatto con l’ambiente dell’Ermetismo fiorentino. Con una breve raccolta di poesie – Passo d’addio – sancisce l’abbandono del suo stato di allieva. E lo fa con una lirica intensa, come se si liberasse di una profonda intimità: «Moriremo lontani. Sarà molto / se poserò la guancia nel tuo palmo / a Capodanno».

Gli ultimi anni della sua vita sono i più bui. La sua religiosità – un tempo tanto sobria e cristallina – si radicalizza e opacizza in un attaccamento disperato alla Chiesa. È sempre più impietosa verso quella che sente essere la sua imperfezione, e nel cristianesimo vede l’unica àncora di salvezza. Ma ciò che di più ricco e fecondo vi è in Campo è quel che ci ha lasciato prima del doloroso affievolimento.

Incontro con Cristina Campo
Incontro con Cristina Campo A cura di Olga Amman (Archivi RSI, 1977)
 

La poeta presenta sobrietà e una purezza della lingua che si costruisce sull’etica – qualità che ammirava in due figure su di lei influenti: Hugo von Hofmannsthal e Simone Weil. Fa della precisione e dell’esattezza di ogni parola la sua armatura. Rigore monacale che non tradisce minimamente la poesia della sua prosa e dei suoi versi. Un’armatura invero diversa da quella fatta di sapere di quei «popoli studiosi» che, tra storia e filologia, hanno costruito tutt’attorno all’essenziale: ciò che non è stato detto, il taciuto. Campo cerca la nudità della scrittura; la cerca nella lettura di Weil, dalla quale apprende il concetto di attenzione, che diverrà la qualità fondamentale per l’attività poetica – e per la vita umana.

Contro ogni immaginario sull’arte, Campo ci dice che l’immaginazione sorge quando non vi è attenzione e quindi si evade dalla realtà creando immagini illusorie. Questa immaginazione – che è passionale – è impazienza e fuga, e questo impedisce la libera lettura del reale. Ognuno di noi grida per essere letto per quello che è, in modo giusto – Vitangelo Moscarda ne è l’emblema. L’immaginazione si posa sulla realtà del mondo e delle persone come una membrana fallace, nutrita di distrazione e indifferenza al reale, quindi causa di ingiustizia.

Può suonare strano, ma Dante – per Campo – non è un poeta dell’immaginazione, bensì dell’attenzione: rende giustizia alla realtà mostrandone gli innumerevoli strati. Per questo la poeta considera Leopardi l’ultimo dei critici in Italia, poiché «tutto ciò che non si presti a una lettura multipla, egli lo ignora» (Gli imperdonabili). Un tempo spettava all’uomo giusto il nome di mediatore, e «al giusto occorre attenzione. Poesia è anch’essa attenzione, cioè lettura su molteplici piani della realtà intorno a noi, che è verità in figure. E il poeta che scioglie e ricompone quelle figure, è anch’egli mediatore: tra l’uomo e il dio, tra l’uomo e l’altro uomo, tra l’uomo e le regole segrete della natura.»

Per mediare le cose serve igiene morale. La perfezione esige disciplina, esercizio continuo, rigore, sino a raggiungere la «sprezzatura» del maestro – la maestria tecnica che dissolve la tecnica. Se lo stile è «accresciuto sentimento di vita», la «sprezzatura è un ritmo morale, è la musica di una grazia interiore;... è infatti una briosa, gentile impermeabilità all’altrui violenza e bassezza, un’accettazione impassibile».

Il poeta ha il compito di rendere giustizia, e questo presuppone attenzione. L’attenzione è capacità di attesa, e nel gesto poetico è attesa di qualcosa di sconosciuto – come nelle fiabe «la cosa della quale si parte in cerca non può né deve avere un volto». Ora vediamo il poeta, immobile, che fissa il buio e trema, poiché l’esperienza del mistero attrae e intimorisce. Campo vede la realtà come un tappeto del quale noi possiamo vedere il retro, mentre il disegno è visibile solo a Dio. Due mondi, un tappeto. Chi può dirsi capace «di fornire l’ultima chiave, la piccola chiave d’oro, alla decifrazione del mondo»? L’arte fallisce nel tentativo di svelare il mistero, ma è proprio questo fallimento a mostrarne la presenza: come dice Campo, all’impossibile si arriva attraverso l’impossibile.

Cristina Campo: la ricerca della perfezione
Cristina Campo: la ricerca della perfezione di Ida Boni (Archivi RSI, 1990)

«Una spirituale devozione al mistero di ciò che esiste è stile di virtù propria... Un poeta che ad ogni singola cosa, del visibile e dell’invisibile, prestasse l’identica misura di attenzione,... questi sarebbe il poeta assoluto.» Autore di quelle poesie che «non cercano le vie dell’inesprimibile ma danno l’inesprimibile come la sola presenza». L’attenzione, l’attesa sollecita l’arrivo di quella scintilla, «come il parafulmine il fulmine, come la preghiera il miracolo.» L’imprevisto appare per destino in una verità in figura, per questo la pura espressione che ne scaturisce in poesia è geroglifica: «decifrabile solo in chiave di destino.»

Qui giace la giustizia e la bellezza della poesia, che non è dunque divulgazione del mistero, né una sua rappresentazione, è invece il manifestarsi dello stupore, della meraviglia e della consapevolezza di esistere nel mistero. «L’attenzione è il solo cammino verso l’inesprimibile, la sola strada al mistero. Infatti è solidamente ancorata nel reale, e soltanto per allusioni celate nel reale si manifesta. I simboli delle sacre scritture, dei miti, delle fiabe,... per millenni hanno nutrito e consacrato la vita». – L’attenzione, alla fine, è «la forma più legittima, assoluta di immaginazione.»

Troppo spesso si sottovaluta uno dei nostri più antichi saperi, la fiaba. I poeti praticano l’arte di porre giustamente in relazione gli avvenimenti, «c’è più verità nelle loro fiabe, che nelle dotte cronache. Siano pure i loro personaggi e i destini di questi inventati: il senso nel quale sono stati inventati non ne è perciò meno vero e naturale.» (Novalis, Enrico di Ofterdingen, Adelphi 1997)

Campo dispiega il valore conoscitivo della fiaba. Per comprendere serve un’esperienza simbolica: il simbolo è una verità in figura che perdura nel tempo proprio perché si fa metafora del reale e delle forze originarie. Tuttavia, se «un tempo il poeta era là per nominare le cose: come per la prima volta... Oggi sembra là per accomiatarsi da loro, per ricordarle agli uomini... prima che siano estinte» (Gli imperdonabili). Campo soffre la perdita di quella ricca eredità di cui la modernità ha fatto tabula rasa. Il nostro è un tempo di povertà simbolica, ma la verità che giace nel fondo dell’arte permane, e Campo ama il suo tempo proprio perché «è il tempo in cui tutto vien meno ed è forse, proprio per questo, il tempo della fiaba. E certo non intendo con questo l’era dei tappeti volanti e degli specchi magici, che l’uomo ha distrutto per sempre nell’atto di fabbricarli, ma l’era della bellezza in fuga, della grazia e del mistero sul punto di scomparire».

Cristina Campo, un ritratto
Cristina Campo, un ritratto di Corinne Zaugg (Archivi RSI , 2017)

Allora bisogna spogliarsi di ogni ornamento e diventare anonimi per poter vedere quei «piccoli siti in rovina, scavati da tutti i venti, mangiati da millenni di piogge. Profili di rupi, soglie di selve da cui si sciolsero in lampi, pleniluni, vortici di vapori, le apparizioni che diedero al vecchio mondo i suoi terrori e i suoi canti. Bozzoli di perenne sapienza... Il poeta vi concentrava lo sguardo come lo si concentrava sulla figurina di cera rossa trafitta dallo spillone: per investirla delle supplici energie dell’amore, per trarne ciò che sta fra ciò che non si può dire e ciò che l’uomo, di nuovo, proverà a dire...»

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