La prigione della libertà

Armando Punzo e i suoi trent'anni di lavoro nel carcere di Volterra

di Daniele Bernardi

Se mi dovessero chiedere in quale luogo, oggi, in Italia è in gioco un'operazione teatrale pura e radicale degna di questo nome, credo che la prima risposta sarebbe la Casa di reclusione di Volterra, in Toscana, dove, da trent'anni, Armando Punzo lavora con la popolazione detenuta facente parte di quella che è nota come la Compagnia della Fortezza.

Era il 1987 quando l'artista napoletano – che allora, tra le altre cose, aveva alle spalle un percorso di spettacoli di strada, l'esperienza del Gruppo Internazionale L'Avventura e la collaborazione con Thierry Salmon – entrava in carcere per condurre un breve laboratorio. Da allora, Punzo non ha più lasciato quelle mura e, oltre ad aver dato vita a spettacoli memorabili come I Pescecani, ovvero Quello che resta di Bertold Brecht (Premio Ubu 2004) o il recente Beatitudo, è stato in grado di modificare la graniticità di un'istituzione che più di altre sembra contenere contraddizioni emblematiche ed enigmi della nostra società.

Mentre la stragrande maggioranza di attori e registi, quindi, è in balia delle perenni e capricciose correnti di un mondo culturale che è, in tutto, simile al più magmatico dei mercati, Punzo, ancora, nel chiuso di una prigione brechtianamente rinuncia alle seduzioni in nome dell'intuizione artistica che lo ha portato a confrontarsi con un'incandescenza umana autentica: «del carcere si parla come di un luogo buio», si legge nelle bellissime pagine del suo È ai vinti che va il suo amore (Edizioni Clichy, 2013), «io vi ho trovato la luce. Del teatro se ne può fare anche (a) meno, lì ho scoperto tutta la sua necessità».  

Ma cosa contraddistingue il lavoro della Compagnia della Fortezza? Per quale motivo, a differenza di altre esperienze di teatro e carcere, questa risulta essere unica nel suo genere? In primo luogo perché Punzo parte da un presupposto preciso: non gli interessa rapportarsi a tale condizione in una «dialettica buonista e migliorista» che non fa che «confermare il carcere per quello che è». Ciò che gli preme, invece, è dare forma, in modo alto e impeccabile, all'urgenza artistica di un processo di cui è parte un'umanità che ha varcato un limite. Secondariamente perché quello di Volterra è probabilmente un caso unico: qui è stato dimostrato – e forse per la prima volta – come un Istituto di Pena possa anche essere un Istituto di Cultura.

Per chi non ha mai preso parte a una delle repliche presso la casa di reclusione in cui opera la compagnia, è certo difficile immaginare di cosa faccia esperienza lo spettatore quando, lasciati i documenti e i propri effetti personali, marcia attraverso gli imponenti cancelli che lo separano dai luoghi in cui avrà luogo lo spettacolo. Già in questo passaggio, durante il quale lo spettatore abbandona gli orpelli del proprio quotidiano per entrare in una zona realmente altra, è come se un rito fosse iniziato: non si è il pubblico che siede in poltrona in attesa del consumo e nemmeno quello dei parenti che assiste a un'attività educativa; no, qui, forse, si torna a essere testimoni di un evento destinato a consumarsi come fuoco in una cerimonia.

Poi, dopo la lunga attesa che, sempre, precede il principio di ogni performances, quando l'ultima inferriata viene smossa è un mondo di corpi e colori ad accogliere la folla: dalle maschere e dai trucchi di Pinocchio agli interni costellati di lettere di Hamlice, dalle grotte incrostate di ori e porpore di Santo Genet allestite nel braccio della prigione ai meravigliosi quadri-costumi di Beatitudo, è un mondo onirico di straordinaria forza espressiva a rivelarsi agli occhi stupiti dei presenti – presenti che, qui, vengono ad ascoltare, attraverso questo teatro che pare emerso da una tela di Salvador Dalì, il rovescio delle parole di Shakespeare, Rabelais, Pasolini, Beckett e Borges. Un'altra verità, allora, affiora da quei testi scanditi da chi, come scrive Punzo, è il superstite «di una grande guerra della vita». 

Oggi dopo i tanti riconoscimenti ottenuti, Armando Punzo, i suoi detenuti-attori e i molti collaboratori (fra questi lo scenografo Alessandro Marzetti e la costumista Emanuela Dall'Aglio) proseguono nel loro percorso, seguitando a creare, di anno in anno, opere dalle quali avrebbero da imparare molti sedicenti artisti del nostro tempo. A chi volesse avvicinarsi al mondo creativo di questa realtà, si consiglia, dunque, un viaggio a Volterra nel mese di luglio (periodo in cui, solitamente, hanno luogo le rappresentazioni). Non da ultimo si raccomanda, anche, la lettura del sopraccitato È ai vinti che va il suo amore; libro che raccoglie, assieme agli scritti del regista, una ricca serie di fotografie che documenta splendidamente i primi venticinque anni di lavoro della compagnia.

 

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