La rivoluzione dei mirtilli

“Moon river”, o di come la campagna incontrò la metropoli

di Corrado Antonini

Quando pensiamo alle grandi canzoni americane della prima metà del Novecento, pensiamo implicitamente a delle canzoni nate in ambito urbano. O meglio, pensiamo a delle canzoni che riflettono una sensibilità e un gusto che è quello di una generazione che vedeva nella città, e in particolare in New York, il centro d’ogni cosa. Gli anni ’20 e gli anni ’30 del Novecento sono gli anni in cui la canzone americana assunse un carattere diverso, scoprì nuove forme e il ritmo sincopato del jazz, ma s’inventò anche una nuova lingua per quelle canzoni, ed erano forme, caratteri e una lingua essenzialmente urbani, frutto di un complesso amalgama di genti, di tradizioni e di culture che trovarono una loro perfetta sintesi nella New York d'inizio Novecento.

Gli autori di questo repertorio di canzoni erano compositori e parolieri cresciuti in buona parte proprio a New York, a cavallo del secolo. Si pensi ai fratelli George e Ira Gershwin, a Richard Rodgers e Lorenz Hart, ad Irving Berlin, ad Harold Arlen, a Jerome Kern e molti altri. Un’illustre eccezione fu Cole Porter, nativo di Peru, una cittadina dello stato dell’Indiana, che faticò non poco ad imporsi a Broadway, ma che paradossalmente finì poi con l’incarnare meglio di chiunque altro lo spirito mondano, cosmopolita e sofisticato di un’epoca, conquistando infine New York dopo aver soggiornato a lungo in Europa, Parigi e Venezia in particolare.

Ma ancor più di quella di Cole Porter, ci interessa qui la biografia di Johnny Mercer, paroliere, compositore, attore e cantante nato nel 1909 nel profondo sud degli Stati Uniti, a Savannah, stato della Georgia. Johnny Mercer fu un caso assolutamente unico nel panorama degli autori di canzone del periodo. Di una decina d’anni più giovane rispetto ai Gershwin, ai Cole Porter e a tutti gli altri, avrà però la fortuna di crescere artisticamente nella loro scia a partire dagli anni ’30. Dal decennio successivo diverrà il paroliere più corteggiato di Hollywood, firmando canzoni memorabili a fianco di compositori quali Harry Warren, Harold Arlen, Jerome Kern, Jimmy Van Heusen, Henri Mancini o Hoagy Carmichael.

Se da un lato Johnny Mercer ebbe il merito di immedesimarsi appieno in quello spirito urbano che aveva forgiato la canzone americana d’inizio Novecento, dall’altro il suo DNA portava anche in dote quegli elementi che avrebbero contribuito a traghettare la canzone americana verso una dimensione se non proprio rurale, certo più attenta a quelle realtà che negli anni ’20 e ’30 erano considerate provinciali, oltre che profondamente anti-moderne. Dall’eleganza cosmopolita e metropolitana, l’arte americana prese a spostarsi sempre più verso il regionalismo e la semplicità della vita rurale: dai racconti di Francis Scott Fitzgerald ai romanzi di John Steinbeck; dall’eleganza e dal garbo di Fred Astaire, al Kansas contadino di Judy Garland ne Il mago di Oz; dalla Rapsodia in blu di George Gershwin, ai balletti “western” di Aaron Copland.

Una canzone che sancì in modo definitivo la fine e insieme l’inizio di una nuova era nella storia della canzone americana fu con ogni probabilità Moon River, scritta da Johnny Mercer a fianco del compositore Henri Mancini per il film Colazione da Tiffany di Blake Edwards. Nella versione per così dire di riferimento, quella cioè interpretata da Audrey Hepburn nel film, spicca in bella evidenza una chitarra acustica. L’ambientazione di per sé non è cambiata (siamo pur sempre in città, al centro del glamour e della vita notturna), ma quella chitarra acustica ci proietta direttamente in campagna, dentro quella dimensione folk che di lì a pochi anni avrebbe travolto New York e l’America tutta grazie alla generazione dei folksinger cresciuti non più a Broadway e Tin Pan Alley, ma nei locali e negli scantinati del Greenwich Village. Niente più sassofoni e trombe, niente più swing, niente più sale da ballo. Dell’età del jazz, in Moon River, non v’è quasi più traccia.

Se la musica decretò, grazie al suo carattere “folk”, uno scarto rispetto al suono della metropoli americana della prima metà del secolo, non di meno si può dire sul piano più squisitamente poetico, grazie al testo scritto da Johnny Mercer. A un certo punto, fra le strofe, Mercer infila queste parole: waiting ‘round the bend / my huckleberry friend, “aspettando oltre la curva il mio amico dei mirtilli”. Huckleberry friend, in inglese, è diventata un’espressione idiomatica proprio grazie all’estro poetico di Johnny Mercer, e sta indicare non tanto l’amico con cui ci si accompagna a raccogliere mirtilli, quanto l’amico di gioventù, colui col quale si è cresciuti, e accanto al quale si sono vissute avventure o esperienze decisive. In questa immagine che meno cittadina non si può, troviamo sintetizzato il cambiamento di cui sopra. Negli anni ’30 nessun paroliere americano si sarebbe mai sognato di infilare dei mirtilli in una canzone (neppure in Porgy & Bess, ambientata nella Carolina del sud, dove il miraggio restava pur sempre quello di fuggire verso le città del nord: There’s a boat dat’s leaving soon for New York; ma anche Oh Bess, Oh where's my Bess? – a New York, per l’appunto). È possibile che molti newyorchesi non l’avessero neppure mai vista una pianta di mirtilli, e comunque una formula del genere (my huckleberry friend), espressione di un sentimentalismo sincero ma anche un po’ da sempliciotto, alla maggior parte di loro avrebbe fatto un ben strano effetto. Senza dimenticare la gustosissima assonanza, certo non casuale, fra quel huckleberry friend e Huckleberry Finn, l’eroe picaresco e campagnolo di Mark Twain.

Oltre che essere una semplice, breve ma gran bella canzone, Moon river di Henri Mancini e Johnny Mercer sta insomma più dalle parti di Tom Sawyer o, appunto, di Huckleberry Finn, che non da quelle del Grande Gatsby o delle mille luci di Broadway. Pochi mesi dopo, per la cronaca, un ragazzo poco più che ventenne appena sbarcato a New York da Duluth, stato del Minnesota, avrebbe composto una canzone intitolata Blowin’ in the wind, e l’America, volente o nolente, sarebbe diventata tutta un’altra cosa.

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