Le relazioni pericolose

Klaus Kinski e il cinema di Werner Herzog

Solo Herzog avrebbe potuto fare di Klaus Kinski il proprio attore. Da sempre interessato a zone altre della persona e al confronto con una natura totale, divina e distruttiva, Herzog, com'è risaputo, è, oltre che regista di lungometraggi di finzione, un grande documentarista: quale "territorio" migliore, allora, del folle interprete tedesco per esplorare, attraverso la creazione, i tratti estremi dell'umano? Non è un caso che il primo abbia definito Fitzcarraldo (un film quindi) il suo miglior documentario e che nelle interviste il secondo dicesse sé: «Io non interpreto, io sono Aguirre, Nosferatu, Fitzcarraldo, Woyzeck». Il discorso torna.

Va aggiunta ancora una considerazione – certo sostenuta anche da altri – attorno a questa relazione e alla figura dell'attore: se essa non ci fosse stata, da un lato il cinema di Herzog non sarebbe stato lo stesso, dall'altro il percorso di Kinski probabilmente non avrebbe potuto "fiorire". Di fatto, Herzog fu il solo a permettergli la massima espressione di sé, della propria natura. Se scorriamo rapidamente la filmografia di Kinski – il quale rifiutò ruoli offerti da Fellini, Pasolini e non pochi altri – da un punto di vista del valore artistico è evidente, rispetto allo sterminato panorama, il ruolo di rilievo del regista. Senza di lui, quindi, il megalomane Kinski non avrebbe avuto la cornice adatta ai suoi maggiori picchi.

 

Autodidatta dalla presenza magnetica, talentuoso, non particolarmente intelligente (almeno questo è ciò che sembra se si legge il primo volume – non fa venire voglia di passare al secondo – di quell'autobiografia infarcita di aneddoti sessuali che è Ich bin so wild nach deinem Erdbeemund) come attore Kinski aveva una caratteristica radicata nella persona: quella di sapersi imporre violentemente, sovente in modo irrispettoso, senza curarsi dell'altro. Vorace, insaziabile, da un certo punto di vista "sadiano" – e, quindi, anche, criminale – innervava le sue performances di un furore che altro non era se non l'espressione della propria ferocia. Ma nello specifico è grazie a Herzog che la quintessenza di tale tratto è stata immortalata in pellicole quali Aguirre, furore di Dio (1972) o Cobra verde (1987).

Eppure nel percorso nato da questo connubio c'è un tassello in cui Kinski, sempre lavorando su una circostanza estrema, mostra anche la propria fragilità; e non è un caso che l'attrice che gli era a fianco in quell'occasione, Eva Mattes, sia una delle poche ad aver dato di lui un ritratto diverso.

La pellicola, come si sarà intuito, è Woyceck (1978), dall'omonima opera Georg Büchner. Le riprese ebbero luogo alcuni giorni dopo quelle di Nosferatu (altra celebre interpretazione kinskiana in presenza di Isabelle Adjani, Bruno Ganz e Roland Topor) e l'attore poté riposare davvero poco prima dell'inizio. Fu quindi con «spossatezza» e «sfinimento» che si calò nei panni del soldato tradito Franz, il quale, nel dramma, in preda alla psicosi uccide a pugnalate la moglie Marie ai bordi di uno stagno.

Per lo spettatore è evidente, credo, quanto Kinski operi, qui, in "stato di grazia". Forse solo Bruno Schleinstein, l'artista outsider poi protagonista di L'enigma di Kaspar Hauser (1974), avrebbe potuto – come aveva inizialmente ipotizzato il regista – arrivare alla densità di tale resa. Intervistata da Herzog nel bellissimo documentario Kinski, il mio nemico più caro (1999) Eva Mattes, che indica Kinski come il più professionale interprete con cui abbia lavorato, giustamente sostiene quanto, per un attore, lavorare in una condizione di "debolezza", di reale nudità emotiva sia un'occasione che solo un vero artista sa cogliere. E il risultato, infatti, è evidente: basti citare, fra le tante scene, quella in cui Franz è sull'argine accanto a Marie prima del delitto: Kinski è come abbandonato al proprio corpo, in perfettea aderenza a quella che, in teatro, spesso chiamiamo "organicità".

La parabola di Klaus Kinski è terminata nel 1991 con un infarto, in California. Dopo un'esistenza di dissennatezze, «si è spento proprio come una cometa». Le figlie, di cui una, l'attrice Pola Kinski, a distanza di anni ha sostenuto in un libro di essere stata lungamente abusata dal padre, non erano al suo funerale. Nell'ultimo periodo, si era dedicato al solo progetto di film a cui avesse mai pensato: il bizzarro Kinski Paganini (1989). Difficile, impossibile, scindere, in una figura controversa come quella di Kinski, arte e vita: d'altra parte, come si è sostenuto a più riprese, solo chi, come Herzog, si è sempre confrontato con ciò che sta oltre il limite, avrebbe potuto ricavarne l'essenza.

Daniele Bernardi
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