(keystone)

Leonard Cohen

L'ombra della luce

Le canzoni di Leonard Cohen hanno qualcosa di prezioso e commovente: ad ogni riascolto si misura ciò che  della vita, nel frattempo, faticosamente, si è capito.

Le sue ballate, la sua voce insieme ruvida e calda, i suoi testi (capaci di coniugare carne e spiritualità, estasi e depressione, amore umano e sacra pienezza) custodiscono un mistero: il mistero degli opposti che, compenetrandosi, si avvalorano. Del resto, come afferma la più grande tradizione sapienziale: tutte le cose sono in realtà un'unica cosa, la via che sale e quella che scende sono una sola e medesima via, così come inseparabili sono la gioia e il niente.

Con questa consapevolezza, Leonard Cohen non si arresta di fronte al negativo, ma si dispone alla contraddittorierà dell'esistenza (Songs of Love and Hate). In lui, l’estasi è uno stato dialettico. La grazia e la pienezza non sono unilaterali, ma sono tali proprio perché si accompagnano ad un pensiero conturbante ed inesprimibile: quello della caducità, della necessità del tramonto (I am ready, my Lord, scrive nel suo disco testamentario, in modo sereno, come se anche la morte possa aprire uno spazio di purezza).

Come nei testi dei più grandi mistici dell’Occidente o dei superni eremiti d’Oriente, nelle canzoni di Leonard Cohen si respira la dimensione della non-dualità delle cose: love and hate, life and death, eros e thanatos, carne e spirito. Per quanto drammatiche, strazianti, dolorose, le ballate di Cohen mettono pace. E questo perché non contrastano il rollio fra gli opposti, ma lo accettano, con la consapevolezza della «variata unità del mondo».

Le canzoni di Cohen celebrano l’amore, ma celebrano anche la sua fine, la necessità del suo tramonto (Dance me to the end of love). In esse si gode sia della luce sia dell'ombra. Si scopre di non esistere in se stessi, ma di poter essere tutto nel tutto e niente nel niente. In esse non si capisce cosa provenga dal cielo e cosa invece emerga dalla terra, cosa sia peccato e cosa sia devozione, cosa sia l’io e cosa sia il tu, cosa sia il sublime e cosa la miseria. Perché Leonard Cohen, come Milarepa, passa attraverso il buio per vedere la luce, ed è consapevole che la  luce non esiste senza l’oscurità (e viceversa, You want it darker).

Nato nel 1934 alla periferia di Montreal in una famiglia medio borghese di origini ebraiche, Cohen vive un'esistenza ancipite: la prima parte la trascorre in ossequio agli eccessi (LSD, cocaina, alcol), mentre la seconda la dedica alla ricerca spirituale (ricerca estrema che lo porta a isolarsi per 15 anni nel tempio buddista sul Mount Baldy in California).

La sua vocazione artistica si esplica in due campi. Innanzitutto poeta: a 33 anni viene acclamato per la raccolta Let us compare mytholigies, cui faranno seguito numerosi libri, fra cui il più bello, Beautiful losers. Quindi cantautore. I primi dischi sono prevalentemente folk: dolenti, malinconici. Quintessenza di questo primo periodo è Suzanne (senza il quale De André non sarebbe stato ciò che è stato). Poi subentra il jazz, la musica mediterranea e orientale (a seguito del soggiorno sull’isola greca Hydra). Verso la fine degli anni Ottanta Cohen abbraccia l’elettronica, i tappeti sonori di organo Hammond e altre tastiere, e volge al gospel, con l’introduzione di cori femminili. Il disco I’m your man (1988) è emblematico di questa fase. Un disco che influenzerà generazioni di musicisti (come dimostra l'omaggio I'm your fan del 1991 cui parteciperanno, fra gli altri, gli Rem, Nick Cave e John Cale).

Poi, sul finire del millennio Cohen sceglie la retraite e abbraccia il buddhismo. Ciononstante continua a scrivere e a pubblicare dischi (The Future, Ten New Songs, Dear Heather) e libri. Il 2008 segna il ritorno di Cohen  sui palchi di tutto il mondo, con il World Tour: Dance me to the End of Love.  Il successo è strepitoso. Nella voce di Cohen riecheggia una consapevolezza cosmica, misterica. Più profonda, più sicura. La reintegrazione degli opposti sembra sorreggerla in ogni cosa che dica, dalla più terrena alla più sublime. Le canzoni, cantate come dolci ninnananne, rivelano lati oscuri, dolori inconfessabili, metafisiche agnizioni. Parlano dell’inizio e della fine, della luce e dell’ombra, della vita e della morte, salutando ogni cosa con un dolce e profondo Hallelujah. Ed è questa voce, in cui la vita risplende al di là delle proprie ceneri, quella che rimarrà per sempre nelle orecchie dei suoi seguaci.

Mattia Cavadini
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