(© Keystone)

Letizia Battaglia

Fotografia tra denuncia e poesia

di Francesca Cogoni

A photo is a small voice, at best, but sometimes ‒ just sometimes ‒ one photograph or a group of them can lure our senses into awareness. È quanto pensava il celebre fotografo documentarista statunitense W. Eugene Smith, capace come pochi di catturare l’essenza della realtà. In sua memoria è stato istituito il prestigioso Premio Eugene Smith per la fotografia sociale. Nel 1985, Letizia Battaglia è stata la prima fotografa europea a ricevere questo significativo riconoscimento. La sua collaborazione come fotoreporter con il quotidiano palermitano «L’Ora» era iniziata circa dieci anni prima. Oggi, Letizia Battaglia ha 84 anni, non ha più le forze per fare la fotoreporter, ma di certo non ha perso il vigore intellettuale, la sensibilità e la determinazione che l’hanno sempre contraddistinta. Tiene ancora fieramente la macchina fotografica al collo, conserva uno sguardo curioso e attento, custodisce un bagaglio speciale di ricordi, di cui molti feroci suo malgrado, e un enorme archivio di fotografie e negativi a testimoniare un lungo percorso professionale ed esistenziale fatto di coraggio, irreprensibilità e passione.

Letizia Battaglia non ama le etichette, in primis quella di “fotografa di mafia”, sebbene una buona parte della sua produzione, la più nota, riguardi l’efferatezza di Cosa Nostra. In realtà, anche la stessa definizione di “fotografa” le sta stretta: preferisce considerarsi una “persona che fotografa”. Lei, che la fotografia l’ha vissuta come documento ma anche come salvezza, come un mezzo capace di soddisfare la sua continua sete di libertà e di giustizia. Le foto devono poter dire insieme una cosa sola: devono dire che nel mio piccolo cerco la giustizia, la bellezza, cerco l’innocenza. E nel momento in cui fotografo non ci deve essere sciatteria, non ci deve essere casualità. In quel momento devo onorare quella morte, devo onorare il dolore, la tragedia (dal libro di Giovanna Calvenzi, Letizia Battaglia. Sulle ferite dei suoi sogni, Bruno Mondadori 2010).

Ecco, il binomio brutalità/purezza è subito evidente quando osserviamo gli innumerevoli scatti realizzati dalla fotografa palermitana dall’inizio degli anni Settanta a oggi. Succede anche nell’attuale mostra antologica a lei dedicata: “Letizia Battaglia. Fotografia come scelta di vita”, in corso alla Casa dei Tre Oci di Venezia. Le oltre 300 fotografie esposte ci mostrano un approccio al mezzo fotografico lontano da compromessi, retorica, formalismi o tecnicismi. Uno sguardo senza pregiudizi che si è posato tanto sui corpi massacrati dalla criminalità organizzata, quanto su quelli indifesi e in fiore delle bambine incontrate nei vicoli e nei rioni della sua amata/odiata Palermo. Bambine nelle quali Letizia Battaglia, cresciuta con troppe imposizioni, sposatasi a 16 anni con l’illusione di una vita migliore e ritrovatasi a 25 anni con già tre figlie, rivede se stessa bambina, i suoi sogni e le sue speranze precoci.

Documentare le forti tensioni della realtà con rispetto per la verità e con empatia è sempre stato un atto di responsabilità per Letizia Battaglia, che negli anni ha sovente pensato di bruciare parte dei suoi negativi, perché legati a un doloroso pezzo di storia della sua terra. Molte immagini  rappresentano per lei un mostruoso accalcarsi nella testa di urla, pianti, corpi straziati, le foto si mescolano ai suoni rivissuti, alle voci, alle sirene che attraversano la città e che comunicano che qualcosa di violento è successo. Ma tra i tanti scatti realizzati con “poca tecnica e tanto cuore”, come lei stessa afferma, non ci sono solo lacrime e sangue, ci sono anche volti candidi, come quello de La bambina con il pane (quartiere La Kalsa, Palermo 1979), o corrucciati come nel caso de La bambina con il pallone (La Cala, Palermo 1980), ci sono il folklore delle feste religiose e l’opulenza dei ricevimenti mondani, miseria e nobiltà, poesia e squallore.

Ci sono, insomma, tutti i violenti contrasti della sua Palermo, città da cui tante volte Letizia Battaglia è fuggita, per poi tornare più forte di prima. La prima fuga è a Milano, all’inizio degli anni Settanta, per riprendere in mano la sua vita. Qua ritroverà la sua indipendenza, farà numerose conoscenze e comincerà a familiarizzare con il medium fotografico. Immortala un inquieto Pier Paolo Pasolini al Circolo Turati, e poi Franca Rame alla Palazzina Liberty. Ma ben presto, Letizia Battaglia è richiamata a Palermo da Vittorio Nisticò, direttore de «L’Ora», che le affida la direzione del team fotografico e il compito di documentare la realtà cittadina, in quel periodo lacerata e scossa dalle continue, inarrestabili stragi mafiose. Così ha inizio l’avventura di Letizia Battaglia come fotoreporter, un percorso intenso e arduo che l’ha vista rivoluzionare con il suo stile estremamente personale, intuitivo e istintivo, il ruolo della fotografia di cronaca.

Letizia entra nelle case, registra le cerimonie, i momenti di festa, ma la sua è prevalentemente una fotografia di strada, perché è sulla strada che si incontra la gente, è in strada che ci si abbraccia e si litiga, è in strada che si viene uccisi ed è ancora in strada che si gioca e ci si nasconde e ci si bacia. […] Il suo modo di fotografare (le persone, i luoghi, gli eventi) ha la capacità di non incagliarsi mai nei luoghi comuni, ma di fare di continuo critica sociale, mettendo in discussione i presupposti visivi della cultura contemporanea, scrive di lei Francesca Alfano Miglietti, che ha curato la mostra presso la Casa dei Tre Oci di Venezia.

Appassionata e combattiva: è con questa tempra che Letizia Battaglia, ben incarnando l’ossimoro del suo nome, ha sempre affrontato ogni progetto portato avanti, non solo in veste di fotoreporter, ma anche di regista, ambientalista, editrice delle Edizioni della Battaglia, direttrice del Centro Internazionale di Fotografia di Palermo inaugurato due anni fa. Negli anni è stata anche assessore con la giunta di Leoluca Orlando durante la “Primavera di Palermo”, ha partecipato alla fondazione del Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato” e ha cofondato il periodico «Mezzocielo», realizzato da sole donne. Tutto ciò l’ha fatto e lo fa animata da un profondo senso civico ed etico, spesso andando controcorrente e tenendo bene a mente dei versi a lei tanto cari: Strappa da te la vanità, / Ti dico strappala. / Ma avere fatto in luogo di non avere fatto / questa non è vanità. / [...] Qui l’errore è in ciò che non si è fatto, nella diffidenza che fece esitare (Ezra Pound, Canti Pisani).

Ritornando alla dichiarazione di  W. Eugene Smith, le fotografie di Letizia Battaglia non sono certamente delle “piccole voci”, alcune volte sono delle grida, altre volte preghiere, dolci sussurri, schiamazzi, lamenti. E di sicuro, ogni volta che le guardiamo, parlano alla nostra coscienza.

Intervista a Letizia Battaglia

Intervista a Letizia Battaglia

Di Claudia Iseli (Archivi RSI, 2017)

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