Lolitaland

Con Rezzori nella terra del futuro

Nato nel 1914 a Cernowitz in Bucovina, agli estremi confini orientali dell’impero austroungarico al tramonto, e morto nel 1998 nella casa nei pressi di Firenze dove trascorse gli ultimi trent’anni di vita, Gregor von Rezzori è stato l’ultimo esponente letterario del cosiddetto “mondo di ieri” e uno dei massimi testimoni della tragica fine della vecchia Europa. Grande virtuoso della lingua tedesca, maestro di leggerezza e disincanto, frequentatore distaccato e spesso sarcastico del jet-set internazionale e del “demi-monde” (che ormai sono la stessa cosa) e autore di alcuni tra i massimi capolavori della letteratura del secondo Novecento (vale la pena ricordare Edipo a Stalingrado, Un ermellino a Cernopol e La morte di mio fratello Abele), Rezzori compì un lungo viaggio negli Stati Uniti intorno alla metà degli anni Ottanta. E non fu un viaggio qualsiasi.

Il suo viaggio americano aveva infatti uno scopo ben preciso: seguire da “straniero” le tracce di Lolita, la ninfetta protagonista dell’omonimo e celeberrimo romanzo di Vladimir Nabokov che Rezzori aveva in parte tradotto in lingua tedesca per il glorioso editore Rowohlt sul finire degli anni Cinquanta. Scritto originariamente in inglese, il resoconto del viaggio, pubblicato nel 1987 e proposto in versione italiana dall’editore Guanda (che ha il merito di aver reso nuovamente accessibile Rezzori ai lettori italofoni), si intitola non a caso Uno straniero nella Terra di Lolita.

Con la consueta e impagabile ironia, nelle prime pagine Rezzori spiega in questo modo i retroscena e le cause remote del viaggio: «Al principio degli anni Venti, in un’Europa devastata dalla prima guerra mondiale, molti europei vedevano nell’America la promessa di un futuro luminoso. Ci volle un’altra guerra per farci capire che quello che era sembrato un futuro luminoso era diventato un presente alquanto noioso, che non valeva la pena di inseguire facendo il giro del mondo. Ciò che rimaneva dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale non era più europeo. Per lo più si era trasformato in un’America di seconda mano». La Lolita di Nabokov diventa quindi lo spunto per una proustiana ricerca del “temps perdu” e insieme per una riflessione sul rapporto tra realtà “reale”, realtà astratta e proiezioni immaginative.

Incontro con Gregor von Rezzori

Incontro con Gregor von Rezzori

A cura di Vittorio Sereni (Archivi RSI, 1968)

 

Il filo conduttore del viaggio americano di Rezzori è appunto costituito dall’astrazione delle forme di vita. Lolitaland, la “Terra di Lolita”, è infatti una zona grigia dove concretezza e astrazione, vita e rappresentazione sembrano fondersi in qualcosa di non meglio definibile. È un’esperienza che il viaggiatore/narratore vive un po’ ovunque sulle tracce di Lolita, ma soprattutto alle cascate del Niagara, anche se la declina nel segno di un elusivo fatalismo: «Le cascate -osserva Rezzori- avevano attratto folle di turisti. E tuttavia quell’enorme landa desolata di cemento sembrava deserta. Potevano essere del Wisconsin o della Virginia, dell’Arkansas o del Montana, all’apparenza identici alle persone che si incontrano nello Holstein, in Baviera, Lombardia, Scandinavia, Australia o Canada. Sembravano la folla in un qualsiasi posto del cosiddetto Occidente del pianeta (cioè l’America) ed erano vestite come si veste il 99 per cento della gente di oggi: le stesse T-shirt con i Levi’s, o le polo e i pantaloni della tuta di poliestere, le stesse giacche a vento sintetiche, le stesse scarpe da ginnastica o mocassini, e gli stessi cappellini da baseball».

Il viaggio, che ripercorre in maniera essenziale ma molto fedelmente le peregrinazioni di Lolita Haze e Humbert Humbert, si chiude dopo ventunomila chilometri con uno sguardo proiettato nel futuro, che per Rezzori è costituito dall’insorgere di un nuovo tipo antropologico, l’abitante di “Lolitaland”, la Periferia planetaria trasformatasi in Centro: «abbagliante miscuglio di illusione e cruda realtà», e soprattutto «inferno astratto» di una “realtà” irreale che ormai non ha neanche più punizioni da infliggere. E che Rezzori, col passo del grande scrittore, restituisce in immagini di straordinario impatto: «Laggiù, fuori dall’oscurità densa, oltre una linea invisibile che poteva essere l’orizzonte perduto, serpeggiavano prima le luci e poi i bagliori di uno di quei segmenti in cui la statale sfiorava una cittadina addormentata e la sua vita astratta. Sapevamo che era una fata morgana, un’astrazione delle magnifiche possibilità della vita, che al tempo stesso le simulava e le negava, come le promesse erotiche di uno strip-tease».

Esattamente come il suo grande modello e nume tutelare Thomas Mann, Rezzori sa di essere un epigono: non un protagonista, insomma, ma piuttosto il testimone di un’irreversibile mutazione sociologica e antropologica. Con una sola, ma fondamentale differenza: Mann poteva ancora dire «Dove sono io, lì è la Germania», mentre Rezzori non può che limitarsi alla constatazione di un nulla sempre più dilagante: tutto è uguale dappertutto, a Lolitaland.

Rezzori, testimone di un secolo

Rezzori, testimone di un secolo

A cura di Enrico Lombardi (Archivi RSI, 1989)

 

Goethe sosteneva che il senso più profondo del viaggio consisteva non già nel “trovare”, ma piuttosto nel “ritrovare” sé stessi nel mondo. Il viaggio americano di Rezzori dimostra che due secoli dopo le parole dell’autore del Faust sono ormai parole vuote, che sembrano provenire non già da altri secoli, ma perfino da altre ere geologiche. A Lolitaland non c’è più niente da trovare, né tantomeno da ritrovare. Non ci sono più protagonisti, nemmeno testimoni, ma solo comparse, come spiega lo stesso Rezzori in questo splendido passo che è anche un compendio del suo viaggio: «Sentimmo il suo terribile potenziale di crescita che si sviluppava in scintillanti megalopoli. E lo sapevamo, quando tornammo a casa in Toscana o nella Foresta Nera, nelle Lowlands scozzesi o nell’Ile-de-France, che ci saremmo presto ritrovati a Lolitaland. Esattamente come sarebbe accaduto ovunque sul pianeta. È la terra del futuro».

Mattia Mantovani
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