Mafia italiana e serie tv

Un matrimonio di successo ma imperfetto

di Barbara Camplani

Stiamo assistendo a un vero e proprio boom di serie televisive incentrate sulla criminalità organizzata in Italia, di ieri e di oggi. Da La mafia uccide solo d’estate, che ripercorre la storia della mafia siciliana attraverso lo sguardo di un bambino, a quel capolavoro di Gomorra, giunta alla sua terza stagione, a Suburra.

Come spesso succede, le trame non propongono sceneggiature originali, ma rimasticano e reimpastano plot narrativi già raccontati in forma di romanzo o lungometraggio. Addirittura, nel caso di Gomorra, il titolo diventa un vero e proprio brand, un marchio di prestigio con cui sfornare prodotti diversi. È chiaro che queste serie vogliono cavalcare l’onda di quello che si è rivelato un enorme successo commerciale. Ma per diversi motivi – e da appassionata del genere spiace dirlo – non sempre ci azzeccano in pieno.


"Suburra": una storia già vista, che porta alla saturazione
L’ultima arrivata, Suburra, quella che avrebbe potuto approfittare dei lampi di genio delle precedenti, si rivela la più difettosa. La storia prende liberamente spunto dallo scandalo scoppiato a Roma nel 2014, poi ribattezzato Mafia Capitale, che portò all’arresto di una cinquantina di persone fra pregiudicati, politici e imprenditori, in combutta fra di loro da decenni per spartirsi la città. E infatti dai personaggi della fiction è facile risalire ai veri nomi coinvolti: dietro ai Manfredi si riconoscono i Casamonica, il più importante clan zingaro mafioso di Roma; gli Adami, boss di Ostia, sembrano ispirarsi alla famiglia Spada; il Samurai è chiaramente il criminale Massimo Carminati; mentre per il politico corrotto c’è l’imbarazzo della scelta. È la suburra (sub urbe) insomma, il mondo marcio che si nasconde sotto la coltre di splendore della Città Eterna, dove il potere politico e clericale intrallazza con la malavita.

Rispetto a romanzo e film omonimi, Suburra - La serie si presenta come un prequel e segue i traffici di tre giovani criminali. Si tratta tra l’altro della prima produzione in Italia di Netflix, che ci tiene a fare le cose per bene: affida la regia a Michele Placido, nome importante dello “spaghetti gangster” (suoi i film Romanzo criminale e Vallanzasca); crea una promozione in pieno stile romano underground, commissionando un murales ad hoc in uno dei quartieri chiave della movida capitolina; valorizza le canzoni di denuncia del cantautorato locale. Eppure, la serie trasuda stanchezza narrativa. Le orge dei cardinali depravati, gli sgozzamenti a sangue freddo, i complotti, la corruzione che intossica ogni istituzione… è tutta roba già vista, che sa di scandalo vecchio, raccontato oltretutto – a differenza dell’estetica noir che caratterizzava il film – con uno stile indistinto. Anche i dialoghi intrisi di regionalismo e aggressività appaiono come uno stereotipo forzatamente esibito. Paradossalmente risulta più avvincente la docu-fiction a puntate I mille giorni di Mafia Capitale, uscita proprio negli stessi giorni della serie, che di quel mondo mostra i veri volti (Carminati in primis) e la reale, devastante portata.


La mitizzazione della figura del criminale
Il modello di riferimento di tutti i film mafioso-criminali sfornati negli ultimi anni in Italia è il romanzo-inchiesta pubblicato da Roberto Saviano nel 2008: Gomorra. Un libro, ormai culto, che ci fa sprofondare nelle pieghe più recondite di quel cancro chiamato camorra napoletana, mostrandocela dall’interno, in tutta la sua complessità e brutalità. Un Male così invasivo e diffuso, da far scomparire progressivamente il Bene, vanificando ogni speranza in una possibile resistenza. Originariamente questa impostazione pessimistica mirava a un intento di denuncia e di impegno civile, ma tradotta nelle logiche del film d’azione si è trasformata in un trittico insidioso: in una escalation vertiginosa della violenza mostrata, nella totale soppressione dei personaggi “buoni” e nella rappresentazione di criminali dalla psicologia sempre più profonda e romantica, intrepretati tra l’altro dai nuovi bellocci – bravissimi, per carità – del cinema italiano. Fra queste cinquanta sfumature di cattivi diventa a un certo punto inevitabile iniziare a parteggiare per l’uno o per l’altro, per quello meno disumano, quello con un proprio codice d’onore, quello che ha subito un tradimento.

Si entra in una questione controversa: fino a che punto la cinematografia è libera di perseguire il proprio fine primario, che è l’arte? E a partire da quando, invece, è lecito che subentri un discorso di responsabilità? Perché di fatto, se dalle nostre parti al massimo possiamo provare un moto di innocua empatia per questi divi criminali, per il ragazzino che vive nella periferia di Scampia, con davanti a sé un futuro di miseria, è facile passare a un sentimento di idealizzazione ed emulazione. E questo allarme, oltre che sbraitato da Sgarbi, è stato più volte lanciato anche da esperti e dall’Antimafia italiana. D’altra parte, lo stesso Saviano in Gomorra raccontava di cosche che imitano gli atteggiamenti visti in C’era una volta l’America o Il Padrino, e di donne camorriste che si vestono come le eroine di Kill Bill. A chi si sarà ispirato il pregiudicato di Ostia che a novembre, con una brutalità inedita, ha preso a testate il giornalista che lo stava intervistando in diretta?


Un'immagine falsata rispetto alla criminalità di oggi?
Forse però queste serie tv nascondono un rischio ancora più subdolo: quello di alimentare una rappresentazione del crimine organizzato che non corrisponde più a quello odierno. Il problema era tra l’altro già stato tematizzato nel romanzo, vincitore del Premio Strega 2013, Resistere non serve a niente di Walter Siti, che segue le vicessitudini di un criminale 2.0 dei giorni nostri: genietto in matematica, laurea da 100 e lode all’università, vita da trader di successo… e affiliato mafioso. Una figura molto distante da quella del borgataro spaccone, ignorante e violento che dilaga nei vari Gomorra, Suburra e compagnia.

Sicché il vostro core business non sono più l’intimidazione, la paura, la sparatoria?”. “Non possiamo più permetterci di riciclare i profitti in beni individuabili sul territorio; la speculazione finanziaria è il nuovo linguaggio. Il folklore da film ci fa comodo come copertura, è un ottimo specchietto per le allodole. Qualche volta, ti dirò, l’abbiamo perfino alimentato apposta: i giornalisti hanno la bavetta quando possono parlare di sangue, droga, incaprettamenti delle pteromafie. (da "Resistere non serve a niente")

Pteromafie, così vengono definite quelle rappresentazioni rimaste cristallizzate agli anni Ottanta. Questo non vuol dire che quel tipo di mafia non esista più, ma di certo oggi la partita mondiale non si gioca più sugli appalti truccati o sul controllo di questo o quel quartiere. Complici in particolare l’avvento di internet e la globalizzazione dei mercati, nella società fluida contemporanea i nuovi campi di battaglia sono diventati la speculazione finanziaria, l’economia, il riciclaggio e le truffe che si compiono nell’etere cibernetico. Si tratta di una criminalità organizzata che vive latente in mezzo a noi, difficilissima da stanare, tanto che solo una piccola percentuale di questi reati riesce ad essere intercettata dalla magistratura e dalle forze dell’ordine.

Ed è là, dove la giustizia ancora non riesce ad arrivare, che subentrano i giornalisti-scrittori: per denunciare, per diffondere prevenzione, per alzare il velo di inconsapevolezza che copre i nostri occhi. E non lo fanno tramite gli atti di un processo, bensì tramite le loro inchieste, i loro romanzi e, perché no, anche tramite buone serie tv.

 
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