René Magritte, autoritratto, 1965
René Magritte, autoritratto, 1965

Magritte

L’artista che dipingeva il mistero del mondo

di Francesca Cogoni

Tanto quieto e misurato nella vita privata quanto imprevedibile, enigmatico e bizzarro nella sua carriera pittorica, René Magritte ha impresso nell’arte del Novecento un segno magnetico e spiazzante. Guadagnatosi l’appellativo di “saboteur tranquille”, Magritte ha fatto vacillare lo sguardo ordinario e abitudinario, turbando quel tanto da sbaragliare le comuni certezze con uno stile solo apparentemente semplice. “Il vero valore dell’arte – diceva – è in funzione del suo potere di rivelazione liberatrice”. È proprio questa sua volontà di farsi cantore dell’inesplicabile che ne ha fatto uno dei pittori più geniali e iconici del Ventesimo secolo.

Nato a Lessines, piccola cittadina a ovest di Bruxelles, il 21 novembre 1898, già da bambino René François Ghislain Magritte si convince della “magia dell’arte”: nel cimitero abbandonato di Soignies si imbatte in un uomo intento a dipingere, in virtù di questo incontro inizia a vedere la pittura come un’arte “vagamente magica” e il pittore come un individuo “dotato di poteri superiori”.

Ma un’altra visione scuoterà la sua esistenza, segnando il suo approccio all’arte. Dopo l’Accademia di Belle Arti di Bruxelles, Magritte comincia a lavorare come designer di carta da parati e illustratore pubblicitario e realizza i suoi primi dipinti, in parte influenzato dalle avanguardie futurista e cubista. Ma, nel 1923, l’artista resta folgorato della riproduzione del quadro Canto d’amore (1914) di Giorgio de Chirico. Una statua classica, un guanto in lattice, una palla: il fascino misterioso di questo capolavoro è per il giovane pittore come “una poesia trionfante”, lontana anni luce dall’effetto stereotipato della pittura tradizionale, è “una nuova prospettiva attraverso la quale l’osservatore ritrova un senso di isolamento e può finalmente ascoltare il silenzio del mondo”. Tale sconvolgente visione conduce Magritte dritto verso il Surrealismo.

Storia del Surrealismo

Storia del Surrealismo

A cura di Bertrand Denis (Archivi RSI, 1966)

 

“Essere surrealisti significa bandire il ‘déjà vu’ dalla mente e cercare il non ancora visto”. Con questa convinzione, e con in mente le immagini delle opere di de Chirico in primis, ma anche di Max Ernst, Derain, Picasso e Duchamp, Magritte inizia la sua personale rivoluzione surrealista. Nascono i suoi primi enigmatici lavori, dove non guarda al reale per ritrarlo o interpretarlo, bensì per mostrarne il mistero insondabile, perché nella vita “tutto è mistero”. Discostandosi dall’automatismo psichico tipico dei surrealisti francesi, Magritte vira verso un peculiare stile figurativo: la sua è una pittura di stanze solcate da nuvole, di corpi simili a manichini, di volti sdoppiati o celati, di tende e sipari che svelano o nascondono, di elementi che sembrano ritagliati e incollati; una pittura dai toni scialbi e smorzati, che inganna, disorienta e insinua dubbi.

Mele, ombrelli, bicchieri, bombette, foglie, pipe e sedie popolano i suoi quadri senza una logica o un criterio razionale. Magritte desidera far “urlare” questi oggetti familiari e per far ciò utilizza una grammatica pittorica tutta sua: ingigantisce gli oggetti o ne modifica il materiale, li decontestualizza  inserendoli in nuove, inconsuete relazioni. Nel dipinto Le Noctambule (Le Revérbère) del 1927-1928, un uomo con bombetta e soprabito (figura ricorrente nei quadri di Magritte e sorta di suo alter ego) è ritratto di spalle in un interno domestico, accanto a lui un lampione stradale rischiara l’ambiente. Pochi elementi familiari bastano per creare un cortocircuito visivo.

Quello tra il 1926 e il 1938 viene considerato il periodo d’oro dell’arte magrittiana: il pittore si trasferisce per qualche anno a Le Perreux-sur-Marne, nella prima periferia parigina, con la sua inseparabile moglie Georgette, conosce André Breton e frequenta la scena artistica della Ville Lumière, raffina progressivamente la sua capacità di creare sulla tela un “effetto poetico sconvolgente”, teso a scuotere in profondità le abitudini mentali e percettive dell’osservatore. Realizza i cosiddetti tableaux-mots, dipinti in cui l’immagine è accostata alla scrittura come la Femme cachèe del 1929, che finisce sulle pagine della rivista La Révolution surrealiste, o come La Trahison des images, con la celebre frase Ceci n’est pas une pipe: una critica non solo alla rappresentazione classica, ma anche alle convenzioni linguistiche.

Dal 1933, scosso da un sogno-allucinazione che gli fa vedere un uovo al posto dell’uccello in una gabbia, comincia a impiegare il metodo delle “affinità elettive”: esplorando il quotidiano, cerca di riportare in superficie quei legami intrinseci tra gli oggetti che l’inconscio ha sepolto. In Le Modèle rouge (1935), per esempio, due piedi si tramutano in scarpe, o viceversa, generando un rapporto crudele, quasi mostruoso.

 

“Il surrealismo rivendica per lo stato di veglia una libertà simile a quella che abbiamo nel sogno” afferma il pittore nel corso della conferenza intitolata La ligne de vie, che si tiene il 20 novembre 1938 presso il Koninklijk Museum voor Scone Kunsten di Anversa. È l’occasione giusta per svelare i meccanismi del suo lavoro e manifestare apertamente la sua distanza da tutti quegli “artisti prigionieri del concetto di talento, di virtuosismo e tutte le piccole raffinatezze estetiche”.

Le sue opere inizialmente non vengono ben accolte da Breton e compagni, né tantomeno dalla critica, ma, come un ironico seminatore di inquietudini e sagace sterminatore di certezze, Magritte continua per la sua strada con la missione di interrogare l’apparenza del mondo reale, mettendo in scena l’equivoco gioco tra “visibile apparente” e “visibile nascosto”.  A lui, che è un po’ filosofo e un po’ poeta, poco interessa l’atto del dipingere, che talvolta trova finanche un po’ noioso, piuttosto è il pensiero insito nell’opera a contare davvero.

“Invece di cercare un modo di dipingere più o meno originale, ho preferito andare al fondo delle cose, fare della pittura uno strumento per approfondire la conoscenza del mondo, una conoscenza che è inseparabile dal suo mistero. […] Per mistero intendo ciò che è inconoscibile, ciò che la scienza non può ridurre a una conoscenza esprimibile”, dichiara in un’intervista del 1966.

E anche dopo le brevi e bizzarre divagazioni del periodo “Renoir” (o “surréalisme en plein soleil”), in cui vivacizza la sua tavolozza per scongiurare il grigiore dell’occupazione tedesca, o dell’ancor più radicale periodo “vache”, che motteggia il diktat parigino, Magritte ritorna sempre alla sua cifra stilistica e alla sua poetica, fatta di ipertrofie e illusioni, contraddizioni e metamorfosi. Nemmeno il successo sulla piazza americana dalla fine degli anni Quaranta, sostenuto dall’intraprendente mercante Alexander Iolas, lo distolgono dal suo intento primario di travalicare la realtà apparente delle cose. Un compito che porta avanti lungo tutta la sua placida esistenza, trascorsa accanto alla sua amata Georgette in una  modesta casa di Bruxelles, dove è solito dipingere nello spogliatoio attiguo alla camera da letto.

Esempio emblematico di come dietro un uomo ordinario possa nascondersi un artista straordinario. L’impassibile figura con bombetta di tanti suoi quadri era lui, ma in fin dei conti lo siamo un po’ anche tutti noi, perplessi e disorientati di fronte al mistero della vita.

 

 

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