Maledetti veri e finti

Cinismo e buonismo in letteratura

La dicotomia è sotto gli occhi di tutti: da una parte ci sono gli scrittori cinici (nel senso originario del termine), dall’altra ci sono gli scrittori buonisti. Ai primi fanno da modello i cosiddetti maudits della grande letteratura europea: Baudelaire, Rimbaud, Artaud, Céline, Genet e altri. Ai secondi la sterminata colonia degli autori ispirati da orizzonti di ecumenismo, fratellanza, solidarietà e animo escatologico: primo fra tutti Tolstoj e il suo alter ego Bezukhov.

Un certo equivoco interpretativo vorrebbe che i primi siano più autentici, più onesti, più ficcanti e più disincantati, mentre ai secondi spetterebbe una ambigua inclinazione alla retorica e all’astrattismo. Si tratta di un abbaglio a cui la critica si presta per mancanza di categorie o di distinguo più stringenti: per esempio che esiste una gran pleiade di scrittori cosiddetti “buonisti” che, pur mirando al Bene, hanno testimoniato il Male e lo hanno fatto assai meglio e con maggiore esattezza di quanto abbiano fatto i cosiddetti scrittori “cinici”. Basti ricordare Solzenitcyn e quel millenarista anarchico che fu Henry Miller. Un numero considerevole di scrittori sedicenti “cinici” o sedicenti “maledetti” hanno viceversa fatto del Male o del presunto Male una categoria sostitutiva del Bene di cui è permeato il loro satollo status borghese.

Se vogliamo essere radicali possiamo quindi dire che la famigerata diade cinici/buonisti non ha nessuna ragion d’essere. Pavese, per esempio, che era un uomo devastato dal Male, cantò il bene delle Langhe come nessun altro. E Bataille, che celebrò il Male fino a farne il suo tema capitale, non visse infine se non all’insegna di una benevola serenità da professore.

Quando si leggono certe dichiarazioni di autori che si pretendono “maledetti” o perseguono la “maledizione” pur all’interno di un sontuoso corredo di privilegi borghesi, viene allora da pensare che a costoro manchi tragicamente il senso di distinzione fra vera maledizione e maledizione fasulla. E quando costoro reclamano di promuovere una fiera opposizione al politically correct è bene drizzare le orecchie e chiedersi se questo – almeno in gran parte dei casi – non sia che un atteggiamento sociale per épater les bourgeois, cioè se stessi e i loro simili.

In ambito italiano il confronto potrebbe essere fatto tra Aldo Busi – la cui esistenza giovanile pagò di condizioni di privazione e indigenza de facto da vero maledetto – e molti suoi epigoni, i quali il proprio “finto maledettismo” lo perseguono invece da un rassicurante ritiro borghese da cui trasuda il cinismo del tutto innaturale di chi può economicamente permetterselo. L’uno è un maledetto esistenziale autentico, gli altri maledetti attorali nostalgici di tutto il manque di cui un vero maledetto è vittima dal tempo in cui era un ragazzino destinato.

Si apre così una seconda dicotomia che in qualche misura risolve il problema alla radice: quella fra maledetti proletari e maledetti borghesi. La maledizione proletaria è maledizione elettiva, è maledizione originaria, è maledizione dello spirito e della materia. La maledizione borghese è solo nostalgia della maledizione. E laddove un maledetto proletario lotta fino all’ultima lacrima contro la maledizione che lo attanaglia, il maledetto borghese spasima per poter convivere con una maledizione che invece gli è fatalmente negata.

Come si riflette questa dicotomia tra veri e finti maledetti in letteratura? Da una parte abbiamo una scrittura che trasuda sofferenza, disagio, rovello e lacerazione, dall’altra una scrittura che trasuda una patetica ansia di sofferenza e una ridicola ansia di disagio e di lacerazione. Da una parte abbiamo il sangue e dall’altra la camomilla colorata di sangue.

D’altra parte uno scrittore, come si suggeriva all’inizio, non è più autentico perché più disagiato o più infelice di un altro. Non è nel segno della disperazione originaria che si misura l’autenticità di un autore. Uno scrittore è autentico solo e soltanto se accoglie, con Baudelaire, la massima: Tout homme qui n’accepte pas les conditions de la vie, vends son âme.

Proust era un vero scrittore borghese. Molti altri sono finti scrittori maledetti. La propria condizione sociale è un destino: indossarne un’altra perché fa chic è il modo migliore per votarsi alla maledizione di far ridere soltanto i polli.

Marco Alloni
Condividi

Correlati