Artist Portrait with a Candle, 2013
Artist Portrait with a Candle, 2013 (© Marina Abramović)

Marina Abramović

Cinquant’anni di performance affrontando l’ignoto

Spazzolarsi violentemente i capelli fino a strapparli via e ferirsi il volto; urlare a tal punto da perdere la voce; sdraiarsi all’interno di una stella in fiamme fino a perdere conoscenza; pulire ossessivamente uno scheletro umano; percorrere a piedi metà della Grande Muraglia cinese... Potrebbero sembrare le azioni irrazionali e assurde di un folle. E invece sono  gesti e imprese compiuti con assoluta lucidità e profonda consapevolezza di sé. Si tratta di alcune delle performance che hanno segnato il lungo e complesso cammino artistico di Marina Abramović.

Noncurante di critiche, polemiche, rischi e imprevisti, dopo quasi 50 anni di carriera, a Marina Abramović piace ancora sfidare se stessa e il suo pubblico. Basti pensare alle ultime vicende che l'hanno vista protagonista: l’aggressione da parte di un megalomane in occasione della recente apertura della grande retrospettiva a lei dedicata presso Palazzo Strozzi a Firenze, e poi le inutili diatribe sorte attorno al manifesto da lei ideato per la 50a edizione della regata Barcolana di Trieste, in cui Marina compare sorreggendo una bandiera con la scritta We’re all in the same boat.

La nuova visione

La nuova visione

Abramovic, Capra, Panikkar e Witteeven (Archivi, 1996)

Personalità provocatoria? Scomoda? Controversa? Io preferisco vederla come un’artista ostinata e, per certi versi, generosa ‒ e dopo aver letto la sua illuminante autobiografia Walk Through Walls. A Memoir ne sono convinta ancora di più. Se Marina Abramović  è considerata la “regina della performance” è perché a questa particolare forma d’arte vi ha dedicato tutta la vita e le energie, il corpo e la mente, persuasa del potere trasformativo dell’arte e della capacità della performance di stabilire un contatto profondo con se stessi e con il mondo, un legame autentico e privo di filtri con il pubblico.

La performance è una costruzione fisica e mentale che il performer realizza in un tempo e in uno spazio specifici di fronte a un pubblico, e poi accade il dialogo con l’energia. Il pubblico e il performer realizzano l’opera assieme. […] Abbiamo paura della sofferenza, del dolore, della mortalità. Quello che faccio è mettere in scena queste paure di fronte al pubblico. Uso la vostra energia e con questa energia posso  spingere il mio corpo più lontano possibile. E poi mi libero da queste paure. Sono il vostro specchio. Se posso farlo per me, potete farlo per voi stessi. (estratto da TED Conference 2015).

I lavori di Marina Abramović rivelano molto delle sue radici balcaniche, dell’infanzia e della gioventù trascorse nella ex Jugoslavia, ma anche delle antinomie e urgenze del presente. Il suo approccio si è evoluto e delineato a poco a poco nel tempo, anche in seguito alle intense esperienze vissute in realtà remote del mondo, a stretto contatto con gli aborigeni australiani, i monaci tibetani, le popolazioni indigene del Brasile, per andare oltre il prevedibile, il tangibile, il superfluo: Sperimentare significa andare in territori dove non sei mai stato, dove il fallimento è molto probabile. Come fai a sapere che ce la farai? Per prima cosa bisogna avere il coraggio di affrontare l’ignoto. A me piace vivere nelle terre di mezzo, nei posti dove ti lasci alle spalle le comodità della tua casa e delle tue abitudini e ti apri completamente al caso.

Nata nel 1946 a Belgrado, figlia di alti funzionari del Partito Comunista sotto il governo del generale Tito, Marina Abramović trascorre un’infanzia tutt’altro che serena, segnata da un'educazione severissima, condita dalle percosse della madre e dall’intermittente affetto del padre. L’arte, però, entra nella sua vita fin da bambina e già in tenera età Marina sa che diventerà un’artista. Si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Belgrado ed esordisce giovanissima come pittrice, ma presto si convince che l’arte non deve essere per forza bella, rassicurante e piacevole, bensì deve scuotere, osare e coinvolgere. Comincia allora a utilizzare il proprio corpo come materia prima, come elemento centrale della sua ricerca, mettondo alla prova la sua resistenza fisica e psicologica. In Rhythm 0, per esempio, Marina Abramović è immobile al centro della galleria, lo sguardo fisso nel vuoto. Su un tavolo accanto ci sono 72 oggetti diversi, tra cui un coltello, una rosa, un rossetto, miele, vino, catene, forbici, e persino una pistola e un proiettile. Il pubblico può usarli a piacimento su di lei, che si assume la totale responsabilità delle azioni. La performance inizia timidamente, per poi concludersi in modo feroce e inatteso: l’artista viene ferita, quasi denudata, qualcuno prende in mano la pistola, carica il proiettile e la punta su di lei, ma viene prontamente allontanato dal resto dei presenti.

Nel 1975, stanca della grigia e opprimente Belgrado, Marina si reca ad Amsterdam dove conosce l’artista tedesco Ulay, con cui ha inizio un rapporto sentimentale e professionale. La coppia vive per tre anni a bordo di un furgone Citroën, viaggiando in lungo e in largo per l’Europa. Insieme a Ulay, Marina dà vita a performance altrettanto conturbanti e in alcuni casi estreme, che riflettono sulla tensione tra maschile e femminile, sulla fiducia reciproca, sullo scambio energetico. Tra le più memorabili, Imponderabilia, realizzata alla Galleria d’arte Moderna di Bologna nel 1977. Nudi in piedi, i due si posizionano nel varco ridotto del museo, immobili uno di fronte all’altra, a mo’ di stipiti o cariatidi classiche. I visitatori devono necessariamente passare di sbieco in mezzo a loro per accedere alle sale. La performance viene bloccata dalla polizia per oltraggio al pudore.

Dopo 12 anni di collaborazione, Marina e Ulay si separano, eseguendo per l’occasione un’ultima performance di coppia: l’attraversamento della Grande Muraglia cinese per incontrarsi a metà strada e dirsi addio, uno con partenza dal deserto del Gobi, l’altra dal mar Giallo, 2.500 km a testa in tre mesi: un’impresa ardua ma necessaria per porre fine a un rapporto diventato deleterio. 

Negli anni successivi, la spietata guerra dei Balcani spinge Marina Abramović a realizzare una delle sue azioni più disturbanti, un'opera “contro tutte le guerre” che parla di sacrificio, brutalità e orrore. Chiamata a rappresentare ufficialmente la Serbia e il Montenegro alla 47a Biennale di Venezia, propone Balkan Baroque, ma il progetto non viene accettato per la sua crudezza. L'artista viene allora invitata dal curatore Germano Celant ad allestire e mettere in scena la performance in un sottoscala del Padiglione Centrale ai Giardini. Seduta china sopra una catasta di ossa di vacca sanguinolente, sette ore al giorno per quattro giorni, Marina pulisce le ossa fetide e piene di vermi, piangendo e cantando canzoni popolari jugoslave della sua infanzia, mentre in due schermi alle sue spalle compaiono immagini di interviste rispettivamente a sua madre e a suo padre. Il Leone d'oro come miglior artista è suo.

Abnegazione e rigore sono doti che Marina Abramović ha sempre dimostrato di avere nel suo lavoro. In particolare, sono alla base di un’altra delle opere più emblematiche della sua carriera, The Artist is Present. Realizzata nel 2010 in occasione della sua retrospettiva al MoMA di New York, è la performance che la consacra definitivamente come star mondiale dell’arte. Seduta su una sedia, immobile e in silenzio, per tre mesi (736 ore in tutto), Marina Abramović guarda negli occhi i visitatori che uno dopo l’altro si siedono di fronte a lei mettendosi alla prova, cercando un’emozione, un contatto, un senso.

L'arte di Marina Abramović non lascia indifferenti. Può turbare, scandalizzare, stregare, disgustare, infastidire, indurre al pianto (com’è accaduto a molte delle oltre 1.600 persone accorse per The Artist is Present), ma di certo non lascia impassibili, genera qualcosa nel pubblico, fino a innalzarlo dallo stato di semplice osservatore passivo a indispensabile co-autore dell'opera. Dall'intensa performance al MoMA di New York, Marina Abramović ne esce sfibrata ma anche profondamente cambiata e motivata. Nello stesso anno fonda a Hudson, vicino a New York, l'Institute for the Preservation of Performance Art (MAI), dove arte, scienza e insegnamento di fondono, con l'obiettivo di trasmettere e diffondere un sistema di pratiche psico-fisiche possibili a tutti.

Se vediamo l’arte come qualcosa di isolato, di sacro e di separato da tutto, significa che non è vita. Mentre l’arte deve essere parte della vita, deve essere di tutti”. Ecco, Marina Abramović è sicuramente tra gli artisti contemporanei che più di tutti incarnano il legame indissolubile tra arte e vita.

Francesca Cogoni
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