(© Foto Roberto Pellegrini. Collezione Giancarlo e Danna Olgiati)

Marisa Merz

Un ricordo dell’artista in occasione della mostra alla Collezione Olgiati 

di Francesca Cogoni

Ci sono artisti le cui opere sono comparabili a un urlo, a un rumore assordante, talvolta a un pugno dritto in faccia o nello stomaco. Quelle di Marisa Merz, invece, equivalgono a un sussurro, a una carezza, possiedono la delicatezza e l’improvvisa bellezza di un refolo. Perché urlare quando il silenzio può essere molto più eloquente? Perché costruire opere possenti quando anche un sottile filo di rame intrecciato con pazienza può contenere un mondo? Per oltre cinque decadi Marisa Merz ha portato avanti, attraverso un lavorio costante, pacato e raccolto, una sua personalissima ricerca, creando lavori profondamente poetici, volutamente anti-monumentali e in divenire.

(© Foto Renato Ghiazza. Courtesy Fondazione Merz)

Visitando la mostra a lei dedicata allestita nelle sale della Collezione Giancarlo e Danna Olgiati a Lugano, si ha la sensazione di trovarsi all’interno di un ovattato tempio laico, in mezzo a evanescenti figure disegnate o plasmate, magici arabeschi e forme arcane e abbozzate che paiono in bilico tra dimensione visibile e invisibile. Realizzata in collaborazione con la Fondazione Merz, questa personale intitolata “Geometrie sconnesse palpiti geometrici” è stata concepita prima della scomparsa dell’artista, mancata lo scorso 19 luglio all’età di 93 anni. Un progetto espositivo che assume quindi il valore di un commiato, ripercorrendo la carriera di Marisa Merz e racchiudendo nel titolo (una frase autografa dell’artista appuntata su una parete della sua casa-studio a Torino) quel meraviglioso e complesso connubio tra caos vitale e rigore proprio del suo fare arte.

In una carriera artistica trascorsa a negoziare le gioie e le restrizioni della vita domestica, l’intima immensità dell’universo, gli schemi del mondo dell’arte commerciale, e le volubili correnti della storia dell’arte, il suo lavoro si colloca su di un piano spettrale che oscilla tra i diversi stati dell’essere, e si materializza davanti ai nostri occhi prima di dissolversi nell’etere, lasciando dietro di sé qualcosa di simile a una sensazione o a un profumo sospeso nell’aria di una stanza, in un pomeriggio di sole.

Queste parole dello storico dell’arte Douglas Fogle, riportate nel catalogo che accompagna la mostra, sintetizzano perfettamente ciò che l’opera di Marisa Merz è stata e continua a essere, e ci dicono anche di quanto per lei non sia stato semplice emergere ed esprimersi in un’epoca ‒ gli anni Sessanta ‒ in cui lo spazio concesso alle donne era ben poco. Unica esponente femminile dell’Arte Povera, Marisa Merz riuscì tuttavia a non farsi fagocitare né da questo gruppo né dalla imponente figura del marito, il più noto Mario Merz, intraprendendo un suo percorso autonomo e peculiare, contraddistinto dal profondo intersecarsi di arte e vita privata e da un’attitudine fortemente sperimentale e artigianale che le ha permesso di avvalersi dei più diversi mezzi espressivi e materiali: dalla cera all’argilla cruda, dal filo di rame e di nylon all’alluminio, e poi legno, bambù, sale, foglia d’oro…

Marisa e Mario Merz, Roma 1969
Marisa e Mario Merz, Roma 1969 (Foto Claudio Abate)

Elementi del quotidiano e/o legati a un saper fare femminile che nelle sue mani diventavano duttili e fluidi, acquistando spessore ed energia, armonia e dignità artistica. Ciò è evidente già nella sua prima grande installazione, quella Living Sculpture che nel 1966 crea nella cucina del suo appartamento torinese, utilizzando sottili fogli di alluminio che ritaglia, piega e sovrappone tra loro fino a creare una scultura fluttuante e cangiante appesa al soffitto, in seguito riproposta in altri spazi e in altre occasioni, sempre diversa.

(© Foto Agostino Osio, Courtesy Fondazione Merz)

Poi, nel 1968, nell’ambito della collettiva “Arte Povera + Azioni Povere” curata da Germano Celant, Marisa Merz espone coperte arrotolate e imballate con filo di rame e scotch e opere legate all’infanzia della figlia Beatrice. Le giocose Scarpette realizzate in filo di rame o la scritta BEA in filo di nylon sono lavori dal carattere intimo ed effimero, essenziali eppure colmi di significato, espressione di un vissuto prezioso e di una sensibilità fuori dell’ordinario.

“Ad occhi chiusi gli occhi sono straordinariamente aperti” è il titolo di una mostra di Marisa Merz allestita nella galleria L’Attico di Roma nel 1975. Un’asserzione che rimarca la pregnanza di un mondo interiore che erompe concretizzandosi in forme altamente evocative, e che rimanda anche a quell’ineludibile avvicendarsi di animato e inanimato, di presenza e assenza che ha di fatto caratterizzato tutta l’opera di Marisa Merz.

“Ci vuole pochissimo per arrivare a uno stato di concentrazione molto prolungato nel tempo. In questo lungo intervallo si scoprono varie cose sul proprio sistema nervoso, e si finisce per trascendere il tempo! E finalmente ci si sente felici. Sono riuscita a sperimentare questo stato per brevi momenti. Era come arrivare alla struttura portante della vita”, ha affermato l’artista, la quale non amava molto parlare di sé o esporsi, ma che attraverso i suoi lavori, come le innumerevoli piccole teste in argilla cruda realizzate a partire dalla fine degli anni Settanta e gli eterei disegni a grafite o tecnica mista su carta fatti dai primi anni Ottanta in poi, ci rivelava tanto della sua esistenza e del suo rapporto con il tempo, inteso come un continuo fluire dove tutto si trasforma ininterrottamente. Molte delle opere di Marisa Merz non recano né titolo né data, proprio perché concepite come parte di un processo creativo infinito, una lenta e incessante ridefinizione. A sottolinearlo è un altro titolo di una mostra: “Disegnare disegnare ridisegnare il pensiero immagine che cammina” (Fondazione Merz, 2012). Come a dire, occorre tenere il pensiero in movimento, facendo e dis-facendo, componendo e ri-componendo più e più volte con dedizione.

(© Foto Roberto Pellegrini. Courtesy Collezione Giancarlo e Danna Olgiati)

Fragili e potenti al contempo, le sculture, i disegni e le installazioni di Marisa Merz continueranno a mutare e a situarsi al di fuori del tempo, a sussurrarci e accarezzarci, perché in loro l’artista ha infuso levità, calore e libertà. 

Condividi

Correlati