Matisse: la joie de vivre

Il 31 dicembre 1869 nasceva in Francia il maestro del colore

Se c’è un pittore che ha fatto parlare, cantare e finanche danzare i colori, questi è stato senz’altro Henri Matisse. L’amore per il “colore puro, luminoso, smagliante” fu una delle peculiarità del suo durevole e ininterrotto cammino artistico (lavorò fino agli ottant’anni inoltrati).

Nel 1908, già ben noto e stimato, Matisse scrive nel saggio Notes d’un peintre: Sogno un’arte di equilibrio, di purezza, di tranquillità, senza soggetti inquietanti o preoccupanti. Un’arte che sia per ogni lavoratore intellettuale, per l’affarista come per il letterato, per esempio, un lenitivo, un calmante cerebrale, qualcosa di analogo a una buona poltrona dove riposarsi delle fatiche fisiche.

Indubbiamente, i suoi dipinti emanano tutt’oggi una rassicurante joie de vivre, per riprendere il titolo di uno dei suoi lavori più emblematici. Capolavori come Nudo blu, Lusso, la Musica e la Danza, realizzati nel primo decennio del Novecento, fino ad opere più mature come Il sogno, sono tutti pervasi da una bellezza pacata e distensiva.

Nato il 31 dicembre 1869 a Le Cateau-Cambrésis, piccolo centro della Francia settentrionale,  Henri-Émile-Benoît Matisse trascorre i primi vent’anni della sua vita fra la cittadina natale e le vicine località di Bohain-en-Vermandois e di Saint-Quentin. Per lui si prospetta una carriera legale, se non fosse per una convalescenza che lo obbliga a letto. È in questo momento che prende per la prima volta in mano i colori e inizia a dipingere. Capisce così che la pittura è la strada che vuole seguire. Nel 1891 si trasferisce dunque a Parigi per frequentare l’Académie Julian dove segue i corsi tradizionali di William-Adolphe Bouguereau. Ma l’accademismo di quest’ultimo non fa per lui. Si affida quindi alle lezioni del pittore simbolista Gustave Moreau, dalle vedute più aperte. Nella capitale francese, Matisse copia i grandi maestri al Louvre, stringe amicizia con pittori come Rouault, Pissarro, Derain e Signac, ammira Monet e gli Impressionisti, e resta rapito dalle opere di Cézanne, di cui acquista anche il quadro Le tre bagnanti.

Sono anni di formazione e scoperta, di incontri e confronti proficui. Nel salotto della scrittrice e mecenate Gertrude Stein, luogo di ritrovo di artisti e intellettuali, Matisse conosce Picasso. Per tutta la vita tra i due vi sarà un rapporto di amore-odio, di rivalità e stima reciproca, tanto che alla morte di Matisse nel 1954, Picasso dirà: Nessuno ha mai guardato i quadri di Matisse più attentamente di me, e nessuno ha guardato i miei più attentamente di lui.

Nel 1905 con il lavoro Lusso, calma e voluttà, poi acquistato da Signac, Matisse sperimenta la tecnica divisionista, ma è solo una fugace parentesi prima di approdare a uno stile contraddistinto da tonalità aspre ed esplosive, il cosiddetto fauvisme. È il critico Louis Vauxcelles a coniare questo termine in occasione del Salon d’Automne del 1905. Guarda, Donatello in mezzo alle belve (fauves), è il pensiero formulato dal critico nel visitare la sala in cui un busto di gusto italianizzante dello scultore Marque è circondato da alcune opere di Matisse e di altri artisti che, come lui, fanno ricorso a colori violenti e forme prive di ombre e modellato.

Per Matisse e compagni, però, l’appellativo fauves resterà sempre e solo un’etichetta diffusa dalla critica e niente più. Ben presto, l’artista vira verso una pittura meno chiassosa, più equilibrata e in sintonia con la natura, stimolato anche dai diversi viaggi compiuti alla ricerca della luce calda e viva del Mediterraneo: prima a Collioure, sulla Costa Vermiglia, insieme all’amico Derain, poi in Algeria, Italia, Spagna e Marocco. È quest’ultimo Paese, in particolare, a catturarlo con i suoi profumi, le moschee, i mercati e le terrazze. Le suadenti odalische di tanti dipinti matissiani giungono proprio da qui.

A partire dagli anni Venti, Matisse trova a Nizza l’ambiente ideale per proseguire la sua ricerca artistica. Le finestre aperte ricorrenti in tanti suoi dipinti ora non guardano più sui boulevards parigini o sulla splendida Notre-Dame, ma su alberi e giardini, sul mare. Poi, nel 1930, ecco un nuovo viaggio carico di ispirazioni e suggestioni: Sono un lavoratore sedentario. Durante le mie fantasticherie, ho spesso la mente sovraeccitata da letture o oggetti esotici. Ho viaggiato molto con l’immaginazione e, essendo la chiarezza della luce lo scopo principale del mio lavoro, mi sono chiesto: “Come sarà mai la luce dall’altra parte dell'emisfero?”. […] Questo spiega il mio lungo viaggio in Oceania. (Henri Matisse, Intervista perduta con Pierre Courthion, a cura di Serge Guilbaut, Skira, 2015).

Nell’ultimo periodo della sua vita, debilitato da una grave malattia, Matisse abbandona progressivamente la pittura su tela per dedicarsi a una nuova forma espressiva, quella dei papiers découpés: il pennello cede il posto alle forbici per dare vita a magnifici collage, via via più maestosi. Le figure ritagliate e incollate su carta costituiscono una pratica più riposante, ma non meno affascinante. Con le loro forme sinuose, evocative e fluttuanti, gli essenziali Nudi blu diventano un leitmotiv del periodo maturo dell’artista.

Tra il 1948 e il 1951, ormai costretto in carrozzella, Matisse non si lascia arrestare dal declino fisico e realizza la sua ultima straordinaria opera, quella che lui stesso considererà l’apice della sua carriera: la cappella di Santa Maria del Rosario a Vence, piccolo borgo provenzale dove l’artista si rifugia nell’ultimo scorcio della sua esistenza. Commissionato dalle suore domenicane, il progetto rappresenta l’esito di una vita consacrata all’arte. L’anziano maestro ne cura tutti i dettagli ornamentali, dalle vetrate alle ceramiche, fino agli abiti sacerdotali. Voglio che i visitatori della cappella provino un sollievo spirituale. Che, anche senza essere credenti, si trovino in un ambiente dove lo spirito s’innalza, il pensiero si illumina, il sentimento stesso si fa più leggero. Ebbene, visitando questo splendido luogo sulle colline della Provenza, non possiamo che constatare quanto Matisse sia riuscito appieno nel proprio intento.

La mia vita ha seguito una curva armoniosa, confessa l’artista, ormai prossimo alla sua dipartita, alla sua assistente Paule Martin. E di curve armoniose sono piene le sue opere, lievi e vibranti, popolate da camere con vista e paraventi, strumenti musicali e pesci rossi, stoffe e arabeschi, languide figure femminili e corpi danzanti. Opere sparse nei musei di tutto il mondo e che rappresentano la gioiosa espressione di quel “potere emotivo del colore” che Matisse ha ricercato incessantemente nel corso della sua lunga vita.

Francesca Cogoni
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