Nata famosa

Storia di una diva sopravvissuta a Hollywood

Liz ci è tornata nella mente e davanti agli occhi solo un mese fa, quando la Hollywood del 2021 ci ha ricordato quella di mezzo secolo prima. Uno dei film più visti (su Netflix) e discussi (sulle riviste più o meno digitali) a febbraio, Malcom & Marie, ha ricordato agli spettatori di mezzo mondo uno dei più visti (nei cinema) e discussi (sulle riviste di carta) nel 1966, Chi ha paura di Virginia Woolf?. La storia è simile, si può riassumere in un tweet: una coppia litiga furiosamente per due ore. Nel caso di Malcom & Marie, si tratta di John David Washington e Zendaya. Nel caso di Chi ha paura di Virginia Woolf?, di Richard Burton e Elizabeth Taylor (ai tempi, sposati). E nonostante abbiamo provato, tutti quanti, a sottolineare la profondità e l'eccezionalità di Malcom & Marie – che parla di temi fondamentali per il cinema, è beatificato da una fotografia elegantissima, presenta due delle giovani stelle in ascesa più amate dalla Hollywood contemporanea, ed è pure riuscito a trasformare le restrizioni imposte dalla pandemia in scelte di stile – è stato impossibile non notare l'abisso che separa le due pellicole. Quello del 2021 è un interessante passatempo, quello del 1966 un pezzo di storia della cultura popolare, oltre che una cesura fondamentale nell'evoluzione di Hollywood. Uno dei tanti motivi per cui Elizabeth Taylor è un caso pressoché unico: ultima star della vecchia Hollywood, prima star della nuova, capace di spalancare le porte al futuro del cinema. Star in ogni caso, sempre.

“Non ricordo un momento della mia vita in cui non ero famosa”, diceva la Taylor. Difficile non crederle, visto che aveva sfondato tra i dodici e i quattordici anni, spinta dalla famiglia (e soprattutto dalla madre, che aveva rinunciato alla carriera d'attrice per il matrimonio), subito messa sotto contratto dalla MGM. Ai tempi erano molti i talenti infantili le cui carriere arrivavano a vette altissime, ma poi si esaurivano con l'adolescenza. Non Liz: a sedici anni riuscì facilmente nella transizione verso ruoli adulti, con la naturalezza della ragazza a cui “le cose belle, semplicemente, succedono”, come scriveva all'epoca il New York Times, in un ritratto che oggi sarebbe considerato vagamente sessista mentre all'epoca era probabilmente piuttosto gentile.

Lo stesso New York Times, in tempi ben più recenti, ha scritto che il segreto della grandezza di Liz Taylor è stato – anche – quello di essere sopravvissuta, al contrario di altre dive della sua epoca, come Grace Kelly o Marilyn Monroe. Sopravvissuta a Hollywood, al gossip, ai melodrammi pubblici, alle storie d'amore, ai film e alle lotte con i grandi studios dell'epoca. La critica Manohla Dargis chiudeva quel pezzo con poche righe perfettamente centrate: “Era un'attrice fantastica, e una star ancora migliore. Incarnava gli eccessi di Hollywood e li trascendeva. La sua genialità è stata offrire al mondo tutto quello che voleva da una star: glamour, dramma, diamanti, gossip. E farlo rifiutando di diventare una martire della fama.”

Ma torniamo al cinema: alla vecchia Hollywood, alla nuova. E al modo in cui Liz fece da catalizzatore della rivoluzione che seppellì la prima per far nascere la seconda.

Era infatti arrivata all'apice della fama negli anni Cinquanta, insieme a colleghi e amici come James Dean e Montgomery Clift (ai quali sopravvisse, ancora una volta), che fornivano carburante capace di alimentare la macchina dei grandi studios. Macchina che lei stessa contribuì a distruggere con il suo film più colossale: il celeberrimo Cleopatra di Mankiewicz del 1963, prodotto dalla 20th Century Fox. Anche se fu il più grande successo al botteghino dell'anno, il budget esorbitante lo rese un'impresa in perdita: il costo senza precedenti di 44 milioni di dollari (al cambio di oggi sarebbero circa 360) comprendeva anche il suo cachet di un milione, un record assoluto. Dopo Cleopatra e il suo fallimento economico, Hollywood cominciò a cambiare: basta con i colossal costosissimi, i produttori avrebbero investito su nuovo materiale, più sperimentale e capace di andare oltre le regole dell'epoca precedente. Le avvisaglie della rivoluzione erano già dentro Psycho o A qualcuno piace caldo, ma sarebbe stato Mike Nichols a dare ufficialmente fuoco alle polveri della New Hollywood con Il laureato, nel 1967. Film che forse non sarebbe mai esistito senza proprio Chi ha paura di Virginia Woolf?, uscito l'anno prima e girato da Nichols solo grazie alla volontà della Taylor, che usò il suo potere di star per imporre il nome di quel regista esordiente alla Warner Bros, e creò così il primo autore del decennio successivo, aprendo la strada all'avvento di Martin Scorsese, Brian de Palma, Francis Ford Coppola, Steven Spielberg. Lei stessa rischiò molto, nel voler interpretare un ruolo lontanissimo dalla sua immagine pubblica: bellissima trentenne, si calò nei panni di una donna inacidita dal tempo e dall'alcool. Così non ottenne solo il suo secondo Oscar, ma dimostrò – con un'interpretazione considerata oggi tra le migliori dell'intera storia di Hollywood – che il ruolo di sex symbol impostole dal sistema produttivo nel decennio precedente era solo una piccola parte della sua grandezza.

Il che non significa che la sua bellezza esteriore non sia stata altrettanto fondamentale per la storia del cinema, anzi. Ben sappiamo infatti che quest'ultimo è fatto di corpi e di volti, che i visi degli attori sono al centro della sua narrazione, che il movimento di un muscolo può determinare l'efficacia di una scena. David Thomson, critico dell'inglese Guardian, alla morte di Elizabeth Taylor scrisse che non c'era icona hollywoodiana più potente del suo sguardo in Un posto al sole, meravigliosa pellicola di George Stevens del 1951: "I primi piani finali di lei e Montgomery Clift, stretti in un ultimo abbraccio, racchiudono tutte le speranze dell'amore cinematografico". Sono pochi gli attori capaci di trascendere i singoli ruoli per diventare puro cinema. Basta incrociare con lo sguardo quegli occhi screziati di viola per capire, in un attimo, perché ancora oggi siamo innamorati delle illusioni della grande Hollywood.

Michele Serra
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