Noam Chomsky

Una vita contro i nemici della democrazia

Nato il 7 dicembre 1928, il filosofo, politologo e padre della linguistica moderna Noam Chomsky compie novant’anni.

di Maria Chiara Fornari

Esistesse un premio per i pensatori più critici e radicali della politica estera statunitense di sicuro lo vincerebbe lui. Del resto, per un linguista emerito come Noam Chomsky, padre della linguistica moderna, fondatore della grammatica generativo-trasformazionale (Le strutture della sintassi, 1957), non deve essere stato uno scherzo vivere in un paese che, a suo dire, ha tradito a più riprese uno dei concetti fondamentali del vivere civile: il concetto di democrazia. E così, di fronte a questa abissale discrepanza, fra il significato del termine democrazia e la sua attuazione (che si avvicina alla plutocrazia), a partire dagli anni Sessanta Noam Chomsky non può non spostare la sua attenzione dall’accademia alla politica, ingaggiandosi in fervidi j’accuse contro l’amministrazione statunitense.

Di chi parliamo quando parliamo di Chomsky

Noam Chomsky, registrato per errore all’anagrafe come Naomi Chomsky, nasce nel 1928 nel ventre dell’impero americano, a Filadelfia, figlio di ebrei russi trasferitisi inizialmente a New York. Nella Grande Mela la sua è l’unica famiglia ebrea in un quartiere zeppo di irlandesi e tedeschi cattolici e antisemiti, apertamente schierati con il nazismo fino al 1941 quando, dopo l’attacco di Pearl Harbor, il sentimento dell’opinione pubblica si compatta contro il Giappone.

In un paese fortemente contrastato si forma e cresce la coscienza morale di Noam Chomsky che sin da adolescente dimostra di avere gli occhi ben aperti sulla geopolitica mondiale, firmando un articolo sulla caduta di Barcellona nelle mani dei franchisti. La politica internazionale è una passione che lo animerà nel corso dell’intera esistenza.

Eppure si può dire che fino alla guerra in Vietnam Noam Chomsky sia conosciuto unicamente come linguista, un geniale linguista, docente all’MIT. Saranno le sue prese di posizione contro la guerra in Vietnam che trasformeranno il linguista nel guru della sinistra americana e mondiale, tra i più acuti e pungenti critici della politica estera degli Stati Uniti.

Noam Chomsky: Requiem per il Sogno Americano

Noam Chomsky: Requiem per il Sogno Americano

di Peter Hutchison, Kelly Nyks e Jared P. Scott

Polemista e conferenziere instancabile, non dice mai di no alle interviste, ne riceve a tutt’oggi una dozzina al giorno, e lui, chiamato in causa, non perde occasione per ribadire il suo no al capitalismo, al neoliberismo e al pericoloso potere imbonente dei mass media, responsabili della Fabbrica del consenso (1988) che manipola la realtà a beneficio del potere.

Critico di mestiere

Noam Chomsky è l’intellettuale occidentale più internazionalmente noto del dopoguerra o, forse, è l’unico che non abbia mai smesso di esserlo, in un’epoca di indubbia decadenza della figura dell’intellettuale. Con la sua cartella sottobraccio e una calma inattaccabile (anche quando si confronta in dibattiti feroci), Chomsky emana una grande persuasione, alla stregua dei grandi intellettuali del passato, come Bertrand Russell e Jean Paul Sartre. Anarchico radicale vorrebbe processare per crimini di guerra i presidenti del suo paese, dal 1945 ad oggi.

Ma chi sostiene i presidenti incriminati? Chi garantisce loro lunga vita? Chi rafforza il loro potere e nasconde i loro crimini?

In questo senso la critica di Chomsky non risparmia colpi bassi ai mezzi di comunicazione di massa (la televisione ieri, internet e i social network oggi) e pure ai colleghi intellettuali, rei di cedere facilmente alle lusinghe del capitalismo e di dismettere il loro fondamentale ruolo di critici del sistema, asservendosi al potere economico.

Nel sistema democratico, le illusioni necessarie non possono essere imposte con la forza. Devono essere instillate nella mente delle persone con mezzi più raffinati. In uno stato totalitario è necessario un grado minore di adesione alle verità ufficiali. È sufficiente che la gente obbedisca: quel che pensa ha una importanza secondaria. Ma in democrazia c’è sempre il pericolo che il pensiero indipendente dia origine a qualche azione politica, quindi è indispensabile eliminare tale pericolo alla base (Illusioni necessarie, 1989).

Vero e proprio mito per gli intellettuali engagés di mezza Europa, invero da lui assai criticati: Firmare appelli o pubblicare pronunciamenti non è impegno, ha dichiarato, riferendosi ad una certa categoria di intellettuali più attivi nei salotti televisivi che nelle piazze. Per Chomsky l’intellettuale che non si sporca le mani con l’attivismo o che si rivolge e parla solo ai suoi simili, non si può dire “impegnato”. Per lui l’impegno è partecipazione, è partecipare a reali eventi di cambiamento, condivisi e socialmente effettivi.

La differenza tra l’intellettuale tout court e l’intellettuale che ha volontà di agire nel reale, sta tutta, a suo modo di vedere, nella distanza tra il modello di intellettuale anglosassone e quello dell’intellettuale europeo.

Da voi gli intellettuali si prendono molto sul serio e vengono presi sul serio in virtù di un loro particolare prestigio. Da noi no. In America, nonostante tutto, c’è un più profondo senso di egualitarismo.

Insomma, per Noam Chomsky all’intellettuale europeo si dovrebbe chiedere di dismettere la ruota del pavone e di partecipare, a proprio rischio, ai fenomeni sociali lì dove essi avvengono, per proporsi come critica severa al potere, al solo servizio di un’umanità che crede in un futuro migliore per molti e non ad esclusivo beneficio di pochi e ricchi privilegiati, lo 0,1 % della popolazione.

L’uomo, la lingua, la natura

La sua produzione editoriale è enorme, più di settanta pubblicazioni, migliaia di articoli, interventi che spaziano dalla filosofia alle scienze cognitive, dalla psicologia alla sociologia, dalle scienze politiche alla sua prima grande passione scientifica: la linguistica.

La sua attività scientifica nell’ambito della linguistica, per la quale è professore emerito al Massachusetts Institute of Technology, giunge in opposizione alla linguistica strutturale di Ferdinand de Saussure, che non spiega a sufficienza come dal suono si formi il senso delle parole, rea, suo modo di vedere, di fermarsi alla dimensione della frase, mentre, secondo Chomsky, l’organizzazione del senso ha confini ben più ampi. Nell’organizzazione del senso esiste un ordine e quell’ordine si chiama sintassi. E la sintassi, dal canto suo, si riferisce a strutture in un certo modo “innate” nell’uomo.

Chomsky riconosce nell’uomo un funzionamento specifico, esattamente come è riscontrabile in altri fenomeni della natura. Ogni qualità naturale deriva dall’esperienza, ma si fonda su procedure intrinseche ad ogni fenomeno. L’uomo, agendo nella realtà, crea delle impronte sul linguaggio e fornisce così materiale percettivo che viene elaborato secondo la proprietà del linguaggio in una comunicazione continua e poliedrica.

E qui sta il motivo di tutta la sua ricerca, in linguistica come nella politica: la sua fiducia illimitata nella ricchezza della mente umana capace di arricchirsi nel suo interagire con l’esterno, e scampando in questo modo all’annichilimento.

Per questo, da novant’anni, Chomsky ha scelto l’attivismo, l’impegno, rifiutando di assecondare la miopia e l’oscurantismo che affliggono il genere umano e che il genere umano di riflesso infligge alla natura, all’ambiente. Ed è sull’emergenza ambientale che, oggi più che mai, Noam Chomsky ci invita all’unità e alla lotta:

Per me è questo il punto di partenza per riaccendere quello spirito di solidarietà, di aiuto reciproco, di impegno e dedizione così necessari oggi. Non possiamo ignorare che siamo in un momento unico della storia umana. Per la prima volta nella storia le decisioni che prenderemo determineranno la sopravvivenza o meno della specie. Non era così in passato. Oggi lo è (Venti di protesta, 2018).

Per approfondire vedi: Chomsky's Philosophy, il Canale Youtube dedicato a Chomsky

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