Veduta della mostra Art With A View, Bass Museum of Aty, Miami Beach
Veduta della mostra Art With A View, Bass Museum of Aty, Miami Beach (Photo Attilio Maranzano, courtesy Perrotin)

Paola Pivi

L’artista che gioca con gli orsi

di Francesca Cogoni

Un asino tutto solo su una barca in mezzo al mare; un leopardo che si aggira con passo felpato fra innumerevoli tazze di cappuccino; due zebre immerse in un paesaggio innevato; un vecchio Piper Seneca che volteggia su se stesso all’ingresso di Central Park; più di ottanta pesci rossi sistemati a mo’ di passeggeri su un aereo in volo sopra la Tasmania… Allucinazioni? Strane forme di advertisement? Immagini abilmente ritoccate al computer? No, sono situazioni reali, non c’è nulla di finto. Ma sono anche opere d’arte, che portano la firma di una delle artiste più eccentriche, poliedriche e spiazzanti della scena contemporanea.

Da oltre vent’anni, Paola Pivi, milanese di nascita ma nomade da sempre (vive attualmente ad Anchorage, in Alaska), basa la sua pratica sulla imprevedibilità e la sorpresa, dando vita a progetti in bilico tra realtà e fantasia. Regole e categorie non sono contemplate nella peculiare idea di arte di questa libera creatrice, formatasi all’Accademia di Brera sotto la guida di Alberto Garutti, dopo aver interrotto gli studi di Ingegneria Nucleare al Politecnico di Milano. Come una instancabile esploratrice la cui missione è tradurre l’impossibile in possibile, Paola Pivi porta avanti la sua ricerca ponendosi continuamente nuove sfide, mettendosi in gioco e soprattutto facendoci giocare. Sì, perché l’aspetto ludico e interattivo è uno dei tratti distintivi della poetica di Paola Pivi. E giocosità, levità e stupore governano anche la mostra personale World Record ora in corso al MAXXI di Roma, che raccoglie opere nuove e di vecchia data in un percorso multiforme e accattivante pensato ad hoc per gli spazi del museo. Un percorso che invita a lasciare fuori dalla porta inibizioni, costrizioni e preconcetti e a vivere la mostra in modo spensierato e partecipe. Si inizia con lo sguardo all’insù per ammirare la sorprendente installazione Share But It’s Not Fare, una trama di centinaia di cuscini gialli e rossi sospesi a mezz’aria e realizzati con i tessuti degli abiti dei monaci tibetani, e si finisce gattonando e rotolando tra i morbidi materassi della grande opera che dà il titolo all’esposizione: una ovattata alcova che occupa più di cento metri quadrati, dove sostare e interagire con gli altri e con lo spazio secondo modalità inconsuete.

Paola Pivi: How I Roll from Public Art Fund on Vimeo.

  Sovvertendo il familiare, manipolando la realtà attraverso il rovesciamento delle comuni nozioni di grande e piccolo o di natura e artificio, sottraendo gli oggetti quotidiani alla loro abituale funzione e al loro normale contesto, portandoci a riformulare continuamente il nostro punto di vista, la ricerca di Paola Pivi si pone nel solco di quella attitudine artistica a interpretare e rappresentare il mondo attraverso il gioco e la forza immaginifica. Lo hanno fatto nel corso del Novecento, con stili e approcci molto diversi tra loro, artisti come Fortunato Depero, Paul Klee, Marcel Duchamp, Max Ernst, Jean Dubuffet, Enrico Baj, Niki de Saint Phalle, Alighiero Boetti, Bruno Munari, e continuano a farlo oggi artisti come Carsten Höller, Pipilotti Rist, Urs Fischer, Laure Prouvost, solo per dirne alcuni, ricordandoci che l’uomo, oltre ad essere “sapiens”, è anche “faber” e “ludens”.

È così, amando prima “l’orinatoio di Marcel Duchamp dell’arte del Rinascimento”, come dichiarato in una recente intervista, che Paola Pivi inizia la sua avventura artistica. Un’avventura che la porta ben presto a ottenere il Leone d’oro alla Biennale di Venezia del 1999 (insieme a Monica Bonvicini, Grazia Toderi, Luisa Lambri e Bruna Esposito, con l’illuminata curatela di Harald Szeemann). L’opera presentata per l’occasione è un cacciabombardiere Fiat G-91 esposto sottosopra: un autentico nonsense. Intuizioni inattese, visioni assurde che si tramutano in realtà: ecco come possono essere visti i lavori di Paola Pivi. E a chi vi cerca una qualche spiegazione, un significato che sciolga l’indecifrabilità, l’artista risponde che “non c'è nulla da spiegare nella mia arte, quasi sempre è tutto raccolto nell’emozione del primo sguardo, senza dover aggiungere niente...”.

Che si tratti di radunare cento cinesi per una performance (presso la galleria Massimo De Carlo nel 1998) o mille volontari per un enorme urlo collettivo (alla Tate Modern di Londra nel 2009), di raccogliere in giro per il mondo migliaia di ritratti fotografici dei Tulku (figure divine riconosciute come reincarnazioni di maestri buddisti) o di riempire una galleria con un’allegra combriccola di settanta sculture di orsi polari a grandezza naturale rivestiti di piume dai colori fluo (We Are The Baby Gang, 2019), ciò che conta sono la meraviglia e lo stordimento prodotti.

Proprio l’orso polare è tra le figure ricorrenti nel repertorio e nel personale immaginario di Paola Pivi, non solo perché direttamente legato al suo vissuto, abitando da oltre dieci anni in una terra popolata in larga misura da questa splendida creatura, ma anche perché l’orso bianco rimanda al fiabesco così come alla più selvaggia animalità, incute paura ma al contempo tenerezza, possiede un’“energia fortissima” eppure è simbolo della vulnerabilità del mondo naturale, essendo tra le specie più a rischio a causa del cambiamento climatico. Forse, vestire gli orsi di piume variopinte, mostrarli in pose giocose e sbarazzine, è anche un modo per esorcizzare tale minaccia con le armi dell’ironia e dell’immaginazione. Perché in fin dei conti l’arte non può cambiare il mondo, ma può cambiare la nostra percezione del mondo.

Il grande Fausto Melotti definiva la sua opera “un gioco che quando riesce è poesia”. Credo che si possa affermare ciò anche di molti dei lavori di Paola Pivi.

 
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