(Naqsh-e-jahàn)

Persia

Storia, cultura e società

di Roberto Antonini

Il mondo persiano affascina e inquieta. Quando pensiamo all’Iran subito corrono nella mente le immagini di un oscurantismo islamista, intransigente e liberticida, con una ferrea segregazione di genere. Ma l’universo culturale e storico della Persia è vastissimo e straordinariamente ricco. Il passato di questo paese grande tre volte la Francia lo conosciamo soprattutto attraverso i greci (in particolare Erodoto) ai quali dobbiamo il nome stesso di Persia (persis). Fu lo shah Reza Palhavi, il padre dello shah rovesciato nella rivoluzione islamica del 1979, a rispolverare e a imporre il nome di Iran, derivazione di “Eranshahr” che significa “il paese degli ariani” e che già era il nome scelto dai primi re sassanidi nel III secolo d.C. per designare il loro regno.

La radice del termine ariano (âryâ) rinvia al concetto di nobiltà (poi travisato a supporto delle teorie razziali ottocentesche del conte de Gobineau alle quali si ispirarono i nazisti). Ora evidentemente la nobiltà di cui vanno fieri i persiani non riguarda una presunta razza, ma una comunità linguistica e culturale che affonda le radici nella storia lontana. Quella che risale a Ciro il Grande e all’impero achemenide, di cui rimangono le splendide rovine di Persepoli, nel sud del paese, e che raggiunse il suo apice con Dario I, un impero che si stendeva dai Balcani all’Indo, paragonabile per dimensioni solo all’Impero Romano.

(Reza Abbasi, Giovane portoghese, 1634)

La Persia islamica, nata dalle conquiste arabe, si innesta dunque su una cultura millenaria (culla dello Zoroastrismo), integrandola e trasformandola. La storia che nasce a partire del VII secolo è culturalmente ricca e affascinante. Basti pensare alla piazza reale di Isfahan - la celebre Naqsh-e-jahàn - la seconda per grandezza al mondo e tra le prime in assoluto per splendore e alle due moschee vicine, alle torri dei venti di Yazd in pieno deserto che garantivano già nel medioevo aria fresca agli abitanti nelle estati torride, alla moschea Blu di Tabriz, senza pensare a tutto il retaggio che troviamo in paesi che furono conquistati o influenzati dalla Persia.

Il patrimonio storico culturale non è solo quello attribuibile ad architetti, ceramisti, orafi, calligrafi. Quando parliamo di cultura iraniana dobbiamo fare i conti con la straordinaria forza della cultura immateriale, a cominciare dalla poesia. Forse in nessun paese al mondo come in Iran la poesia è ancor oggi così importante, viva, studiata, letta e recitata. La tradizione letteraria può contare su testi di rilevanza mondiale, come Le Mille e una notte, la cui prima versione (Hazar afsane) fu redatta nel X sec in persiano o la grande epopea del Libro dei re (Shah Nameh) del Dante Alighieri dei persiani, un vero e proprio gigante, conosciuto comunemente come Ferdowsi. La passione per la poesia non si è mai spenta e neanche l’intransigenza dei mullah sciiti è riuscita a soffocare l’amore per questa popolare forma letteraria che annovera tra i suoi più gradi interpreti moderni una donna, Forough Farrokhzad (morta 32enne nel 1967 in un incidente stradale), la cui opera fu messa al bando nei primi anni della rivoluzione khomeinista; una censura inutile che l’ha resa ancora più popolare.

Contrariamente al mondo sunnita, quello sciita non ha posto troppi limiti alla rappresentazione figurativa, ha spesso inglobato senza traumi la tradizione dei grandi miniaturisti persiani e la produzione artistica attuale coglie spesso di sorpresa il visitatore straniero, per varietà e qualità. Non mancherà nella serie di programmi che consacriamo alla Persia, proprio la voce di alcuni artisti rinomati, come Farah Ossouli, che raccoglie per elaborarne un geniale sincretismo, sia la tradizione delle miniature medievali del grande pittore safavida Reza Abbasi, sia gli insegnamenti di alcuni maestri della pittura rinascimentale e moderna europea.

 

Anche il cinema ha certamente beneficiato di questo retaggio in cui l’immaginario collettivo si nutre di immagini, pur nei limiti imposti dalla morale religiosa e dalla censura del regime. Cineasti quali Jafar Panahi (Taxi Teheran, Orso d’oro a Berlino), Asghar Farhadi (Una separazione, Oscar del miglior film stranierio nel 2011) o Abbas Kiarostami (Il sapore della ciliegia, Palma d’oro a Cannes nel 1997) sono ormai delle celebrità internazionali.

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