(Keystone)

Phil Collins

Genesi di una popstar

Prendete un ragazzino cresciuto a Hounslow, periferia di Londra, letteralmente al capolinea della metropolitana. Se gli avessero detto che sarebbe diventato una delle popstar più conosciute del pianeta, ci avrebbe creduto? Chissà che in un momento tradizionalmente propenso ai bilanci, come il settantesimo compleanno che per lui cade il 30 gennaio 2021, quell’ex ragazzino che risponde al nome di Phil Collins non si stia facendo domande simili.

La sua è una storia che merita di essere raccontata. Lo ha già fatto egregiamente lui stesso nell’autobiografia uscita nel 2016. Il titolo, No, non sono ancora morto, è piuttosto eloquente e suggerisce che sotto la placida superficie delle canzoni che lo hanno reso arcinoto ci sia anche qualcosa di agitato. Benché la sua non sia certo stata la vita della classica rockstar maledetta tutta eccessi, neanche a Phil Collins è mancata una buona dose di momenti difficili, andati a intrecciarsi con milioni e milioni di dischi venduti e infiniti concerti nelle più grandi arene e stadi del mondo.

Batterista, di quelli bravi e parecchio, cantante, autore. E anche attore se non basta. Prima membro di un gruppo fra i più geniali nella storia del rock progressivo. Poi – e per un bel pezzo le due cose si sono sovrapposte – stella del pop di prima grandezza. Ha fatto tanto, tantissimo Phil Collins, in una carriera lastricata d’oro fatta di intrecci e attriti. Intrecci tra plausi e critiche, attriti fra la vita professionale e quella privata, in breve fra la musica e la famiglia, cioè le cose che ha sempre dichiarato di amare di più ma che spesso – soprattutto la seconda – hanno sofferto l’una a causa dell’altra.

La sua di famiglia, quella in cui è cresciuto, è una famiglia come tante del secondo dopoguerra inglese. La madre che lavora in un negozio di giocattoli, un fratello e una sorella, il padre impiegato nelle assicurazioni, come già era stato suo padre prima di lui. Phil ha altre passioni. La prima ribalta la trova nella scuola di recitazione frequentata da ragazzo, che lo porta a un ruolo nel musical Oliver! e a varie comparsate sullo schermo. Ma c’è qualcos’altro. Il primo tamburo glielo hanno regalato da piccolino. È amore a prima vista, per il ritmo e per la musica. Musica che è quella della Swinging London durante la quale vive la sua adolescenza. Il giovane Phil ha talento. La svolta arriva quando vede un fatidico annuncio su una rivista musicale. Risponde. Non ha ancora vent’anni.

Che il gioviale ragazzo di periferia si inserisse così bene nei Genesis era tutto fuorché scontato. Tony Banks, Mike Rutherford e Peter Gabriel vengono da un mondo diverso dal suo, quello dell’esclusiva Charterhouse School nel Surrey. Il gruppo ha già registrato un paio di album. Ma è proprio grazie all’ingresso di Collins e a quello del chitarrista Steve Hackett che la band ingrana la marcia. Il loro rock progressivo è complesso – tanto nella musica che nei testi – affascinante, variegato, dominato da cambi di atmosfere e maestria tecnica. Gli album Nursery Cryme, Foxtrot, Selling England by the Pound e il monumentale concept The Lamb Lies Down on Broadway, aprono ai Genesis la strada maestra. Il geniale Peter Gabriel, con i suoi travestimenti, è un elemento fondamentale. Così quando decide di lasciare il gruppo nel 1975 in molti danno i Genesis per morti. In realtà, la soluzione è nascosta in bella vista sotto gli occhi di tutti. Collins ha già avuto modo di prestare la sua voce al gruppo, fin da For Absent Friends in Nursery Cryme. Pur continuando a suonare la batteria in studio, ora guadagna il ruolo di frontman. Lo stile è diverso da quello di Gabriel. Collins è più intrattenitore che enigmatico artista ma la voce è ottima. I pezzi si fanno più accessibili e il pubblico si allarga. Ma è l’inizio nel cambiamento radicale nel DNA dei Genesis che si concretizzerà negli anni futuri, diventando evidente dopo l’abbandono di Hackett. La sterzata verso il pop e una musica più semplice e innocua, è graduale ma inesorabile. Il cambio di passo porterà i Genesis a grandi successi commerciali negli anni Ottanta e nei primi Novanta, con album come Duke, Abacab, Invisible Touch o We Can’t Dance. Ma per i fan del primo periodo sono ormai diventati un altro gruppo e il nome di Collins rimane legato a questa svolta.

Intanto, già a partire dai primi anni dei Genesis, Collins è impegnato su più fronti. Se sei uno stakanovista fino al midollo e hai un’energia creativa che sembra inesauribile, un gruppo solo non ti basta. I Brand X, band jazz -rock parallela, gli permettono di sfogare ulteriormente le sue grandi doti di batterista. Poi ci sono un sacco di collaborazioni, tra le quali quelle con l’amico Eric Clapton e persino con gli altri membri dei Genesis sui loro progetti solisti. Non sorprende che tutto questo sfoci in una carriera “in proprio” nel mondo del pop. Una carriera che sarà stellare ma che inevitabilmente avrà ripercussioni sul privato.

Vita coniugale e infiniti impegni artistici non vanno d’accordo. È un refrain che Phil Collins conoscerà fin troppo bene. Le cose sono collegate, perché è proprio la crisi del suo primo matrimonio a costituire il propellente di Face Value, il suo debutto da solista. È il 1981 e ad anticipare l’album è la celeberrima In The Air Tonight che si rivela un successo stratosferico. Ci sono brani che immediatamente contengono lo spirito di un’epoca e In the Air Tonight è uno di quelli.  Impossibile ascoltando quel pezzo e quei suoni non pensare a quel decennio, non farsi venire in mente atmosfere alla Miami Vice, serie tv nella quale anche Collins avrà modo di recitare.

Le hit si susseguono, dalle ballate strappalacrime come Against All Odds (Take a Look at Me Now) o One More Night, ai brani più allegri e scanzonati alla Sussudio o il duetto Easy Lover con Philip Bailey. Nominate tre o quattro canzoni famose del periodo: la probabilità che Phil Collins abbia a che fare con qualcuna di queste è altissima. Negli anni Ottanta è onnipresente. Su MTV spopolano i suoi video, da solo o con i Genesis (uno su tutti Land of Confusion del 1986, quello dei pupazzi)… Per lui ci sarà perfino un film da protagonista (Buster, 1988) a testimonianza della mai sopita fascinazione per la recitazione. Tutta questa sovraesposizione ha intanto però innescato una crisi di rigetto – più nella critica che nel pubblico che lo segue come e più di prima – e Phil il sorridente finisce al centro del mirino. I giornali scandalistici britannici lo martellano per la fine del secondo matrimonio, che avrebbe troncato con un fax. Viene fatto a pezzi per la sua doppia esibizione al megaevento benefico Live Aid, dove suona prima a Wembley in Inghilterra per poi attraversare l’Atlantico a bordo del Concorde e calcare lo stesso giorno il palco a Philadelphia: per molti una pura e semplice spacconata. Metteteci anche che in quell’occasione suona pure nella disastrosa microreunion dei Led Zeppelin dell’amico Robert Plant, sedendo al posto dello scomparso John Bonham ma prendendo la cosa sotto gamba (non aveva davvero provato col gruppo). Poi c’è la faccenda di Another Day in Paradise, un brano – altro successone – dove parla della condizione dei senza tetto, lui che ormai è diventato un fantamilionario…

Se gli anni Ottanta sono bulimici, l’inizio degli anni Novanta non è da meno. Con i Genesis ci sarà un ultimo album (We Can’t Dance), prima dell’annuncio ufficiale della separazione nel 1996. Da solista pubblica Both Sides e Dance into the Light. Ma c’è anche una miriade di altri progetti che lo coinvolgono. La sua Big Band, per esempio, oppure la prima collaborazione con la Disney. Il film d’animazione Tarzan (1999) – del quale curerà anche il successivo adattamento in musical – gli frutterà un Oscar per la migliore canzone, You’ll be in my Heart.

Mentre si avvicina il nuovo Millennio, Collins si trasferisce in Svizzera e col nostro Paese avrà un rapporto lungo e profondo. In Romandia, dove vive la terza moglie Orianne, Collins è in cerca di un’oasi di tranquillità – i maligni aggiungono i soliti motivi fiscali – dove dedicarsi alla famiglia. Si tratta in questo caso di una famiglia allargata frutto di tre matrimoni e sparsa fra Europa e Nord America. Collins ha cinque figli ai quali è profondamente legato: ha adottato Joely, figlia della sua prima moglie Andrea, ed è il padre biologico di Simon (batterista come papà), di Lily, avuta dalla seconda moglie Jill e lanciata in una brillante carriera di attrice (anche questo un tratto paterno) e di Nicholas e Matthew dal terzo matrimonio.

Ma anche nell’idilliaca Begnins però purtroppo la storia si ripete. Il lavoro e la famiglia collidono e nel 2008 il terzo matrimonio finisce come gli altri, con un divorzio. Per Collins è un periodo davvero duro. Alla depressione e all’alcolismo in cui è sprofondato – si disintossica in una clinica – si deve aggiungere anche tutta una serie di gravi problemi fisici che lo affliggono, una parziale sordità dall’orecchio sinistro, vertebre e nervi compromessi che gli rendono difficile se non praticamente impossibile tenere le bacchette in mano.

E siamo così giunti agli ultimi anni. Dopo un periodo di riavvicinamento alla terza ex moglie, nel frattempo stabilitasi in Florida con i figli, ecco che arriva l’ennesimo doloroso distacco con il classico corollario – storia recente – di litigi mediatici fango e veleno, sullo sfondo della contesa per la villa americana.

Chissà però che non sia proprio il lavoro a dare una mano a Phil Collins anche stavolta. L’annuncio di una nuova reunion dei Genesis è recente. Ce n’è già stata una, nel 2007, culminata nel monumentale concerto gratuito al Circo Massimo di Roma di fronte a mezzo milione di persone.  Le nuove date pianificate in un primo momento per il 2020, sono state riprogrammate per il 2021, sempre che la situazione mondiale – e pure quella personale – lo consenta. Forse, nonostante abbia annunciato anni fa il suo ritiro dalle scene salvo poi tornarci qualche volta, Phil Collins ha ancora dei progetti in cantiere. Mica male per un settantenne ragazzino di Hounslow cresciuto al capolinea della metropolitana.

Fabrizio Coli
Condividi

Correlati