Poliziotto buono, poliziotto cattivo

Il rapporto tra comunità nera e forze dell'ordine, visto da Hollywood

Un tempo i cambiamenti della società si leggevano sui giornali, oggi bisogna contare gli hashtag: #OscarsSoWhite, #MeToo, #BlackLivesMatter, sono solo alcuni degli esempi possibili (allargando il campo geografico, possiamo contare #NiUnaMenos, #Aufschrei, #IoNonSonoUnVirus).

Eppure i media tradizionali hanno ancora un peso, se non nel determinare i cambiamenti sociali, almeno nel cavalcarli. Il cinema in particolare, soprattutto quello dell'ipertrofica industria hollywoodiana, è storicamente attento ai movimenti che scuotono la società, anche se probabilmente non pecchiamo di malfidenza se immaginiamo che si tratti di un interesse primariamente commerciale: più facile vendere al pubblico un film dedicato a temi già molto dibattuti, che imporne di nuovi. Così, non stupisce che Hollywood abbia seguito con decisione l'ultima onda di proteste, ancora molto viva oggi nelle strade americane, che per semplificare cataloghiamo sotto il già citato ombrello del movimento Black Lives Matter.

Nell'ultimo lustro sono aumentati esponenzialmente i film hollywoodiani capaci di affrontare il tema razziale, a partire dal periodo segnato da fatti di cronaca come gli omicidi di Eric Garner e Michael Brown, nel 2014. Da quel momento, i grandi studios di Hollywood hanno iniziato a pensare che i temi razziali erano abbastanza caldi per costruirci intorno dei film: passati un paio d'anni – il tempo medio di produzione di una pellicola hollywoodiana, dall'ideazione alla realizzazione –  abbiamo iniziato a vedere sullo schermo diverse storie che raccontano la violenza sui neri da parte di poliziotti bianchi, e più in generale storie capaci di porre il problema della convivenza tra bianchi e neri negli Stati Uniti. Dal 2016 a oggi, tante di queste storie sono state distribuite anche nelle sale europee.

Eppure a pensarci non si tratta di una vera novità, piuttosto del riaccendersi di un fuoco che covava sotto la cenere di Hollywood da tempo: già dagli anni Ottanta la frequenza dei casi di cosiddetta “police brutality” in cronaca era entrata prepotentemente al cinema, mettendo in piedi una narrazione trasversale che descriveva le comunità afroamericane come vittime di un vero e proprio sistema di oppressione da parte delle forze dell'ordine. Peraltro, una visione non troppo drammatizzata della realtà, visto che statisticamente negli Usa le persone di colore hanno molte più probabilità di essere arrestate e condannate per un crimine (una probabilità su tre e una su sei per gli uomini afroamericani e i latinoamericani, rispettivamente, contro una su 17 per gli uomini bianchi).

Film di generi diversi e diretti da una nuova generazione di cineasti neri, come Fa' la cosa giusta di Spike Lee, Boyz n the Hood di John Singleton e Set it Off – Farsi notare di Gary Gray, condividono traiettorie simili nel raccontare i rapporti tra polizia e comunità afroamericana. Spike Lee pone l'accento sul modo in cui la polizia di Brooklyn cerca di imporre la propria presenza agli abitanti del quartiere, chiedendo rispetto senza offrirne alcuno in cambio. John Singleton inserisce nella vicenda diverse riflessioni sulla violenza e sull'incarcerazione di massa che affliggono gli afroamericani nelle grandi città. Set it Off, infine, racconta lo status doppiamente svantaggiato delle donne afroamericane della working class, doppiamente svantaggiate.

Queste pellicole raccontano il rapporto tra la polizia e le comunità afroamericane come pura oppressione, ben lontano dal “servire e proteggere” dipinto sulla fiancata delle auto della polizia del dipartimento di Los Angeles, per ovvie ragioni geografiche presente in molte produzioni hollywoodiane. Soprattutto, ogni abuso è descritto come parte di un sistema, non come prodotto di una qualche generica “malvagità” dei singoli.

Sulla strada tracciata da queste pellicole si inseriscono anche prodotti più recenti, come Get Out di Jordan Peele, grande successo del 2017. Qui è il finale del film a portare alla riflessione sul tema razziale: il protagonista è riuscito a scampare alla follia omicida della famiglia (bianca) della sua fidanzata, ma l'arrivo della polizia sulla scena del massacro porta immediatamente un dubbio: dopo tutto quello che ha passato, gli agenti gli crederanno? O piuttosto, visto un uomo nero in mezzo a un mucchio di cadaveri bianchi, salteranno subito alle conclusioni? Anche questa volta un film ribadisce che l'aspettativa è sempre la stessa: che la polizia giudichi negativamente una situazione con protagonista un uomo afroamericano, che ci sia la possibilità che usi la forza, anche sbagliando.

Altre pellicole portano punti di vista differenti.

Ad esempio, nel teen-movie Il coraggio della verità di George Tillman Jr. così come nella satira pulp di BlacKkKlansman di Spike Lee esistono anche poliziotti “buoni” che riescono a vedere e a combattere dall'interno l'ingiustizia del sistema, senza per questo rientrare nello stereotipo del poliziotto eroe positivo, tanto diffuso nelle produzioni hollywoodiane quanto malvisto dai movimenti per i diritti (tanto che nell'ultimo mese molti attori che hanno interpretato poliziotti all'interno di di film o serie televisive si sono sentiti in dovere di fare donazioni alla causa di Black Lives Matter).

Nel melodrammatico Se la strada potesse parlare, Barry Jenkins ci mostra come le paure della comunità afroamericana abbiano radici profonde, portandoci nella Harlem degli anni Settanta, dove le ingiustizie erano le stesse di oggi.

Nel remake di Superfly di Christian “Director X” Lutz, la sequenza finale mostra il protagonista nero combattere – e trionfare, a pugni – contro un poliziotto bianco, e inevitabilmente viene da pensare: è la scena che realizza un desiderio inespresso dai registi afroamericani negli ultimi trent'anni?

Sia come sia, la semplice moltiplicazione delle voci che raccontano il tema razziale in generale, e quello della violenza della polizia in particolare, è un fatto che mostra concretamente il cambiamento in atto nella società americana, e nelle produzioni hollywoodiane di riflesso. Se la narrazione cinematografica abbia ancora oggi la forza per orientare un qualche tipo di cambiamento storico, sarà il futuro a dircelo.

Michele Serra
Condividi

Correlati