Prima e dopo "The Truman Show"

Il confine tra realtà e finzione è un cielo di carta

di Paolo Taggi

Un rondone si è impigliato molti anni fa nello schermo più grande d'Europa, al Festival di Locarno. Credeva fosse un cielo vero. C'è sempre un cielo, nei film.

Anche Truman Burbank, protagonista assoluto del più lungo show del mondo è convinto che il cielo che delimita l'orizzonte di Sehaven, la cittadina dove ha vissuto 33 anni, sia vero. Ma di vero, in The Truman Show, c'è solo lui.

Miliardi di persone lo hanno visto nascere e hanno seguito la sua vita minuto per minuto, nel più grande e innovativo programma che sia mai esistito. Oggi che il film compie vent'anni è interessante riflettere sul suo destino paradossale. Nei suoi tanti passaggi televisivi The Truman show non ha fatto ascolti stellari, ma ha cambiato per sempre la storia della Televisione e in parte della società (che ne è il suo doppio).

Il film di Peter Weir non appartiene al coro di film che usano la tv per insegnare una morale. Non ne mette in luce i limiti o le contraddizioni, la spregiudicatezza o l'ambiguità: è Televisione. Con l'architettura perfetta di un film. È la Televisione che, aldilà dei giudizi etici, non potremo mai vedere: perché troppo ambiziosa, costosa, rischiosa. Ma le sue idee di fondo hanno lasciato un segno forte, in nuovi modelli di osservazione della realtà e nelle loro derive (che sono sotto gli occhi di tutti).

Mentre usciva The Truman show nei laboratori di Hylversum (Olanda), Endemol progettava Big Brother (attraverso una serie di esperimenti molto diversi: The Golden Cage, una gabbia dorata in un deserto lunare e le grotte dove Montalbini sfidava la perdita dell'identità). L'anno dopo usciva Ed Tv, che rovesciando il concept del film con Jim Carey metteva uno sconosciuto consapevole al centro di un Canale Televisivo. Tutto ciò che in letteratura e nell'audiovisivo sono arrivati dopo The Truman show gli è in parte debitore, ma è vero anche il contrario: cioè che quel film ha condensato e messo in racconto qualcosa che era nello spirito di quel tempo, di quel momento preciso. Un'idea, però, che a ben guardare, ha radici lontane, in due opere letterarie: un romanzo breve e semi-sconosciuto di Philip Dick ed una delle opere più famose di Luigi Pirandello.

Prima di Truman

Esistono sensazioni vere?, si chiede Truman, davanti a un cielo bianco. Fuori da Sehaven non c'è nessuno a illuminare l'orizzonte con le luci del tramonto. Un tempo molto lontano l’uomo aveva paura di andare per mare perché pensava che ad aspettarlo ci fosse il vuoto, in cui si poteva solo precipitare. Eppure è da quell’oltre che per secoli la gente ha aspettato il  meraviglioso: i tulipani, le stoffe damascate, l’oro dell’Eldorado, i leoni e le antilopi, la noce moscata, un blu che non si era mai visto, chiamato Oltremare. E le nuove puntate dei feuillettons di Charles Dickens.

C'è il mare anche nella piccola cittadina dove si svolge il racconto di Philip Dick Tempo fuori di sesto. O Tempo fuori luogo. Il titolo del breve romanzo è stato tradotto in modi diversi. Siamo nel 1959. Le auto stanno lasciando le tinte pastello per l’arancione carico e il verde brillante. Sono gli anni del trionfo del Reader’s Digest e dei club del Libro. L’anticipatore di Truman si chiama Ragle Gumm ed è un campione di un gioco collettivo, lanciato da una rivista. I lettori devono indovinare dove si trova un fantomatico omino verde, tra 1208 caselle possibili. Una specie di battaglia navale a una sola puntata.

Ragle è abbonato alla vittoria. Smentendo ogni statistica, ha sempre la risposta esatta. Evidentemente, pensa, ha saputo entrare nella mente degli autori del gioco, e ne intuisce le mosse successive. Il suo nome spicca a caratteri cubitali nel giornale di Miramar, la sua piccola città. Ragle ha fiuto, ma vive nell’ossessione che tutto sia una fiction. Sospetta di tutto e di tutti: degli uomini in gruppo e delle loro occupazioni, dei colori, della vita e del rumore. Si isola sempre più dagli altri, con una ostinazione che li inquieta. Cerca rifugio nel buio. Ragle pensa che la sua inquietudine sia legata al gioco, alla ossessione di vincere che ormai l'ha pervaso, alla paura di sbagliare, essere squalificato, ritornane nell'anonimato.

Una serie di particolari apre una fessura nel tessuto della presunta realtà che lo circonda. Si chiede: come sono le cose in realtà? e si impone di vedere meglio. La verità gli viene incontro per caso (sarà così anche per Truman, quando scoprirà il backstage del programma di cui è protagonista dalla nascita). Ragle si trova in un Centro Commerciale nel momento in cui scatta un allarme. Al suono della sirena tutti i presenti fuggono ordinatamente, dalla stessa parte, come se facessero parte di una coreografia. È strano, pensa. Nella vita vera non succede così. Dopo questa prima agnizione, ne sounta un’altra: Ragle nota che alla Stazione Centrale i pullman non si vedono mai arrivare e che nel parcheggio del Supermercato le auto sono troppo poche rispetto alla folla che li popola. La fessura del sospetto diventa un taglio profondo.

Ormai è convinto di essere finito al centro di un universo costruito artificialmente intorno a lui. Così varca un confine proibito, e in una zona dichiarata incaccessibile trova un registratore acceso. Avvia il nastro e rivede se stesso -prima di fronte e poi di profilo- mentre passeggia lungo un viale alberato. Una voce fuori campo, in corrispondenza del primo piano, indica il suo nome: Questo è Ragle Gumm.

Ragle torna a casa in autobus e da quel momento vede attraverso l’illusione. Gli altri passeggeri sono spaventapasseri o manichini appoggiati ai sedili. L’autobus stesso è un guscio vuoto, nient’altro che una serie di sostegni verticali, oltre al mio sedile e a quello dell’autista. Un autista vero, però. Che mi portava veramente a casa. Ma solo.

A quel punto gli è chiaro il senso della finitezza del mondo circostante. Le vie, le case, i negozi, le auto, la gente. Le milleseicento persone dI Miramar non sono che comparse su un palcoscenico insospettabile. Circondate da mura, con cucine funzionanti, auto avvolgenti, quotidiani del mattino. Poi, dietro le mura, piatte scenografie dipinte.  Case disegnate sullo sfondo. Gente dipinta. Vie dipinte. Suoni provenienti da altoparlanti inseriti nei muri. Un bambino seduto da solo in un’aula scolastica, unico scolaro. Finto persino l’insegnante. Solo una serie di audiocassette invece della voce.

Quello che non capisce è il senso del concorso. Sa che c’è altro. Ma se c’è un solo mondo felice, qual è? Quello in cui vive o l’altro, di fuori? Ragle non trova la forza di scegliere, fino a che non trova una pubblicità con Marilyn Monroe che lo spinge ad affrontare il cuore della storia.

Lo strappo nel cielo di carta

Se avesse letto il racconto di Philip Dick, Truman avrebbe distrutto molto prima l’incantesimo in cui è cresciuto. La pioggia che si comporta come un faro seguipersona, i tramonti miscelati in modo artificiale da Christof, il suo burattinaio (regista e direttore della fotografia), la protezione assoluta.

È davanti a un tramonto architettato da Christof che Truman confessa a un amico i suoi primi dubbi. Come Raggle Gum raccoglie segnali, ma come può immaginare la gigantesca finzione che incornicia la sua vita? Ci vuole una prova certa, e la prova arriva quando entra per caso nel backstage. Certo, c'è uno specchio d'acqua che lo separa dal resto del mondo, che vuole scoprire. E lui ha terrore dell'acqua. Del resto Christof gli ha inventato che il padre è morto annegato. Di fronte alla determinazione della "sua" creatura, Christof ordina di scatenare una tempesta. Spera di dissuaderlo a raggiungere l'altra riva. Ma non ci riuscirà

Per un attimo Truman ha rischiato di morire. C'è nella sequenza un lunghissimo momento in cui non lo vediamo riaffiorare. Nessuno, neanche Christof può fare nulla in quel momento, per cambiare le cose. È forse il punto più interessante per quanto riguarda il rapporto tra l'autore dei programmi (con realtà aumentata) e la vita vera. L'attimo in cui il bisogno di controllo lascia il posto al rischio assoluto. Truman riemerge dall'acqua. In quel momento Christof capisce che a naufragare è il suo titanico programma. Qui entra in gioco il cielo di carta e all'orizzonte su staglia Pirandello:

– La tragedia d’Oreste in un teatrino di marionette! – venne ad annunziarmi il signor Anselmo Paleari. – Marionette automatiche, di nuova invenzione. Stasera, alle ore otto e mezzo, in via dei Prefetti, numero cinquantaquattro. Sarebbe da andarci, signor Meis.
– La tragedia d’Oreste?
– Già! D’après Sophocle, dice il manifestino. Sarà l’Elettra. Ora senta un po’ che bizzarria mi viene in mente! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Dica lei.
– Non saprei, – risposi, stringendomi ne le spalle.
– Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo.
– E perché?
– Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gl’impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì, a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta.
E se ne andò, ciabattando.
Dalle vette nuvolose delle sue astrazioni il signor Anselmo lasciava spesso precipitar così, come valanghe, i suoi pensieri. La ragione, il nesso, l’opportunità di essi rimanevano lassù, tra le nuvole, dimodoché difficilmente a chi lo ascoltava riusciva di capirci qualche cosa.
L’immagine della marionetta d’Oreste sconcertata dal buco nel cielo mi rimase tuttavia un pezzo nella mente. A un certo punto: «Beate le marionette», sospirai, «su le cui teste di legno il finto cielo si conserva senza strappi! Non perplessità angosciose, né ritegni, né intoppi, né ombre, né pietà: nulla! E possono attendere bravamente6 e prender gusto alla loro commedia e amare e tener se stesse in considerazione e in pregio, senza soffrir mai vertigini o capogiri, poiché per la loro statura e per le loro azioni quel cielo è un tetto proporzionato».
(Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal)

Fuori, aggiunge Christof, non troverai più verità di quanta non hai trovato nel mondo che ho creato per te. Ecco la differenza con il tempo di Pirandello.

– Non c'era niente di vero?
– Tu eri vero. Per questo era così bello guardarti.
– Tu chi sei?
– Il creatore che dà gioia ed esalta milioni di persone.
– E io chi sono?
– Tu sei la star

Il cielo di carta che Truman ha attraversato non separa due generi, e neppure un programma televisivo dal mondo reale. Quando Truman esce dallo show televisivo di cui è stato per anni protagonista inconsapevole, rimane l'eroe suo malgrado del film che lo racconta. La disperata bugia dell’autore di un Format in onda da più di trent'anni, che vede dissolversi il suo titanico progetto è la disarmante, profetica verità che The Truman Show, vent'anni dopo, ci propone. Ognuno entra ed esce da un continuum di trame che lavorano dentro e tra le persone. Non c'è un Christof in grado di indirizzare ogni singola vita, ma flussi di racconti che disegnano binari invisibili, abbozzi di sceneggiature in cui ci riconosciamo e finiamo per seguire, più o meno consapevolmente.

Fuori, Truman persona ha trovato costellazioni di invisibili finzioni. Scenografie accattivanti, incantesimi intermittenti, verità scritte con l'inchiostro simpatico. Un mondo soffocato dagli eufemismi. Una candid camera in cui tutti sono altri e i ruoli intercambiabili: protagonista, co-protagonista, personaggio minore, carattere, figurante, comparsa, passante, confrofigura, membro della massa, pubblico non pagante. Tutti rischiamo di vivere dentro la sceneggiatura/miraggio che qualcun altro ha pensato. Due psicologi americani, i fratelli Gold, hanno dato un nome alla psicosi di sentirsi sempre filmati. Ma è davvero una sindrome?

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