(Colin Kaepernick)

Protesta 4.0

USA: la discriminazione razziale è un'infamia che aggalla

di Mattia Cavadini

Per la quarta volta nell’era moderna il mondo dello sport a stelle e strisce deve fare i conti con la protesta di atleti afroamericani che scendono in campo per denunciare forme di discriminazione e violenza razziale.

Il fatto che la storia si ripeta non è un buon segno. È anzi il termometro di una civiltà che torna sempre al palo. Dopo brevi periodi di emancipazione e inclusione sociale, ecco che costantemente riaffiorano forme di esclusione identitaria, frutto di modalità primitive di autodifesa, basate sulla paura dell’altro e del diverso. Modalità che sono foriere (storia docet) dei più cupi e nefasti conflitti razziali.

E che la storia si ripeta ancora oggi è un fatto ancor più inquietante, indice della profonda frattura che dilania la società americana (frattura che il presidente Donald Trump sembra voler cavalcare fieramente e senza scrupoli) e presagio di un oscurantismo dagli esiti belligeranti e distruttivi.

Ma andiamo con ordine. Il primo grande momento di politicizzazione dello sport americano risale all’inizio del Novecento. Allora la segregazione razziale impediva agli atleti di colore di gareggiare in ambito nazionale, consentendo loro di competere solo a livello internazionale. Fu questo il destino che dovettero subire i pugili Joe Louis e Jack Johnson, ma soprattutto il velocista Jesse Owens, il quale però ebbe la sua rivincita, che fu al contempo la rivincita di tutta un'etnia. Nel 1936, alle olimpiadi di Berlino, sotto lo sguardo del Führer vinse quattro medaglie d'oro, dimostrando la supremazia atletica dei neri, in barba alla fanfaluca dell'Übermensch ariano.

La seconda ondata di proteste si ebbe dopo la seconda guerra mondiale, epoca in cui la lotta contro la segregazione razziale investì finalmente l’intera società americana. Ad incarnare questa nuova ondata fu il giocatore di baseball nero Jackie Robinson. Nella sua biografia, pubblicata nel 1972 (25 anni dopo la protesta di cui si fece promotore favorendo l'abbattimento della barriera razziale all'interno del baseball), Robinson espresse così il suo tormento: Non posso alzarmi in piedi a cantare l’inno nazionale. Non posso rendere omaggio alla bandiera. So di essere un uomo nero in un mondo bianco.

Con la contestazione sociale del 68 vi fu la terza grande ondata di proteste da parte di sportivi afroamericani. Il gesto che riassume la forza rivoluzionaria di questa ondata è incarnato dalla premiazione di Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968. I due atleti salirono infatti sul podio abbassando la testa e alzando il pugno avvolto in un guanto nero. Smith e Carlos erano ispirati dal movimento del Black Power, una declinazione della lotta delle Pantere nere di Malcom X e della rivoluzione non violenta di Martin Luther King. I due velocisti si schieravano con quel gesto dalla parte del pugile Cassius Clay, cui nel 1967 era stato tolto il titolo di campione del mondo per essersi rifiutato di andare a combattere in Vietnam. La voce di protesta di Muhammad Ali era una voce forte, che riecheggiava nel paese con la stessa pervicacia che il pugile ostentava sul ring.
 


Veniamo ora all’ultima ondata di contestazione, che ci concerne da vicino. La sua prima avvisaglia risale al settembre 2016. Mentre viene eseguito l'inno, rito nazionalistico che apre tutte le partite di football americano, il quarterback Colin Kaepernick (pettinatura afro e occhi rivolti alla bandiera) si inginocchia. Un anno dopo, e siamo a fine settembre 2017, più di duecento atleti professionisti seguono il suo gesto, inginocchiandosi, tenendosi sotto braccio e alzando il pugno durante l’esecuzione dell’inno. Erik Reid, un compagno di squadra di Kaepernick, confesserà al New York Times: Abbiamo scelto di inginocchiarci perché è un gesto rispettoso. Ricordo di aver pensato che la nostra protesta avrebbe potuto ricordare le bandiere che vengono fatte sventolare a mezz’asta, quando c’è una tragedia.

Al centro della protesta, ancora una volta, è la questione razziale. Il Black power ha lasciato il posto al Black lives matter (la vita dei neri conta), il movimento nato dopo una serie di omicidi di neri da parte dalla polizia. Trump si oppone con tutte le forze a questa ribellione. Durante un comizio in Alabama ha invitato i proprietari delle squadre a licenziare gli atleti che protestano: Buttate fori dal campo quei fottuti figli di puttana, immediatamente!, ha urlato dal palco, aizzando la folla di nazionalisti che lo ha portato alla Casa Bianca. Il problema, per Trump, è che il sistema è cambiato. Il mondo dello sport non è più solo in mano a un gruppo ristretto di miliardari bianchi che sfruttano i giovani atleti neri, se li scambiano per poi accantonarli quando non sono più utili (come aveva scritto nel 2006 l'opinionista W. C. Rhoden nel suo Forty milion dollar slaves, schiavi da 40 milioni di dollari). Oggi ci sono molti più afroamericani influenti. Molti di loro sono anche diventati degli influencer, e hanno generato dei brand commerciali di assoluto valore. Questo nuovo aspetto rende il peso specifico dell'attuale protesta assolutamente più alto. Che sia l'inizio di una nuova era? O, ancora una volta, il razzismo atavico della società americana (nei cui ranghi si annovera un'ampia schiera di primatisti bianchi) riuscirà ad imbavagliare le insorgenze inclusiviste ed egualitarie del popolo afroamericano?

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