Quando l’arte racconta le migrazioni

I flussi umani, gli sbarchi e l'integrazione nello sguardo degli artisti contemporanei

Talvolta un’opera d’arte, che sia un dipinto, un’installazione o un lavoro multimediale, può raccontare meglio di molti notiziari le emergenze della contemporaneità. Il tema delle migrazioni, quell’inarrestabile partire e cercare nuovi approdi che ha radici remote, è oggi più che mai una questione con cui innumerevoli artisti di tutto il mondo si confrontano. In molti casi si tratta di artisti che hanno vissuto in prima persona l’esperienza del distacco dalla propria terra d’origine. Ecco allora che quel moto antico e sempre attuale che, per le ragioni più diverse, porta popoli, famiglie e individui ad attraversare mari e oceani, a scavalcare muri e barriere, a spostarsi tra nazioni e continenti, è al centro di numerose opere esposte in mostre e biennali. Non di rado, queste opere riescono a riflettere e interpretare il presente in modo più incisivo e profondo di molti media, arrivando a toccare le nostre coscienze.

Chi visita l’attuale Biennale Arte a Venezia, in corso fino al prossimo 24 novembre, non può non restare impietrito di fronte a Barca Nostra, il relitto dell’imponente peschereccio che nel 2015 affondò nel Canale di Sicilia dando luogo a quello che è considerato il naufragio più tragico nella storia del Mediterraneo. Portata in laguna dall’artista svizzero Christoph Büchel e collocata nel bacino dell’Arsenale, più che un’opera d’arte Barca Nostra è un monumento commemorativo alla migrazione contemporanea, sta lì con la sua cruda e spettrale mole a ricordarci non solo le vittime ma anche gli errori e orrori delle politiche globali responsabili delle tragedie nel mar Mediterraneo, quel “Mare Nostrum” che, in un’opera al neon di un altro artista, Runo Lagomarsino, si trasforma in “Mare Mostrum”.

Altra imbarcazione, meno imponente ma altrettanto impressionante, è quella pensata da Sislej Xhafa. Realizzata nel 2011 in un periodo di emergenza sbarchi a Lampedusa, Barka è un’installazione composta da centinaia di scarpe: un ammasso anonimo che rimanda alla perdita di identità e di dignità dei migranti, ma anche ai tanti corpi stipati su mezzi di fortuna, le cosiddette “carrette del mare”. Un’opera che risente anche della biografia dell’artista, nato in Kosovo e oggi residente a New York, dopo una breve parentesi di studio in Italia. Nei lavori di Sislej Xhafa, infatti,  ricorrono sovente i concetti di viaggio e di appartenenza, temi universali filtrati attraverso la sua esperienza personale.

Lo stesso vale per Adrian Paci, che negli anni Novanta, durante il grande esodo causato dalla crisi economica e dalla guerra civile, lascia l’Albania per trasferirsi in Italia. L’esperienza dell’emigrazione segna profondamente la sua vita, diventando uno dei motivi cardine della sua ricerca artistica, imperniata sui temi della memoria, dei legami familiari, della casa, ma anche del  nomadismo culturale e del controllo sociale. Diverse le opere emblematiche in tal senso: Home to Go, per esempio, rappresenta un uomo ‒ lo stesso Paci ‒ che avanza curvo portando sulla schiena un tetto (l’opera esiste sia sotto forma di scultura, sia come serie fotografica). Tetto come sineddoche di casa, che ci si vorrebbe portare appresso, o che si vorrebbe trovare là, alla fine del proprio viaggio. Ma spesso si tratta di un viaggio verso l’ignoto, come suggerisce un altro lavoro di Paci: nel video Centro di permanenza temporanea vediamo un gruppo di persone accalcarsi sulla scaletta di accesso a un aereo. Il velivolo però non c’è, e chissà se mai arriverà. Ambientato all’aeroporto di San José, in California, il video trae spunto dalle vicende reali degli immigrati latino-americani rimpatriati. Ciò nonostante, quella condizione di sospensione e incertezza che le immagini ben descrivono è comune a ciascun migrante.

Tra gli artisti contemporanei che con maggiore frequenza si sono dedicati ai problemi delle migrazioni e dei rifugiati vi è il cinese Ai Weiwei. Memorabile la sua installazione Reframe (Nuova cornice) pensata per la mostra tenutasi a Palazzo Strozzi, Firenze, nel 2016. Ventidue gommoni di salvataggio arancioni vennero appesi sulle due facciate di piazza Strozzi e via Strozzi a formare un’insolita decorazione del palazzo rinascimentale, un intervento scomodo e provocatorio che oltrepassava i confini museali per portare il proprio messaggio fuori, nello spazio pubblico e del quotidiano, e invitare alla riflessione. Ma è con il film Human Flow che l’artista-attivista ha voluto mostrare e comprendere il fenomeno globale del “flusso umano” in tutte le sue drammatiche sfaccettature. Girato nel corso di un anno in ventitré Paesi diversi, il film è un intenso e toccante affresco che testimonia che cosa voglia dire oggi partire alla disperata ricerca di un porto sicuro, di un riparo, di una giustizia, o semplicemente di una esistenza migliore. 

E Ai Weiwei è, insieme ad altri noti artisti contemporanei come Adel Abdessemed, Christian Boltanski e Artur Zmijewski, tra i protagonisti di una interessante collettiva visitabile fino al 24 novembre a Venezia: “Rothko in Lampedusa”. Un progetto espositivo promosso dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) che ha l’obiettivo primario di proporre una narrazione alternativa rispetto a quella prevalente, in cui “i rifugiati siano considerati non come una massa indefinita, un agglomerato di persone spersonalizzato, ma esseri umani e individui unici”. Tra le opere in mostra, difatti, ci sono anche quelle di cinque artisti emergenti che hanno vissuto sulla propria pelle la condizione di rifugiato.

Per avere un’idea di quanti artisti negli anni recenti abbiano raccontato, con mezzi espressivi e sensibilità differenti, la problematica dei flussi migratori e i temi correlati dell’identità, della discriminazione, dell’accoglienza e dell’integrazione, va ricordata anche la notevole collettiva allestita nel 2017 alla Triennale di Milano, “La Terra Inquieta”, il cui titolo evocativo era mutuato da una raccolta di poesie dello scrittore antillano Édouard Glissant, cantore della coesistenza di culture diverse. Radunando le opere di oltre sessantacinque artisti provenienti da vari Paesi del mondo, la mostra si proponeva di esplorare “geografie reali e immaginarie, ricostruendo l’odissea dei migranti e le storie individuali e collettive dei viaggi disperati dei nuovi dannati della terra”. 

“Ammonticchiati là come giumenti / sulle gelida prua mossa dai venti, / migrano a terre inospiti e lontane; / laceri e macilenti, / varcano i mari per cercar del pane. / Traditi da un mercante menzognero, / vanno, oggetto di scherno allo straniero, / bestie da soma, dispregiati iloti / carne da cimitero / vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti.”

Sono alcuni versi della poesia Gli emigranti, scritta da Edmondo De Amicis nel lontano 1882. A distanza di oltre un secolo, le condizioni di chi emigra non sono cambiate poi molto. Ecco perché è importante che, anche attraverso l’immediatezza e l’intensità dei linguaggi dell’arte, l’attenzione su questi problemi venga mantenuta viva. Sono necessarie opere, azioni e testimonianze per risvegliare le coscienze dallo stato di assuefazione prodotto dalla comunicazione di massa e per rammentare che migrare è un diritto fondamentale.

Francesca Cogoni
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