Quando la letteratura si fa... ecologica

I libri che hanno descritto un nuovo rapporto fra uomo e ambiente

Non c’è post-verità che tenga: il cambiamento climatico esiste. Quei “più tre gradi” verso cui si dirige il pianeta diventeranno realtà entro la fine del secolo, con conseguenze devastanti. Nel tentativo di cambiare questa rotta disastrosa, ci viene da chiederci: Cosa possiamo modificare nelle nostre azioni? Forse invece la vera domanda che dovremmo porci è: Cosa possiamo modificare nella nostra percezione, ovvero la percezione che abbiamo di noi in relazione all’ambiente circostante?

La risposta a questo secondo interrogativo pretende da noi un cambiamento ben più profondo, un vero e proprio ribaltamento di paradigma. E a stimolare e sondare possibili vie alternative non sono tanto i dati e gli allarmismi scientifici, quanto il mondo delle idee e delle arti, fra cui la letteratura. A patto che, ovviamente, si avvii in direzioni inaspettate, proponendo un rapporto uomo-ambiente che stravolga quello occidentale tradizionale.

 

Il ritorno alla natura incontaminata
La ricerca di una vita autentica fatta da Henry David Thoreau segna l'esordio di una letteratura dai valori ecologici. Nel racconto autobiografico di Walden (Vita nei boschi) (1854) l'utilitarismo e le costrizioni sociali che regolano la collettività urbana vengono svelati nella loro insensatezza e rifiutati a favore di un isolamento nella natura.

Questo ideale della wilderness  si diffonde soprattutto in America, da Annie Dillar a Jonathan Franzen, passando dalla storia vera di Christopher McCandless, il ragazzo che abbandonò tutto per andare a vivere in solitudine in Alaska (dove poi morì tragicamente), protagonista del romanzo-reportage Nelle terre estreme di Jon Krakauer e poi del film Into the wild. Ma anche in Italia vanta accoliti: basti pensare al vincitore del Premio Strega 2017, Paolo Cognetti con Le otto montagne, dove il paesaggio montuoso costituisce l’habitat fisico e metaforico di un percorso di crescita verso la libertà e la pace interiore. Qui le narrazioni non scendono in campo nel conflitto tra civiltà contemporanea e ambiente, ma da quel conflitto si sottraggono, dandolo per irrisolvibile. L’uomo deve inerpicarsi per sentieri solitari e selvatici, perché solo nella natura incontaminata può riscoprire un’esistenza piena (il midollo della vita thoreaudiano) ed ecologica, ovvero in armonia con il mondo.


La cli-fi, ovvero la scoperta di un nuovo ordine ambientale
C’è chi invece affronta di petto la crisi ambientale, estremizzandola e facendola deflagrare in tutta la sua potenza distruttrice. È la cosiddetta climate fiction (variante di science fiction), ovvero la fantaecologia, un genere che spazia dall’eco-thriller (un esempio recente: Il profumo di Adamo di Rufin del 2007, interessante per il rilievo dato alla componente politico-ideologica) alle distopie ambientali di McCarthy e Atwood (qui per approfondire), per arrivare alle utopie ecologiche di Callenbach (cui si deve il neologismo “ecotopia”, posto a titolo del suo romanzo del 1975).

Margaret Atwood (keystone)
Margaret Atwood (keystone) (keystone)

I numerosi annacquamenti commerciali subiti dalla cli-fi, soprattutto in ambito cinematografico (da The day after tomorrow in poi), non la privano della sua potenzialità perturbante e catartica. Come analizza Niccolò Scaffai nel suo saggio Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa, la costruzione della cilmate fiction si fonda sull’archetipo dell’apocalisse, intesa nel suo senso etimologico: apokálipsis, ovvero “rivelazione” (oltreché catastrofe). L’apocalisse ecologica pone di colpo l’uomo di fronte a un ordine ambientale diverso da quello su cui fonda normalmente la propria Weltanschauung. La scoperta e l’immissione in questo nuovo habitat, inizialmente ostile o frustrante, lo costringe a ripensarsi e a mutare la propria coscienza ecologica.


L'emergenza dei rifiuti, specchio della nostra società
Il tema più diffuso nella letteratura ecologica resta però l’immondizia. Precursore (della raffigurazione in ambito letterario del problema dell'immondizia) è stato Italo Calvino, con le sue Città invisibili, dove ha immaginato una metropoli, Leonia, che rifà se stessa tutti i giorni producendo un’enorme massa di rifiuti. Oggi l’argomento viene declinato in diversi modi, ora in qualità di espediente comico-satirico (Il sesto continente di Pennac), ora in chiave saggistica (Gomorra di Saviano), ora, nel grandioso affresco di DeLillo in Underworld (1997), come prospettiva privilegiata da cui ripercorrere quarant’anni di storia americana. L’attenzione si sposta dal momento in cui gli oggetti sono funzionanti a quando vengono gettati via, con uno snaturamento della loro finalità. Una poetica della spazzatura che non fa altro che riflettere lo spasmodico accumulare ed eliminare beni materiali su cui si fonda il nostro sistema economico e culturale. E il tentativo – fallimentare – di contenere quella massa che cresce in modo incontrollato e inarrestabile, invadendoci man mano, rivela l’instabilità di fondo del nostro modello socio-ambientale, votato all’autodistruzione.

 

Di fronte all’emergenza globale, ha ragione Margaret Atwood quando afferma che “la letteratura non può salvare il pianeta”. Al massimo, può contribuire a “salvare” una persona, intaccando la sua percezione, ribaltando la sua idea di possesso/controllo del mondo e impiantando un germe di rinnovamento.

E infatti, i temi e le forme sperimentate dalla letteratura ecologica di ieri e di oggi, hanno proprio questo in comune. Presentano, come lo chiama Scaffai, “uno sguardo straniato”, non convenzionale, che racconta l’uomo (di solito collocato in un habitat indistinto e inerte) in rapporto alla vita in comune. Dove per “vita in comune” non si intende la collettività degli uomini, ma un’esistenza capace di concepirsi in relazione a tutte le componenti ambientali che la circondano (animali, vegetali, minerali, ecc.). Un vero eco-sistema, insomma.

 

 

Barbara Camplani
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