Quarant’anni di videoclip

Una forma ibrida tra musica, arte, cinema e pubblicità

di Francesca Cogoni

“Video Killed the Radio Star” cantavano i Buggles alla fine degli anni ’70. Tutt’oggi popolarissimo, il brano marcò il passaggio agli anni ’80 anticipandone il sound. Al suo successo contribuì in larga misura anche il relativo videoclip che, strategicamente e ironicamente, fu in assoluto il primo video trasmesso da MTV nel giorno della sua nascita, il 1 agosto 1981. La canzone racconta di una “stella della radio” la cui popolarità viene minacciata dall’avvento della “musica da vedere”. Oggi, fortunatamente, la radio gode ancora di buona salute, mentre il videoclip, dal canto suo, ha fatto tanta strada, evolvendosi e rinnovandosi con il mutare delle tecnologie e delle abitudini. Nessuna stella radiofonica è stata “uccisa”, in compenso tante band e musicisti hanno acquistato notorietà e rafforzato la loro immagine grazie a memorabili video musicali. Video che dagli schermi televisivi si sono progressivamente trasferiti sul web, amplificando all’ennesima potenza la propria diffusione (basti pensare ai milioni di visualizzazioni su piattaforme come YouTube e Vimeo).

Numerosi critici e studiosi sono concordi nel ritenere che il primo videoclip vero e proprio della storia sia stato Bohemian Rhapsody dei Queen, girato da Bruce Gowers nel 1975. Un video che per la prima volta non si limita a riprendere una band che suona, ma cerca di tradurre visivamente la musica. Tuttavia, è con MTV, la prima emittente mondiale dedicata alla musica da vedere, che la forma videoclip trova la sua vera ragion d’essere.
“MTV non è solo un canale distributivo, segna un divario linguistico rispetto a tutto ciò che c’era prima, perché: a) crea una consapevolezza dell’oggetto clip e della necessità che la musica sia supportata dalla componente visuale; b) convoglia, codifica e consolida una serie di esperienze precedenti slegate tra loro, stimolando una produzione sistematica; c) determina infine ‒ cosa non secondaria ‒ una nuova estetica che influenzerà il sistema dei media a venire, inteso nella sua globalità”. A scriverlo è Bruno Di Marino, storico dell’immagine in movimento, nel saggio Segni, sogni, suoni. Quarant’anni di videoclip da David Bowie a Lady Gaga, appena pubblicato da Meltemi. Un corposo volume (versione ampliata e aggiornata di Clip! 20 anni di musica in video del 2001) che analizza origini, evoluzione e prospettive future del video musicale, offrendo un’approfondita panoramica sulle tendenze, le tematiche e i registi connessi a questa peculiare forma audiovisiva. Una lettura estremamente interessante non soltanto per la quantità di informazioni, dettagli e curiosità legati all’universo videomusicale, ma anche perché rende giustizia a una pratica mutante e innovativa per natura, che affonda le sue radici negli esperimenti delle avanguardie primonovecentesche (Marinetti e compagni nel Manifesto della cinematografia futurista del 1916 parlavano di “ricerche musicali cinematografate”) e che negli anni ha saputo elevarsi dallo status di prodotto meramente commerciale a fenomeno ibrido per eccellenza, frutto esemplare del sincretismo, dell’intermedialità e della frammentarietà dell’epoca contemporanea.
Nel 1983, un articolo su “Le Monde” riportava: “Figlio del signor cinema e della signora musica, il videoclip è nato dalla televisione ma ha negli occhi tanta pubblicità”. Oggi potremmo aggiungere: “e sembra fatto apposta per la rete”.
Una delle definizioni più calzanti mai data dei videoclip è quella che li descrive come “complesse forme di testualità audiovisiva la cui efficacia non consiste unicamente nella capacità di stimolare lo spettatore a ricomporre diversi frammenti audio-visivi in una forma chiusa, ma si fonda soprattutto sull’attitudine a colpire il soggetto, a contagiarlo nell’esperienza di una fruizione in cui un profondo coinvolgimento sinestesico prevale in modo deciso sulla ricomposizione razionale di una narratività forte” (Paolo Peverini, Il videoclip. Strategie e figure di una forma breve, 2004.
Dal chroma key spinto dei video anni ’80 al morphing dei ’90, fino ai video interattivi degli anni 2000 (come Reflektor degli Arcade Fire), dai clip narrativi ai concettuali, passando per quelli performativi: al di là delle tecniche e degli stili, sono innumerevoli i video musicali che dagli esordi ad oggi hanno lasciato il segno, coinvolgendo e sorprendendo, provocando e destabilizzando. Non parliamo, ovviamente, del tradizionale clip tese banalmente a promuovere una star, ma di tutti quei video che grazie all’estro e all’audacia di registi e musicisti hanno scardinato le convenzioni e tratto vantaggio dai propri ineludibili limiti (la breve durata, il legame con la canzone, l’obiettivo promozionale).

In Segni, sogni, suoni vengono citati numerosi esempi, in particolar modo Di Marino pone l’accento sulle continue commistioni e reciproche influenze con gli ambiti del cinema e delle arti visive. “Se da un lato il video musicale vampirizza le altre forme espressive e culturali (dal cinema alla videoarte, dalla televisione alla pubblicità, dalla moda alle nuove tecnologie, dal teatro al fumetto, dalla danza alla pittura), dall’altro restituisce, influenza, condiziona i diversi campi non solo dell’audiovisivo ma, più in generale del visivo”. Così, se molti videoclip rimandano a film e generi ben precisi ‒ il suggestivo video di Tonight, Tonight degli Smashing Pumpkins è un chiaro omaggio a Viaggio nella Luna di Méliès; in Sabotage dei Beastie Boys il geniale Spike Jonze ricalca gli stilemi del genere poliziesco anni ’70; l’enigmatico video di The Universal firmato da Jonathan Glazer per i Blur prende ispirazione da Arancia meccanica di Kubrick, solo per fare qualche esempio ‒ è anche naturale che molti registi cinematografici si siano cimentati nella realizzazione di videoclip.

Pensiamo a John Landis che, già affermatosi con la regia di film come Animal House e The Blues Brothers, nel 1983 gira Thriller di Michael Jackson, che resta uno dei videoclip più famosi e costosi della storia. Ma la lista dei grandi registi di cinema che hanno diretto almeno un videoclip è lunga e interessante: solo per citarne alcuni, Wim Wenders, Spike Lee, Brian De Palma, Martin Scorsese, Roman Polanski, David Lynch... e persino Michelangelo Antonioni (suo il video di Fotoromanza per Gianna Nannini, in verità non particolarmente originale).
Sono tanti anche coloro che hanno compiuto il percorso inverso, passando dalla regia di videoclip al lungometraggio: tra i più talentuosi troviamo Spike Jonze, Mark Romanek, Roman Coppola, Michel Gondry (vedere la sua intera videografia è un’esperienza di straordinario godimento audiovisivo), Floria Sigismondi e Anton Corbijn. Questi ultimi due, in particolare, hanno iniziato la loro formazione e carriera come fotografi, dedicandosi poi anche alla direzione di notevoli video musicali, un iter che accomuna parecchi autori, per esempio Jean-Baptiste Mondino (che ha contribuito ad accrescere la fama e il fascino di Madonna con diversi video), David LaChapelle, Bruce Weber, Ryan McGinley...

Sul versante delle interferenze con la storia dell’arte, gli esempi sono altrettanto interessanti e affascinanti. Si va da pure citazioni/omaggi, intenzionali o meno ‒ diversi clip di Lady Gaga rievocano le performance dell’artista Orlan; Hold Up di Beyoncé rimanda indiscutibilmente a un’opera della videoartista Pipilotti Rist; lo splendido Losing my Religion dei R.E.M. mescola Caravaggio, Leonardo da Vinci e l’iconografia orientale... ‒ ad artisti visivi che si sono cimentati nel videoclip con ottimi risultati, dall’antesignano Andy Warhol al contemporaneo Damien Hirst, passando per Laurie Anderson, Robert Longo e Doug Aitken. Ci sono poi casi di videoclip che sono stati elevati al rango di opere d’arte, finendo esposti in biennali e musei, come il capolavoro realizzato da Chris Cunningham per il brano All is Full of Love di Björk.

E a proposito di Björk, la musicista islandese è tra coloro che meglio hanno saputo esprimere la propria personalità, trasformare e rinnovare la propria immagine sperimentando le molteplici potenzialità del video musicale. Pochi artisti possono vantare una videografia peculiare come la sua (tra le band, vanno menzionati sicuramente i Radiohead). Tra gli impareggiabili che hanno utilizzato il videoclip come un sorprendente strumento di comunicazione, infine, è impossibile non pensare a David Bowie, a cui Bruno Di Marino dedica meritatamente l’epilogo del suo libro. Guardate i video del Duca Bianco, non solo quelli degli esordi, ma anche e soprattutto gli ultimi due realizzati prima della sua dipartita, i visionari Lazarus e Blackstar, per capire quanta meraviglia, innovazione, creatività possa essere racchiusa in un videoclip.

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