(Keystone)

Ready Player One

Una storia per sognatori

L'immaginazione è la regina del vero, e il possibile è una delle province della verità. Charles Baudelaire


Quando due sognatori, animati dal mondo delle narrazioni, uniscono le forze per dar vita a una storia, ecco che nessuna forza della ragione potrà farli desistere dal dare sfogo alla loro passione e fantasia. E così ci si ritrova nell’anno 2045, dove la sovrappopolazione, le guerre e l’inquinamento hanno ridotto la Terra in una discarica. Ma in questo mondo distopico milioni di persone possono trovare salvezza. OASIS, creato dall’eccentrico ma brillante James Halliday (definito da Spielberg «un nuovo Steve Jobs») è infatti un immenso universo virtuale. In mezzo al caos di una società in crisi vi è la possibilità di indossare un visore e aprirsi a un mondo in cui ognuno può essere e fare ciò che vuole, un luogo nel quale l’unico limite sembra essere l’immaginazione.

La nostra storia inizia con la comparsa di Halliday stesso, il quale sugli schermi virtuali di OASIS lancia un videomessaggio che informa della propria morte. E, assumendo le sembianze di un dio tra le nuvole dal nome Anorak l’Onnisciente, Halliday spiega che ha nascosto un uovo, l’Easter Egg, da qualche parte in OASIS, e che chi riuscirà a trovarlo per primo diverrà il proprietario della sua immensa creazione, nonché di 500 miliardi di dollari. Un gioco, dunque, predisposto per l’evento, ma che tosto diventa una corsa all’oro e al potere su scala mondiale.

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Ecco allora che il nostro protagonista Wade Watts, alias virtuale Parzival, si unirà ai suoi amici per indagare e svelare i segreti che possono permettergli di superare le prove; le quali, come si vedrà, richiedono grande conoscenza di una certa cultura pop degli anni Ottanta. E così entriamo in quel dedalo di citazioni e riferimenti disseminati in tutto il film o, prima ancora, nel libro da cui l’omonimo film di Steven Spielberg è tratto: Ready Player One di Ernest Cline.

Ad accomunare i due autori è la forte e sincera passione per la cultura nerd degli anni Ottanta: la musica, lo stile, i film, i videogiochi e lo spirito che aleggiava su ogni cosa. Per questo nel libro di Cline, nonostante la vicenda sia ambientata nel 2045, la politica, la cultura e tutti i riferimenti portano l’insegna di quegli anni. Anni, a detta di Spielberg, creativi e vitali per la sua generazione. E questo nel film è chiaro fin dai primi secondi in cui risuonano le note di Jump dei Van Halen, ritmo ed euforia che solo il cinema avrebbe potuto trasmettere. Così Spielberg, prendendo in mano il libro di Cline, non solo lo ha semplificato (come la necessità del mezzo impone) ma lo ha anche arricchito: ha sfoltito la ricca costruzione di OASIS e la narrazione originali per gremire ogni inquadratura di una ricchezza visiva inedita, ampliando e moltiplicando l’orda di citazioni e omaggi.

 

Eppure, sotto gli infiniti riferimenti visivi e sonori agli anni Ottanta, che pur sono una parte essenziale del film, vi è un riferimento sostanziale connaturato nella struttura stessa della trama, un riferimento molto più antico di Shining o della DeLorean di Ritorno al futuro, del T-Rex di Jurassic Park o di Godzilla. L’indizio più evidente è nel nome del protagonista, per essere più precisi nel nome del suo avatar: Parzival. Un nome fin troppo simile a quel Parsifal o Percival (o, nella versione del romanzo medievale tedesco di Wolfram von Eschenbach, esattamente Parzival), cavaliere della tavola rotonda che si unì a re Artù alla ricerca del Santo Graal.

Un antico personaggio dunque, le cui leggende narrano essere nato e cresciuto in una foresta, e perciò alquanto ingenuo, ma questa caratteristica non è l’unica costante che ha resistito nell’evoluzione secolare del personaggio: egli è sempre un giovane talentuoso, un eroe popolare e, cosa più importante, è colui che possiede quella caratteristica che spesso affianca l’ingenuità, ovvero la purezza di cuore, qualità grazie alla quale gli è consentita la vista del santo tesoro. Parzival è colui che riesce a vedere il Graal.

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Secondo la leggenda il Santo Graal, la coppa con la quale Gesù celebrò l’ultima cena, allude al possesso di una conoscenza esoterica che da un lato viene elargita gratuitamente da Dio, ma dall’altro comporta una conquista, riservata a coloro che sono in grado di accoglierne il mistero e che sono degni dell’enorme potere magico in essa racchiuso. Ma ciononostante Parzival intraprende la ricerca dell’Egg non per fini economici o di potere, lo fa per il gusto di giocare e per la sincera passione verso Halliday e ciò che ha creato. Per questo egli, più di altri, ha potuto accedere all’intima camera di Halliday, e lì ricevere l’Egg. Gli indizi disseminati sulla cultura pop degli anni Ottanta sono quel mondo caro al creatore di OASIS, ma sono anche, in qualche modo, la finestra che apre ai suoi più intimi segreti biografici e sentimentali, senza la conoscenza dei quali è impossibile ottenere l’Egg. È come se, per poter giungere al tesoro, bisognasse entrare nell’anima del suo creatore, nel suo pathos. Allora diventa chiaro come, in Ready Player One, la dimensione essenziale della ricerca del Graal subisca una reificazione metafisica rispetto a quella che Étienne Gilson individuò nella tradizione letteraria, in cui «la ricerca del Santo Graal è la ricerca dei segreti di Dio».

Halliday è un dio nostalgico, come del resto lo sono i suoi autori. Il film parla del futuro, tuttavia è colmo di riferimenti al passato. Un’epoca nostalgica? Può essere, ma non c’è da vergognarsi. Spielberg, alla domanda se si definirebbe nostalgico, risponde: «Assolutamente reo confesso... Penso che la nostalgia sia un sentimento positivo così potente che fa sì che le persone si uniscano per condividere i ricordi; e la condivisione della memoria collettiva è di grande conforto, specie quando il mondo non è nella sua fase più felice».

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In questa storia vediamo incrociarsi un futuro e un passato prossimo, un passato remoto, e l’oggi. Un film che nasce dalla nostalgia per un tipo di cultura popolare e nerd, ma che secondo alcuni va oltre diventando un vero e proprio inno alla fantasia e all’immaginazione. Così nella frase di Halliday: «sono un sognatore, costruisco mondi», sentiamo l’eco di altre due voci che vivono per sognare. E le possibilità che la realtà virtuale riesce a trasmettere creano quel fascino incantatorio e attraente che ci porta a fantasticare con entusiasmo. Perciò, al di là della morale che mette in guardia i giovani dal fuggire il “mondo reale” per rifugiarsi in un mondo immaginario, Ready Player One ci dice al contempo che c’è ancora spazio per sognare e immaginare, poiché tutto è possibile. Apre a una leggerezza che fa sognare e fantasticare, che dona quella segreta forza solare di cui solo l’ottimismo è capace. Il film di Spielberg diffonde quella leggerezza che ci tiene svegli la sera tra mille mondi e avventure, per infine farci addormentare con un sorriso.

Valerio Abate
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