Requiem per gli scrittori

La letteratura stritolata tra editing e autopromozione

di Marco Alloni

I due fenomeni più macroscopici che hanno attraversato il mondo letterario ed editoriale degli ultimi anni sono probabilmente l'affermarsi della categoria dei cosiddetti editors e l'imprescindibilità delle pubbliche relazioni, ovvero del lavoro autopromozionale, affinché un autore venga riconosciuto e pubblicato.

Due fenomeni che hanno cambiato alla radice il volto della letteratura e lo spirito che l'accompagna, al punto che l'imporsi di un'opera deve ormai alla dimensione autorale, cioè all'originalità stilistica e alla qualità dei testi, una parte che definire marginale non è affatto eufemistico.

Partiamo dall'editing. Per quanto pratiche più o meno discrete di editing siano riconoscibili in tutta la storia della letteratura – di norma nella forma di autori o critici che consigliavano i propri colleghi sulle eventuali modifiche da apporre a un testo prima di presentarlo agli editori – oggi l'editing è diventato, insieme alle scuole di scrittura creativa, oltreché una professione, un marchio nient'affatto discreto, la cui impronta sulle opere può rasentare talvolta la riscrittura radicale: sia nel senso di tagli massicci, di vere e proprie ristrutturazioni dell'impianto narrativo, di cambi di ambientazione o di personaggi, di interventi invasivi a livello di forma o persino di capillari ridefinizioni stilistiche.

Risultato? Le opere corrispondono sempre più alle linee redazionali delle case editrici, ovvero al «marchio di fabbrica» di questo o quell'editore, assomigliano sempre più le une alle altre, pagano spesso di una pulizia formale che, mitigando i difetti insieme alle caratteristiche stilistiche dell'opera, favorisce il diffondersi di una «lingua di plastica» e sono così «pulite» da riuscire in gran parte asettiche, protocollari e prive di qualunque cifra estetica riconoscibile.

Ma non solo: promuovendo il lavoro di editing anche e in primo luogo un tipo di linguaggio letterario che sia appetibile al più vasto lettorato possibile, cioè «commerciale», esso si profila come un servizio al mercato prima che all'arte, ovvero come una deliberata – quando non involontaria, il che è persino più grave – forma di complicità con l'abbassamento del livello medio delle opere, le quali meno riescono compatibili con i gusti e le aspettative linguistiche di massa e più vengono respinte al mittente come élitarie e quindi improponibili.

L'editing livella così su uno standard popolare le opere, e il cosiddetto «popolo», ovvero i consumatori, cessa di innalzarsi alla letteratura pretendendo al contrario che la letteratura si chini al suo semplicismo. A dettare il gusto non sono più gli scrittori ma il mercato, con l'ovvia conseguenza che il gusto, arreso alle aspettative dei palati più grossolani, non è più gusto ma il suo contrario. Provate l'haute cuisine francese dopo dieci anni di hamburger MacDonald's e capirete cosa intendo.

Il secondo fenomeno a cui gli scrittori non possono tendenzialmente ormai più sottrarsi è l'autopromozione, che parte dai cosiddetti «tours» di presentazione dei propri libri per arrivare alle comparsate televisive o – quando il tempo sottratto alla scrittura vale più di quello concesso alla creatività – al presenzialismo.

Si impone allora sull'opera, prodotto teoricamente indipendente, la figura del personaggio. E non è raro – anzi, è ormai prassi – che laddove l'opera sia debole ma il personaggio intrigante, l'opera trovi stuoli di editori pronti (e proni) a pubblicizzarla. Mentre laddove debole sia il personaggio e potente l'opera, quest'ultima rischi di essere ignorata e spesso impubblicata.

Essere pubblicamente riconoscibili – sia come «personaggi» purchessia sia come autori ben inseriti nei circoli degli «addetti ai lavori» – conta pertanto più, da qualche decennio, che essere esteticamente riconoscibili. E la prova l'abbiamo nelle classifiche dei libri più venduti: la notorietà è garanzia di successo, la qualità non garantisce nessuna notorietà.

Conclusione: siamo al capolinea. O per meglio dire, stiamo sprofondando in una splendida e sbrilluccicante palude dove qualche autore è ormai tentato di sospirare: «Naufragar m'è dolce in questo stagno».

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