Roberto Calasso

Alla ricerca della letteratura assoluta

Gli dèi abitano là dove sempre hanno abitato. Ma sulla terra si sono perdute certe indicazioni che si possedevano su quei luoghi. O non si sa più ritrovarle in vecchi fogli abbandonati e dispersi. Roberto Calasso

 

di Valerio Abate

Noi tutti conosciamo Roberto Calasso, i suoi numerosi premi, le conferenze internazionali e l’ancor più noto successo di Adelphi, punta di diamante della cultura italina degli ultimi cinquant’anni. Ma ciò che più impressiona è vederlo nel suo ufficio, dietro allo scrittoio, che regge in una mano uno smartphone e nell’altra un’amigdala. Due oggetti, due artefatti separati da un abisso di 2,5 milioni di anni, e nonostante ciò molto simili, tanto che Calasso può arrivare a sentenziare che «sono sostanzialmente la stessa cosa», ossia protesi.

Sono protesi, ma per chi? o per cosa? Per l’Homo. Già, perché al centro dell’attenzione di Calasso c’è sempre l’Homo, dal Paleolitico a oggi, nella sua comunanza e vicinanza, da un lato con l’animale e dall’altro con il divino. Queste due presenze, l’animale e il divino, hanno accompagnato da sempre la storia dell’uomo, il quale ha cercato di addomesticarle, senza successo e perdendone in arte la forza primigenia. In particolare per quanto attiene al divino, che sembra eccedere la mente utilitaristica dell’Homo saecularis, incapace di esperire l’ignoto. Come dice Calasso in un’intervista pubblicata da La Repubblica, «Homo saecularis si è sbarazzato delle religioni, ma è tremendamente credulo». Questo è l’innominabile attuale, abitato da questo tipo particolare di Homo, che si è liberato del grande peso dell’ignoto, del divino e dell’invisibile, ma nel quale questo alleggerimento non ha portato felicità, bensì smarrimento.

Quando Calasso osserva l’attuale lo fa confrontandolo con altre epoche umane, in cui si sono praticate altre modalità di esistenza. E lo fo analizzando alcune delle matrici più profonde dell’esistere dell’Homo: dalla caccia al sacrificio, ai miti, all’arte e alla tecnica, alla fede e al pensiero, alla scienza, alla letteratura, alla società, alla metamorfosi e alla morte. Portatore – per dirla con Nietzsche e Calasso stesso – di un pensiero impuro, l’Homo ama miscidare le discipline, senza precludersi alcuna prospettiva. E in questa mescolanza, sempre presente, vi è un’idea di fondo della cultura che, nel nostro tempo, lentamente va obliandosi: quella secondo cui la cultura, quando viene accostata all’utile, muore.

Il mondo di Calasso, è chiaro, è un mondo iper-letterario. Grazie alla letteratura, alla sua conoscenza libresca, egli vivifica e illumina di nuova luce il raffinato pensiero dei vedānta, così come i miti greci e l’opera del Tiepolo, e di Baudelaire, Kafka, Simone Weil... la lista è lunga, troppo lunga, ma più che i nomi ciò che qui interessa è osservare come Calasso vada sempre alla ricerca di quel sapere fondamentale che attraversa artisti, poeti e intellettuali, quel sapere secondo cui il pensiero e la letteratura raggiungono la massima profondità e la massima altezza nel momento in cui la forma diventa l’ultima sostanza.

«Le storie non vivono mai solitarie: sono rami di una famiglia, che occorre risalire all’indietro e in avanti» (Calasso). La sua è una cultura che illumina il mondo passato per raccontare il presente, ma senza cercare di svelarne il mistero, bensì di mostrarlo tra i dedali infiniti di ciò che è Homo. Eppure, nel suo discorrere traspare una nota nostalgica di quel mondo mitico in cui la poesia era animata da dèi ed eroi, di quel mondo ancestrale e libero in cui l’invisibile era visibile e non vi era null’altro che caccia, eros e sacrificio, o di quelle lettere e di quei libri che ci parlano di là dal tempo pagina dopo pagina. Per questo al centro dell’attenzione di Calasso ci sono soprattutto quegli scrittori che hanno parlato del divino, degli dèi e dell’invisibile, e ci sono quei testi che come fiumi carsici scorrono nel sottosuolo ma poi riemergono, portatori di un sapere irriducibile; fiumi che, nella loro metamorfosi più avvincente, forano la terra del tempo prendendo il nome di «letteratura assoluta».

 

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