Sam Mendes

Viaggio in ascensore fra teatro e cinema

L’apparentemente unico piano sequenza con cui è costruito 1917 comunica parecchie cose. Da una parte virtuosismo, meticolosità nell’allestimento, precisione e pianificazione della messa in scena, cura estrema per i dettagli, tensione emotiva dei personaggi al centro del film. Dall’altra c’è una forte sensazione di omogeneità, di unità d’azione.  I primi elementi elencati sono piuttosto facili da ritrovare con puntualità nel corso della carriera del regista Sam Mendes. L’omogeneità invece è qualcosa che non si riscontra a livello visivo o di tematica nella manciata di film così diversi fra loro che ha firmato. Rimane però in sottofondo, proprio grazie agli elementi citati sopra e alla costante attenzione agli attori e al modo di dirigerli.

Per il regista inglese, l’ascesa nel mondo cinematografico sembra essere stata facile come prendere l’ascensore. Una volta schiacciato il bottone e chiuse le porte si è ritrovato senza neanche accorgersene ai piani alti. E da allora non ha fatto altro che starsene lassù, lavorando con discrezione e con costanza, sfornando con regolarità film dai soggetti disparati e dimostrandosi a suo agio anche nel lavorare senza sbavature su iconici e monumentali franchise cinematografici, padroneggiando sia ritratti intimi che scene d’azione senza compromessi. Il tutto senza abbandonare mai il mondo dal quale proviene, quello teatrale, dove ha messo in fila un successo dopo l’altro, anche qui con una facilità sconcertante. Due mezzi molto diversi, il cinema e il teatro, ma che hanno in comune, come ha detto lo stesso Mendes, “il fatto di comunicare con un gruppo di persone in una stanza buia”.

Nato a Reading il 1. agosto 1965 in un milieu dall’impronta intellettuale e artistica – il padre docente universitario, la madre autrice di libri per ragazzi -, cittadino del mondo (la sua famiglia ha origini trinidadiane, portoghesi, italiane ed ebraiche), il giovane Sam è fresco della laurea all’Università di Cambridge quando inizia la sua carriera lavorativa al Chichester Festival Theatre nel West Sussex. La buona accoglienza delle sue prime regie lo porta velocemente nel West End londinese dove dirige Judi Dench nel Giardino dei ciliegi di Cechov. È la fine degli anni Ottanta e una brillante carriera sta sbocciando e maturando velocemente. Mendes sembra avere un gran fiuto per le produzioni destinate ad avere successo e procede spedito. Nel 1992 diventa il direttore artistico del Donmar Warehouse Theatre, sempre a Londra. Verso la fine degli anni Novanta dirige anche il debutto teatrale di Nicole Kidman con The Blue Room mentre i successi dei suoi allestimenti di Oliver! e Cabaret oltreoceano attirano l’attenzione di una personalità importante come Steven Spielberg che sarà decisiva nella carriera cinematografica di Mendes. È Spielberg, infatti, a fargli avere il suo primo copione per il grande schermo. È quello di American Beauty e sarà questo film, uscito nel 1999, a far conoscere il nome di Mendes al grande pubblico internazionale. Interpretato da Kevin Spacey, sul quale ancora non erano calate le ombre odierne, il film è un ritratto a tinte satiriche del ceto medio americano costruito attorno ai turbamenti causati da un’adolescente su un padre di famiglia di mezza età. Otto nomination agli Oscar nel 2000, di cui cinque vinte: miglior film, migliore regia, migliore protagonista a Spacey, migliore sceneggiatura ad Alan Ball, migliore fotografia a Conrad Hall. La carriera di Mendes al cinema non solo è lanciata ma già immediatamente cementata perché vincere i riconoscimenti più ambiti con il lungometraggio d’esordio, che oltretutto è anche un successo al botteghino, è cosa tutt’altro che scontata.

Senza mai abbandonare il teatro – dirige fra l’altro La dodicesima notte di Shakespeare e Zio Vanja di Cechov sempre per il Donmar Thatre – Mendes continua il suo lavoro nel cinema con un film ben diverso da quello che gli ha dato onori e successo. Adattamento del 2002 della graphic novel di Max Allan Collins e Richard Piers Rayner, Road to Perdition (Era mio padre il titolo italiano) è una cupa storia di gangster raccontata attraverso un rapporto padre-figlio, ricca di suggestioni noir catturate ancora dalla sapiente fotografia di Conrad L. Hall (che l’anno successivo vincerà uno dei cinque Oscar ai quali il film è candidato). L’attenzione alla fotografia e alla musica sono elementi costanti nelle opere di Mendes che tende a lavorare con i propri uomini di fiducia: dopo Hall ad esempio con Roger Deakins (direttore della fotografia di molti film dei Coen, di Blade Runner 2049 di Villeneuve e con cui Mendes collaborerà in Jarhead, Revolutionary Road, Skyfall e 1917), mentre la colonna sonora di molti dei suoi film, a cominciare dal primo, è firmata da Thomas Newman. Sono collaboratori perfettamente in grado di cambiare registro ad ogni nuova prova, esattamente come fa Mendes che compie una prima e non convenzionale incursione nel genere bellico con Jarhead (2005), ambientato durante l’operazione Desert Shield nella prima Guerra del Golfo e tratto dalla biografia del marine Anthony Swofford, interpretato da Jake Gillenhaal.

Mendes intanto nel 2003 sposa l’attrice Kate Winslet che nello stesso anno gli dà un figlio. I due divorzieranno nel 2010, ma ci sarà tempo per un film che li vedrà coinvolti entrambi. Tratto dal romanzo di Richard Yates, Revolutionary Road (2008) ricompone sul grande schermo la coppia formata da Leonardo DiCaprio e dalla Winslet. Il contesto non è certo quello epico e melodrammatico del Titanic di Cameron, bensì tratta delle vicissitudini di una coppia sposata, divisa fra il conformismo della società, quella dell’America degli anni Cinquanta, e l’anelito a realizzare i propri sogni. Mendes rimane sui temi di coppia l’anno seguente, stavolta con la commedia – road movie Away We Go, il suo film meno conosciuto alle nostre latitudini.

Oltre che in prima linea nel teatro e nel cinema, Mendes è anche da tempo impegnato dietro le quinte come produttore, ambito nel quale è stato sostenuto da Spielberg. Già dal 2003 ha fondato con l’amica d’infanzia Pippa Harris, Caro Newling e Nicolas Brown, la Neal Street Productions, società di produzione cinematografica, teatrale e televisiva. Fra i film di cui è produttore esecutivo c’è anche Il cacciatore di aquiloni (2007) del regista Marc Forster. Sul fronte del piccolo schermo, Mendes ricoprirà questo ruolo fra l’altro con Penny Dreadful, acclamata serie horror ricca di riferimenti letterari e di suggestioni erotiche andata in onda per tre stagioni dal 2014 e creata da un amico di lunga data del regista, lo sceneggiatore Alan Logan (Alien: Covenant, The Aviator, L’ultimo samurai), con il quale Mendes sta attualmente lavorando allo spin off Penny Dreadful: City of Angels.

Alan Logan è anche cosceneggiatore e autore di due film parecchio importanti per la carriera di Mendes. La sfida che si presenta al regista nel 2012 è una di quelle da far tremare i polsi. Gli viene infatti affidato il 23. titolo di uno dei franchise più longevi della storia del cinema, una vera istituzione amata dal pubblico di tutto il mondo.  C’è da avere a che fare con un’icona planetaria: James Bond. Mendes non solo ne esce vincitore dimostrando una volta di più di saper gestire ogni terreno, ma firma una dei titoli più amati di tutta la serie. Skyfall conquista il pubblico, incassa più di un miliardo di dollari e mette d’accordo anche la critica. Non sorprende troppo quindi che venga richiamato alla regia del successivo 007, Spectre (2015), che si apre con una sequenza virtuosistica ambientata a Città del Messico, un incredibile piano sequenza che, col senno di poi, può forse essere considerato la scintilla o la prova generale di quello che il regista farà in 1917, l’angosciante e intenso film sulla Grande Guerra, ispirato dai ricordi del nonno, messaggero nel corso del primo conflitto mondiale.

Fabrizio Coli
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