San Romero d'America: una biografia

Il Santo dei "senza voce"

Febbraio 1996. Giovanni Paolo II scende dall’aereo, all’aeroporto di San Salvador, una delle tappe di un viaggio molto impegnativo. Dopo i saluti di rito, chiede all'autista di accompagnarlo all’Ospedale della Divina Provvidenza. È una tappa non prevista dal protocollo. Il papa polacco è fermissimo nella sua richiesta. E alla fine viene accontentato. Arrivato a destinazione, Wojtyła entra da solo nella piccola cappella. Si avvicina all'altare e prega.
Lì, sedici anni prima, il vino e il sangue si sono mescolati durante l'Eucarestia. La celebrava Monsignor Oscar Arnulfo Romero. Un proiettile al cianuro lo ha freddato.
Il papa rimane lì in silenzio per un tempo che al resto degli accompagnatori sembra lunghissimo, poi pronuncia più volte la frase: Romero è nostro. Gli storici si sono interrogati sui pensieri che devono aver attraversato la mente di Giovanni Paolo II in quel momento. Probabilmente, c'era in quelle poche parole anche il rimpianto di non averlo conosciuto abbastanza.

Le trasformazioni 

Chi volesse scrivere un film su Monsignor Romero si troverebbe di fronte a uno dei più straordinari personaggi drammatici della Storia recente. Una esistenza divisa in tre fasi narrativamente molto squilibrate, che hanno saputo circoscrivere nel proprio spazio le figure più potenti del suo Tempo.
Le prime due fasi temporalmente occupano la quasi totalità dell'esistenza di Romero. Se non avessimo la chiave di lettura del finale, apparirebbero anni incolori, titubanti, desertificati. La terza fase dura solo tre anni e inizia con la nomina ad Arcivescovo del Salvador. Un migliaio di giorni scanditi da una serie vertiginosa di svolte, picchi emotivi, cambiamenti epocali. Se la vita avesse uno sceneggiatore, avrebbe sbagliato la successione dei colpi di scena: troppi e tutti insieme. Ma la vita è molto più grande di una sceneggiatura e analizzare le scelte di Monsignor Romero sulla base dei colpi di scena sarebbe irriverente e riduttivo. Non da ultimo, perché la sua vita ha influito sul destino del mondo.
Intorno al caso Romero aleggiano molte domande irrisolte, che riguardano la Chiesa romana, i suoi rapporti con i Pontefici che ha incontrato lungo il cammino, la lentezza e gli ostacoli che hanno caratterizzato il suo percorso di santificazione. Quello che ci preme è capire i perché di queste domande e la solitudine a cui rimandano. Perché Romero è stato prima di tutto un eroe solo. Che si è trovato ad un certo momento della Storia ad essere uno degli uomini più ascoltati del mondo e nello stesso tempo un uomo che non aveva nessuno cui confidare i propri sentimenti più profondi.

Il risarcimento

Il risarcimento

di Gianni Beretta e Patrik Soergel (Archivi RSI, 2015)

Chissà se papa Francesco, oggi, si rivede in lui? In questo vescovo le cui Omelie erano diffuse in cassette per tutta l'America latina e che si trovava di nascosto con i contadini semianalfabeti a farsi spiegare la loro versione della Bibbia: Perché un vero profeta non solo insegna, ma anche impara.
Sin quest'uomo che ha provato l'umana paura di essere ucciso tanto da rivelare di aver chiesto al Signore il coraggio di affrontare il sacrificio. In questo ministro della Chiesa che fino a 58 anni è stato accusato di conservatorismo, timidezza, connivenza con l'oligarchia e l'alta borghesia e poi, al contrario, di estremismo, rapporti con i comunisti, sovversione, fino all'appellativo sprezzante di Marxnulfo. Il suo martirio è continuato anche per mano dei suoi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato, ha detto appunto Papa Francesco. Lapidato con la pietra più dura che esiste nel mondo: la lingua.

Il bambino che suonava il flauto

Molte storie partono dalla consapevolezza del finale, che ne cambia l'interpretazione e, spesso, anche la dinamica interna. Proviamo però a dimenticare, per un attimo, il doppio finale della vicenda umana di Romero. Ritorniamo indietro nel tempo e andiamo alla ricerca sulle carte geografiche di un puntino invisibile, Ciudad Barrios. Un paese sconosciuto di una nazione dimenticata, El Salvador. Romero nasce lì: il padre è telegrafista, la madre molto malata. Lui ha diversi fratelli e a sua volta una salute malferma.
Un giorno arriva il Vescovo in missione ed il sindaco gli parla di un bambino che suona il flauto, vorrebbe studiare e organizza processioni. Quel bambino è Oscar, naturalmente. Un giorno prenderai il mio posto, gli dice il Vescovo, che lo chiama in città. Come in tutte le fiabe, però, gli ostacoli si presentano a precise scadenze. Oscar deve interrompere gli studi per aiutare la famiglia, fa lavori molto umili, subisce una operazione delicata. Tra uno stop e l'altro, prosegue gli studi.
È, come si dice, intellettualmente dotato. Anche di una grande volontà. C'è chi vede in lui un predestinato ad una carriera dentro la Chiesa. Ma quale? Quella che respira a Roma, quando viene chiamato a perfezionarsi? Quella mimetizzata nel sottobosco del potere del suo Paese, o quella dei sacerdoti ribelli e combattivi lasciati soli a combattere per la gente umiliata, ferita, senza voce? Romero senza dubbio se lo chiede, ma non ci sono tracce evidenti, nella sua vita, di una presa di posizione precisa. Anzi. Trascorrono anni insipidi e fotocopiabili: il bambino timido è diventato un sacerdote taciturno ma non enigmatico, che si esprime sussurrando. Se lo si dovesse collocare da qualche parte, nel Risiko del tutti contro tutti di un paese martoriato lo si posizionerebbe dalla parte della conservazione. Arriva addirittura a chiedere la rimozione di un sacerdote gesuita per posizioni troppo estreme. Per molti il Romero della prima fase  è un complice silente di un sistema di ingiustizie che la Chiesa finge di non vedere o rinuncia a combattere. Se c'è un arco di trasformazione, del personaggio in quei lunghi anni, è del tutto invisibile.
Il 15 ottobre 1974 Romero viene nominato Vescovo di Santiago de Maria. È l'inizio della seconda fase della sua vita, apparentemente in continuità con la prima. Il suo essere dalla parte degli umili appare più un'intenzione che un'evidenza. Ma non è così. Capisce, infatti, che la prudenza è la peggiore delle connivenze, una specie di occulta complicità. La progressiva conversione è scandita da azioni non eclatanti, ma significative. Va nelle piantagioni di caffè, in incognito, e dorme sui selciati con gli sfruttati. Vuole che il popolo lo rieduchi. Matura la sua ferma idea di una Chiesa Santa, Cattolica, Apostolica e Perseguitata. Capace di diventare una alternativa alla Teologia della Liberazione, che lui non approva e (dicono le biografie) gli fa venire il singhiozzo quando la sente nominare.

Se fosse un film

In un film, basterebbero una dissolvenza e tre righe di didascalia per portarci al momento in cui tutto accade. Freneticamente. Drammaticamente. Con la violenza che qualche volta gli uomini sono costretti a conoscere. Ogni luogo geografico ha modalità, forme, nomi dei protagonisti diversi. Ma la sostanza è quasi sempre la stessa. Il bene contro il male. La luce contro le tenebre. I ricchi contro i poveri.
Quando viene nominato Arcivescono del Salvador, Romero ha 57 anni. È il 3 febbraio 1977. Le 14 famiglie che hanno in mano la quasi totalità della ricchezza del Paese festeggiano e propongono di costruirgli un elegante palazzo vescovile: lui dice che potrebbe accettare solo se tutti i poveri avessero un tetto sotto il quale dormire. Gli chiedono di celebrare i sacramenti nelle loro favolose dimore e lui risponde: Non posso benedire la violenza. In quel momento in Salvador il 60% dei bambini muore entro i tre anni, quelli che sopravvivono bevono acqua avvelenata. Le ribellioni dei genitori vengono represse nel sangue. I cadaveri della violenza sepolti nei campi.
Le prime mosse di Romero scontentano. Stupiscono. Allarmano. I militari decidono di mandargli un avvertimento. È Arcivescovo solo da 7 giorni quando uccidono un sacerdote combattivo e coraggioso, Rutilio Grande, insieme a quattro contadini inermi. Romero non condivide molte delle idee del sacerdote, ma lo ammira come uomo. Vede in lui la forza di agire che gli manca. Quell'eccidio segna la prima, repentina, clamorosa svolta nella vita di Romero, che da quel momento non sarà diversa. Con una decisione senza precedenti (che sconcerta la Chiesa, ma viene difesa dal Papa) Romero ordina che in tutto il Paese non si celebrino messe per tutta la settimana. Lo accusano di incitazione alla lotta di classe, estremismo politico e, soprattutto, vanità.  Uno dei pochi collaboratori con cui si confida, lo tradisce. E, allo stesso tempo, a sinistra lo esortano ad essere ancor più combattivo.
Ad un compagno di studi che gli chiederà del suo cambiamento, Romero dirà semplicemente: Sono cambiato, ma è stato anche un ritorno. Dopo la morte di Rutilio Grande (che forse sarà a sua volta proclamato Santo) Romero inizia un percorso di riavvicinamento al popolo che è anche (e consapevolmente) un percorso senza ritorno. Più si inoltra nel mondo dei poveri più ritrova le sue origini e diventa tutt'uno con loro. Si incontra con i rivoluzionari del Frente Nacional, offre aiuto economico ai suoi avversari rossi, cena con ubriachi, prostitute e lustrascarpe. Più rende pubblico il suo percorso di conversione, più il Mondo si accorge di lui (due Lauree honoris causa, la candidatura al Nobel, poi assegnato a Madre Teresa di Calcutta), più i nemici rendono esplicite le loro minacce. Colpiscono i suoi sacerdoti, uccidono sempre più innocenti, lo portano a sfiorare la morte con attentati imperfetti. Poi arrivano a inserire il suo nome tra 200 condannati a morte, lasciandogli qualche giorno per ravvedersi e ottenere il perdono.

Ricordo di Oscar Romero nel 30.mo della morte

Ricordo di Oscar Romero nel 30.mo della morte

Di Otto Honegger (Archivi SSR, 2010)

 

Romero non è un supereoe. Ma di fronte alla minaccia definitiva trova la forza al sacrificio che aveva invocato. Qualcuno, in quei giorni, crede di vederlo persino più alto, il passo più sicuro. Tutti ascoltano le sue Omelie, che durano più di tre ore e divise in due parti: una teologica e una, molto più lunga, di denuncia. Un lunghissimo elenco di ingiustizie, con nomi e cognomi di vittime e mandanti. Glieli fornisce una coraggiosa avvocatessa, Marianella Garcia, figura femminile di straordinaria potenza (verrà stuprata e uccisa nel 1983), che condivide il ruolo di coprotagonista di questa terza fase della vita di Romero con un'altra figura drammaturgicamente straordinaria: Maryse D'Aubuisson, che Romero non incontrerà mai di persona. Il loro rimarrà un intenso e particolare rapporto epistolare, iniziato con la richiesta di lei di darle dei consigli per recuperare la fede. Da quel momento, per interposta persona, Romero riceverà molte lettere dalla D'Aubuisson, che gli riveleranno in anticipo le mosse di chi ne vuole la morte. Solo dopo l'assassinio dell'Arcivescovo si scoprirà che la misteriosa protettrice è nientedimeno che la sorella del mandante della sua morte. Il tenente D'Aubuisson considera la morte di Romero come la mission assoluta della sua vita: per ruolo istituzionale, per coerenza con i suoi ideali sbagliati ma soprattutto perché non accetta che quell'uomo con un filo di voce e un crocifisso in mano possa sfidare centinaia di soldati in assetto da battaglia. Un peccato di presunzione che anche gli dei greci avrebbero punito.
Romero fa ormai paura a troppi: alle potenze straniere, agli ex alleati dentro la Chiesa, a chi vede nel Salvador un laboratorio potenziale di una rivoluzione non violenta ma dagli esiti imprevedibili, in nome delle sue tre parole chiave: Liberacion, Salvacion, Redencion. Sembrano parole innocue. Ma non lo sono. In febbraio Romero invita Jimmy Carter a bloccare i finanziamenti all'esercito salvadoregno. Il 23 marzo 1980 si spinge molto più in là: invita i soldati (quasi tutti appartenenti al popolo umiliato) all'obiezione di coscienza a non eseguire gli ordini dei loro capi quando entrano in conflitto con la loro coscienza. L'uomo che tremava sentendo cadere un avocado, rifiuta fino all'ultimo la scorta. L’uomo che si commuoveva vedendo i clown in tv, non si scompone quando vede l'esplosione della "sua" emittente radiofonica, e incalza: La parola non può essere incarcerata.  Consapevole di stare per imboccare una sua personale via Crucis, dice ad un ambasciatore USA: Spero soltanto che quando mi uccidono, non uccideranno molti di noi. Sapendo che è ormai questione di giorni, decide di andare a dormire in un luogo appartato, nella casetta del custode dell’Ospedale delle Divina Provvidenza, vicino ai malati terminali, in modo da non coinvolgere nessuno in caso di attentato alla sua vita.

La prima domenica di primavera

Il 24 marzo 1980 Romero va al mare, con alcuni sacerdoti. Poi passa da un medico (da cui si fa visitare sotto falso nome, per precauzione). Alla sua ultima messa arriva in ritardo. Sul sagrato, lo aspetta una vecchietta. Di solito gli portava un cesto di frutta, questa volta gli consegna un crocifisso. Romero si lascia benedire, poi entra nella cappella. Sta celebrando l'Eucarestia quando un cecchino imbraccia il fucile. Romero cade a terra.  Non riprenderà più conoscenza. La salma viene deposta in un feretro grigio metallico, ad un paio di metri dal pulpito. Se le gambe mi dovranno tremare, che accada dove è giusto che io sia, aveva detto qualche giorno prima ad alcuni amici. La notizia fa il giro del mondo e in tutto il Sudamerica risuona il grido Se vè, se siente. Romero està presente. Per il popolo è già Santo. Per i nemici è scomoda anche la sua salma: nel corso dei funerali, ai quali partecipano duecentocinquantamila persone, l'esercito spara, lasciando sul terreno molte vittime. La bara è crivellata di colpi e la sepoltura avviene in tutta fretta.

Paolo Taggi
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