Simple Minds

E’ ancora vivo il “nuovo sogno dorato”

Quante vite ci sono in una vita? Fino a che punto i vari segmenti che compongono una biografia e una carriera artistica si uniscono a formare un insieme? Stefan Zweig aveva pensato di intitolare “Meine drei Leben”, “Le mie tre vite”, l’autobiografia che poi è entrata nelle storie letterarie come “Il mondo di ieri”. Gottfried Benn, da parte sua, riteneva che ogni vita fosse almeno un “Doppelleben”, una “doppia vita”, e ha espresso una simile convinzione fin dal titolo della propria soffertissima autobiografia, che si sviluppa a partire da questo assunto: «Il nostro contesto culturale ha origine con la presenza di figure doppie: esso raggiunge con noi il culmine della doppia vita. L’unità della personalità è un fatto dubbio».

Quante carriere ci sono in una carriera musicale come quella dei Simple Minds, lunga ormai più di quarant’anni e fatta di alti e bassi, sperimentazione e mainstream, momenti di enorme popolarità e periodi di stasi creativa? La risposta, una volta tanto, non è difficile, perché la carriera delle Menti Semplici (il nome è preso da un verso di “The Jean Genie” di David Bowie: «He’s so simple-minded, he can’t drive his module», a proposito della personalità come “fatto dubbio”) è nettamente divisa in tre segmenti, il primo dei quali va dal 1977 al 1984.

Tutto comincia infatti a Glasgow nel febbraio 1977, quando gli allora ventenni Jim Kerr e Charlie Burchill formano un gruppo che si chiama Johnny and The Self Abusers. Il clima è propizio, perché l’uragano punk, che ha totalmente riscritto le coordinate musicali, si sta lentamente allontanando non senza aver creato lo spazio per un approccio completamente nuovo alla forma-canzone e alla possibilità di sperimentare differenti sonorità. Jim Kerr, ormai da molti anni italiano (più precisamente siciliano) d’adozione, ha ricordato in questo modo quel periodo: «Già nel 1976 si sentiva che c'era qualcosa di grosso in procinto di esplodere. Fummo il primo gruppo punk di Glasgow, anche se ho sempre tenuto a non accettare certi eccessi, in particolare l’idea di disordine e distruzione. Io e Charlie eravamo amici d’infanzia, dal 1967, e avevamo parecchie idee in comune».

Dopo il cambio di nome in Simple Minds, nel marzo 1979 Kerr e Burchill pubblicano il primo disco, “Life in a Day”, preceduto dal singolo “Chelsea Girl”. E’ una rivelazione, o quasi, perché nessuno prima di loro -con la sola eccezione del Bowie della trilogia berlinese, ma il periodo è pressappoco lo stesso- aveva tentato una sintesi così originale e innovativa di rock chitarristico e sperimentazione elettronica, con suggestioni tipicamente germaniche e mitteleuropee (i Kraftwerk, in particolare, ma anche i Tangerine Dream, i Can, i Neu! e i Cluster) filtrate dalla sensibilità anglosassone e perfino dal recupero della tradizione folk scozzese. Chitarre, tastiere, campionamenti e una ritmica pulsante e ipnotica, a disegnare una sorta di nuovissimo atlante musicale i cui centri sono Düsseldorf, Colonia, Berlino Ovest e ovviamente Glasgow: un’alchimia perfetta, resa ancora più perfetta dalle doti interpretative e dalla presenza scenica del giovane Kerr.

Non a caso, i dischi di quel periodo, fino all’epocale “New Gold Dream” del 1982, sono rimasti nella memoria come l’epoca d’oro dei Simple Minds. C’è perfino chi sostiene che i veri Simple Minds siano finiti con “New Gold Dream” o al più tardi con “Sparkle in the Rain” del 1984. Un giudizio estremo ma non privo di un fondo di verità, perché “New Gold Dream” e il brano omonimo, col refrain che ripeteva come un mantra la sequenza “81-82-83-84”, sono stati una delle massime espressioni di quegli anni di speranze, illusioni e nuove frontiere musicali, quando sembra che il giro di danza -il “nuovo sogno dorato”- non dovesse mai finire. Ma soprattutto hanno segnato la fine del periodo di sperimentazioni e sonorità inedite.

Il secondo segmento, infatti, che comincia nel 1985 col successo planetario del ruffianissimo singolo “Don’t You” e prosegue con “Once Upon a Time” (1986), “Street Fighting Years” (1989) e “Real Life” (1991), sembra appartenere alla storia e alla carriera di un altro gruppo. I Simple Minds, nella loro formazione classica (a Kerr e Burchill si sono uniti in pianta stabile il batterista Mel Gaynor, il bassista Derek Forbes e il tastierista Mick MacNeil) riempiono gli stadi, saturano l’airplay radiofonico e sfondano nelle classifiche di tutto il mondo, ma la loro musica perde la freschezza e l’originalità degli esordi.

Di quel periodo si salva poco, anche se è un “poco” che vale moltissimo: le celebri -e giustamente celebrate, anche se un po’ retoriche- “Belfast Child” e “Mandela Day” e alcuni brani meno conosciuti come “This Is Your Land” (con un memorabile cameo di Lou Reed nel middle eight) e “Let It All Come Down” . Il gruppo sbanda, Forbes e MacNeil se ne vanno e comincia il declino. “Meno tastiere e più chitarre”: è con questo motto che nel 1995 i superstiti Kerr e Burchill tentano di dare nuova linfa alla propria carriera con un disco tutto sommato coraggioso come “Good News from the Next World”.

Ma il tentativo riesce solo in parte e viene sostanzialmente vanificato dai dischi successivi, i deludenti “Neapolis” (1998) e “Cry” (2002), inframmezzati dal non meno deludente disco di cover “Neon Lights” (2001), che prende il titolo dall’omonima canzone dei Kraftwerk. «Eravamo praticamente finiti, non sapevamo più che direzione prendere», ammetterà con molta onestà Jim Kerr valutando retrospettivamente quel periodo. Qua e là, è vero, c’è qualche segnale di vitalità creativa (“Hypnotised”, “Glitterball, “War Babies” e la strumentale e molto kraftwerkiana “Androgyny”), ma per la rinascita bisogna attendere il terzo segmento (e il nuovo millennio).

La ricetta -alcuni anni di pausa, reset totale e ritorno alle origini- è piuttosto semplice ma produce un effetto che ha del miracoloso. In “Black and White” (2005), “Graffiti Soul” (2009) e “Big Music” (2014) sembra di riascoltare i Simple Minds degli esordi, ma col filtro dell’esperienza e della maturità. Anche la rilettura acustica del repertorio proposta in “Acoustic” e poi “Acoustic Live” è più che convincente, ma è soprattutto il disco che coincide coi quattro decenni di carriera a sancire la rinascita. Quarant’anni e non sentirli, insomma. O forse, per essere realistici, sentirli ma non troppo, camminando a passi felpati i mondi sonori, seguendo un solco musicale già tracciato ma poi dimenticato: “Walk between Worlds”, del 2018, muove da questa consapevolezza e consiste in otto brani che riproducono le sonorità degli esordi ma le declinano in chiave attuale.

Il disco è diviso in due parti, che nella versione in vinile corrispondono alle due facciate. Le prime quattro tracce, l’iniziale “Magic” e le elettroniche "Summer”, “Utopia” e soprattutto "The Signal and The Noise”, sono un ritorno alle origini, ma con una cura degli arrangiamenti che scongiura il pericolo del “già sentito”. Le quattro tracce della seconda parte (“In Dreams”, “Barrowland Star”, “Walk Between Worlds” e “Sense Of Discovery”) hanno invece una struttura più complessa e un arrangiamento orchestrale che ricorda la seconda metà degli anni Ottanta e l’inizio del decennio successivo.

Ma anche in questo caso la sensazione di già sentito (a un primo ascolto, la conclusiva “Sense of Discovery” sembra una ripresa della celeberrima e controversa, perché troppo commerciale “Alive and Kicking” del 1985) non disturba. “Alive and Kicking”, a suo tempo, era un buon pezzo rovinato da un arrangiamento eccessivo, mentre trent’anni dopo “Sense of Discovery”, coi suoi quasi sette minuti, una lunga introduzione e un lento crescendo che culmina in un ritornello perfetto, è davvero un brano straordinario, forse il culmine della rinascita confermata poi nel best of “40”, uscito nel 2019, e in un cofanetto che raccoglie gli ultimi dischi sotto il titolo di “Rejuvenation”, “ringiovanimento”.

Che non è soltanto un’illusione ottica, ma la pura e semplice verità. Perché è questa la morale delle “tre vite” dei Simple Minds (ben riassunte nel video del brano “For One Night Only”, unico inedito contenuto nel best of del 2019): bisognava tornare alle origini per capire che il “nuovo sogno dorato”, come tutti i sogni, non può essere sognato per sempre, ma rimane pur sempre un sogno. In fondo, poco più di due secoli fa, lo aveva già capito un grande romantico come Novalis: «Quando sogniamo che stiamo sognando, vuol dire che siamo prossimi al risveglio».

Mattia Mantovani
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