Stefan Zweig

L’esilio impossibile

Famosissimo in vita e negletto dopo la morte, anche perché il suo sincero pacifismo paneuropeo e il suo fermo rifiuto delle ideologie (sionismo compreso) erano poco spendibili da una parte e dall’altra nel periodo della guerra fredda, per troppo tempo sottovalutato o comunque colpevolmente considerato un autore di secondo o perfino terzo rango, Stefan Zweig è stato finalmente riscoperto e rivalutato come uno degli esponenti più significativi della prodigiosa stagione letteraria viennese, che negli anni della crisi e del tramonto dell’Impero Austroungarico ha colto e descritto con particolare incisività il crollo dei valori umanistici.

Anche la riscoperta, a dire il vero, non è stata priva di stranezze e zone d’ombra, se non altro perché è coincisa con lo sblocco dei diritti d’autore a settant’anni dalla morte, nel 2012. Prima di quell’anno, infatti, soprattutto in Italia (ma anche nei paesi di lingua tedesca, dove manca tuttora un’edizione critica delle opere), Zweig era un autore praticamente dimenticato dall’editoria, con la sola eccezione di qualche biografia storica, alcuni racconti e l’autobiografia “Il mondo di ieri”, disponibili in gloriose ma vecchie traduzioni.

Adesso Zweig viene celebrato come un grande testimone del “secolo breve”, un narratore di razza purissima e un raffinato indagatore dell’animo umano, che è riuscito a trasformare in grande letteratura le scoperte del suo concittadino Sigmund Freud. Il che ovviamente è vero, ma altrettanto ovviamente era così anche prima. Non stupisce, ad esempio, che sul finire degli anni Cinquanta il giovane Stanley Kubrick avesse pensato di trasformare in film uno dei suoi racconti più belli, “Bruciante segreto”, tutto giocato sui turbamenti di un adolescente al cospetto del mondo di menzogne e sentimenti corrotti degli adulti. L’idea non si realizzò, o per meglio dire si realizzò alcuni anni dopo, a parti rovesciate, con la trasposizione cinematografica di “Lolita” di Nabokov.

Comunque sia, è importante che l’opera letteraria di Zweig abbia finalmente ripreso il posto che gli compete nella cultura del Novecento. L’interesse per la sua opera ha poi risvegliato anche l’interesse per la sua vicenda umana, che in questi ultimi anni è stata investigata e raccontata in molte biografie, alcune delle quali di grande pregio, e nel bellissimo film “Vor der Morgenröte”, “Prima dell’aurora” (noto anche col titolo inglese “Farewell to Europe”) della regista tedesca Maria Schrader, con Josef Hader e Barbara Sukowa. Di origini ebraiche, nato nel 1881 a Vienna, Zweig morì infatti suicida nel febbraio 1942 insieme alla seconda moglie Lotte Altmann nel piccolo borgo di Petropolis, in Brasile, al termine di un esilio cominciato otto anni prima con la fuga dall’Austria in Inghilterra e poi negli Stati Uniti.

Gli anni brasiliani, nello specifico, sono al centro di un libro davvero fondamentale dello studioso americano George Prochnik, che ha il merito di fissare l’attenzione sull’ultimo segmento della vita del grande scrittore austriaco e mostra fino a che punto il gesto estremo di Zweig sia stato purtroppo una logica e pressoché inevitabile conseguenza.

Il libro, dal titolo “L’esilio impossibile”, ricostruisce infatti con estrema precisione il periodo brasiliano di Zweig e fa capire in che misura, proprio in virtù della distanza geografica, lo stesso Zweig abbia vissuto la fine della vecchia Europa. Ma non solo: l’attenta e puntuale ricostruzione di Prochnik fa anche capire che la vecchia Europa, dal punto di vista della letteratura o se si vuole della reinvenzione letteraria, muore proprio con Zweig, e Zweig muore con la vecchia Europa. La fuga alla fine del mondo diventa quindi una fuga consapevole verso la fine della vita, come osserva giustamente Prochnik: «Relegati in un minuscolo paesino di montagna nel vasto e ignoto Brasile, Stefan e Lotte si allontanarono sempre più dal mondo intorno a loro. Con tutto quello che ci si lascia dietro, è facile pensare che l’esperienza dell’esilio consista solo nel rinunciare a una vecchia identità. Eppure non è solo una perdita, perché gli esuli, nel muoversi all’interno del loro nuovo mondo, spargono intorno a sé l’aura delle loro vite passate, come polvere sulle ali di una farfalla. Nel caso di Zweig, lo splendore, il veleno, l’oscura iridescenza di Vienna prima dell’“Anschluss”, l’annessione nazista». L’esilio come metafora, quindi, unito all’amara consapevolezza che l’Austria asburgica aveva drammaticamente fallito nella sua missione storica di mediatrice dei più alti valori del germanesimo.

Per quanto segnati da una crescente disperazione, gli anni brasiliani di Zweig furono comunque molto produttivi sul piano artistico, se non altro perché la lontananza dall’Europa e la percezione della fine imminente si trasformarono in un estremo tentativo di recuperare e salvare il passato nella memoria. In Brasile, infatti, Zweig scrisse uno dei suoi racconti più intensi e stilisticamente perfetti, la “Novella degli scacchi”, abbozzò una biografia (con forti tratti autobiografici, soprattutto in relazione al tema del suicidio) di Michel de Montaigne inteso quale modello della libertà e dell’indipendenza dello spirito, e infine, negli ultimi mesi di vita, portò a termine l’autobiografia “Il mondo di ieri”, nella quale l’esilio si profila come destino individuale e insieme come cifra dell’intera condizione umana. Si tratta di un aspetto decisivo, che anche Prochnik non manca di sottolineare: «Più di ogni altra cosa, Stefan Zweig sapeva che l’esilio non è una condizione stabile, ma un processo. In un’era come la nostra, caratterizzata da spostamenti continui e dal sovvertimento dei valori culturali, l’esperienza di Zweig, che vide il mondo negarglisi poco a poco -con la perdita della propria casa, della propria lingua, dei riferimenti culturali, di amici, libri, vocazione, speranza- appare non soltanto commovente, ma profetica». Non a caso, Zweig scelse come epigrafe per “Il mondo di ieri” un passo del “Cimbelino” dell’amatissimo Shakespeare, dove si dice: «Andiamo incontro al tempo come esso ci cerca».

 

«Urbano, saggio, amante della vita, eminentemente pacifista, sempre pronto ad aiutare, a partecipare ai lavori o alle preoccupazioni degli altri», come lo aveva descritto Klaus Mann,  compagno d’esilio e di sventura, Stefan Zweig ha vissuto la fine della vecchia Europa proprio in questo modo, andando incontro al tempo senza nostalgia, senza perdersi in un vano culto del passato, ma piuttosto con lucida malinconia, con la consapevolezza che un mondo stava finendo e che lui sarebbe finito insieme a quel mondo. Ecco perché il suo esilio è impossibile: perché è impossibile fuggire da sé stessi, nemmeno alla fine del mondo, perché sulle “ali di farfalla” continua a posare la “polvere delle vite passate”.

Nel pomeriggio del 22 febbraio 1942 Stefan Zweig e Lotte Altmann si tolsero la vita ingerendo una dose letale di Veronal. I loro cadaveri, distesi sul letto e stretti in un abbraccio, vennero trovati la mattina dopo. Accanto al letto di morte fu trovato anche uno scritto con la dicitura in portoghese “declaração”, «dichiarazione». Sono le ultime parole di Zweig, l’estremo (e sinistramente attuale) testamento di un sincero umanista che prende congedo da un mondo inumano: «Il mondo della mia lingua è tramontato e l’Europa, la mia patria spirituale, ha annientato se stessa. Ritengo quindi sia meglio abbandonare per tempo e con dignità una vita per la quale il lavoro spirituale ha sempre rappresentato la massima gioia, e la libertà personale il massimo bene che sia dato godere su questa terra. Saluto tutti i miei amici! Che sia loro concesso di rivedere l’aurora dopo la lunga notte! Io, troppo impaziente, ho deciso di precederli».

Mattia Mantovani
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