Steve McQueen

Stile naturale

Nella lunga sequenza dei titoli di testa di The Getaway (1972), in un montaggio che alterna momenti quotidiani in un carcere scanditi dal ritmo dei macchinari utilizzati dai prigionieri e l’udienza – andata male – del protagonista per avere la libertà sulla parola, dirà forse due frasi in cinque minuti. Eppure non c’è dubbio su chi sarà al centro del film: Steve McQueen ha un magnetismo naturale espresso in sguardi e gesti. Tra le star indiscusse del grande schermo negli anni Sessanta e Settanta, McQueen è un simbolo, un modello maschile. Somiglia molto a molti dei personaggi che interpreta. Fa ciò che vuole, quando vuole, sempre con l’aria di qualcuno a cui, alla fine, frega poco.

Il 2020 è un anno di doppio anniversario per un attore che è andato oltre lo schermo: è il novantesimo della nascita, avvenuta il 24 marzo 1930 a Beech Grove, Indiana, negli Stati Uniti, e il quarantesimo della morte, il 7 novembre 1980 a Juarez, in Messico. Anche la vita di McQueen sembra quella di uno degli antieroi che ha interpretato. Abbandonato dal padre a pochi mesi, poco dopo viene lasciato anche dalla madre. Trascorre l’infanzia con uno zio nel Missouri. Ricongiuntosi con la madre si sposta in California. È un ragazzo turbolento e passa qualche tempo in una scuola correzionale. Uscito di lì c’è l’esperienza nei Marines, dove riesce a mettersi nei guai per assenze senza permesso. Finisce a recitare e viene preso all’Actors Studio. Comincia a calcare le scene di Broadway negli anni Cinquanta. I primi passi nel mondo del cinema li muove non accreditato come comparsa in Girl on the Run  di Arthur Beckhard e Joseph Lee nel 1953 e con un piccolo ruolo nel film di Robert Wise Lassù qualcuno mi ama, mentre la prima parte da protagonista è nel cult horror-fantascientifico Blob – Fluido mortale di Irvin Yeaworth (1958). La svolta arriva con John Sturges. Con il regista, l’attore lavora in Sacro e profano (1959), ma è con il successivo I Magnifici Sette (1960) che McQueen comincia a emergere davvero. Qui è Vin Tanner, uno dei pistoleri assoldati per difendere un villaggio messicano dalle angherie di una banda di malfattori. Nel cast insieme a lui ci sono fra gli altri Yul Brinner, Eli Wallach e Charles Bronson. Il film, che si rifà ai Sette samurai di Kurosawa sbanca il botteghino. È uno dei tanti particolari che accomunano la storia di McQueen a quella di un altro attore la cui fama esploderà negli anni Sessanta, Clint Eastwood, protagonista di lì a poco di Per un pugno di dollari di Sergio Leone, ispirato a La sfida del samurai sempre del maestro giapponese. Con Eastwood, oltre a una giovinezza errabonda e al servizio nell’esercito, McQueen condivide anche l’esperienza televisiva: dal 1958 al 1961 è protagonista della serie western Wanted: Dead or Alive, mentre Eastwood si fa le ossa nel cast di Rawhide. La laconicità dei personaggi che li rendono celebri è un altro punto di contatto, così come la forte impressione lasciata per decenni nell’immaginario collettivo. Dove Eastwood è ombroso, duro e arrabbiato, McQueen è il simbolo di quella “coolness” noncurante che Hollywood ha portato al cinema sintetizzandola nel corso di diversi decenni e che in lui trova il suo apice, tanto da farlo soprannominare “King of Cool”. Attraversa tutti i ruoli con l’aria di un flâneur del grande schermo, ma senza mai nulla di lezioso o di futile. In fondo è un ragazzo cresciuto in strada, un tipo tosto, estremamente competitivo. Piace moltissimo alle donne, perché è “un macho che osa mostrarsi vulnerabile” (parole della sua prima moglie nel documentario Man on the Edge) ed è l’uomo a cui tutti gli uomini vorrebbero assomigliare: di poche parole, elegante, distaccato, freddo, a suo agio in ogni situazione. È raro vederlo perdere la calma e i suoi antieroi hanno spesso una vena di ironia. È una questione di stile naturale, di linguaggio – innato – del corpo e di intreccio con la vita fuori dallo schermo. Stile, appunto, che passa anche attraverso una serie di oggetti legati alla sua persona e ai suoi ruoli, dagli occhiali da sole, agli orologi alle auto veloci e potenti. Basta nominarlo McQueen per vederselo alla guida di una delle macchine di culto del grande schermo, la Ford Mustang GT390 Fastback color verde scuro metallizzato di Bullitt (1968) diretto da Peter Yates. Lì McQueen è un poliziotto atipico e antisistema, impegnato nella protezione di un testimone chiave in un processo contro il crimine organizzato e l’inseguimento mozzafiato che dura dieci minuti su e giù per le salite e discese delle strade di San Francisco è destinato a entrare dritto nella storia del cinema. Oppure non si può fare a meno di vederselo in sella a una delle sue amatissime Triumph, come quella mascherata per sembrare una BMW della seconda guerra mondiale utilizzata ne La grande fuga (1963), il terzo film con Sturges, dove è il capitano Virgil Hilts, deciso come i suoi compagni a scappare costi quel che costi da un campo di prigionia tedesco. La guida lui stesso quella moto, tranne che nell’ultimo salto oltre il filo spinato, compiuto dal suo amico e stuntman Bud Ekins. Pilota anche fuori dal set, McQueen partecipa a parecchie competizioni automobilistiche e motociclistiche, dalla 12 ore di Sebring alla Baja 1000. Paradossalmente, uno dei suoi più grandi flop al botteghino sarà il film La 24 ore di Le Mans (1971).

 

Si pensò che la sua passione per corse e motori fosse collegata alla sua morte. Nel 1979 gli fu diagnosticato un mesotelioma, una forma di aggressivo cancro provocato dall’amianto, presente anche nelle tute e nei caschi da pilota. Quelle utilizzate dall’attore pare però non contenessero questo materiale e la causa della malattia è forse da ricercarsi nel periodo di McQueen passato nei marines, quando aveva svolto lavori di rimozione di amianto. Per tentare di curarsi l’attore si ricoverò in una clinica in Messico che praticava metodi non convenzionali, ma dopo un intervento di asportazione di un tumore morì per attacco cardiaco. Vicino a lui la sua terza moglie, sposata meno di un anno prima, Barbara Minty. Prima di lei era stato sposato con Nelle Adams, madre dei suoi amati figli Terry e Chad, e successivamente con Ali MacGraw, sua partner in The Getaway.

Poco meno di una trentina i film che McQueen ha interpretato ma fra questi parecchi, oltre ai titoli già citati, sono diventati classici. In Papillon (1973), McQueen è Harry Charriere, detenuto all’Isola del Diavolo. Quella del film di Franklin J. Schaffner che lo vede protagonista insieme a Dustin Hoffman, è comunemente ritenuta la sua interpretazione più impegnativa. Con Paul Newman, William Holden, Fred Astaire e Faye Dunaway fra gli altri, è nel cast stellare del colossal catastrofico L’inferno di cristallo diretto da John Guillermin, che nel 1974 è un campione d’incasso. Con il ribelle Sam Packinpah lavora due volte. In The Getaway è un ex detenuto, in fuga dopo una rapina, braccato dalla polizia e dai suoi complici che hanno provato a incastrarlo, mentre nell’Ultimo buscadero (1972) è una veterano dei rodei. Per il suo ruolo in Quelli della San Pablo di Robert Wise (1966), McQueen ottiene una candidatura all’Oscar come migliore attore protagonista. Il caso Thomas Crown, diretto nel 1968 da Norman Jewison, consolida l’immagine affascinante dell’attore che interpreta un ricchissimo ladro playboy. L’adattamento cinematografico della pièce teatrale Un nemico del popolo (1978) di Henrik Ibsen, diretto da George Schaefer ebbe poca fortuna e ancor minore diffusione cinematografica. Il suo ultimo film è Il cacciatore di taglie (1980) di Buzz Kulik, durante le cui riprese iniziarono a manifestarsi i sintomi della malattia.

“Non sono un grande attore, ammettiamolo. (…) Ci sono certe cose che so fare, ma quando non sono bravo non lo sono davvero. C’è qualcosa riguardo ai miei occhi da cane arruffato che fa pensare alla gente che io sia bravo. Non lo sono così tanto”. Sono dichiarazioni di McQueen, riportate dal necrologio dell’attore firmato da Roger Ebert del Chicago Sun Times.  L’attore forse sorvola con modestia sul fatto che quando entrò all’Actors Studio, su duemila candidati solo in due passarono, lui e Martin Landau. Molti dei registi con cui ha lavorato concordano poi che McQueen avesse un istinto eccezionale su come porsi di fronte alla macchina da presa. Sta di fatto che il suo spazio nella cultura popolare è profondo e dura da decenni. Lo testimonia anche il grande numero di canzoni o album dove è citato esplicitamente, da Sheryl Crow ai Prefab Sprout, senza dimenticare il più famoso omaggio in ambiente italofono, quello di Vasco Rossi in Vita spericolata: “voglio una vita come Steve McQueen”. Una vita che McQueen ha vissuto a modo suo, lontano dalla stampa per quanto possibile, secondo le sue regole e che, riporta sempre Ebert, una volta sintetizzò così: “Mentre giravo La grande fuga continuavo a pensare che se avessero fatto un film sulla mia vita il titolo avrebbe dovuto essere proprio quello: La grande fuga”.

Fabrizio Coli
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