Steven Lackritz

The straight Life of Steve Lacy

di Enrico Bianda

Completi in velluto, marroni o verdi, spesso una semplice camicia aperta chiara, di cotone, scarpe marroni con i lacci. Il passo leggermente incerto, elegante, interrogativo e aristocratico allo stesso tempo. L’ho visto accanto a Mal Waldron, Joe Lovano, i fidi John Betsch e Jean-Jacques Avenel, ballerini, poeti, Ferlinghetti, sua moglie Irene Aebi, in sale da concerto, librerie, a Santarcangelo insieme a Leo De Berardinis al Falansterio sui versi di Leopardi.

Steve Lacy rappresenta, per me, un enigma: attratto dall’insieme della sua arte, dalla sua complessità, amando alla follia alcuni suoi dischi, soprattutto i dischi in solo, in duo. Il suo Monk necessario, la sua scrittura d’arte, una musica diretta, semplice e stratificata. Eppure, una musica, la sua, sghemba e incerta, non accondiscendente. Come quasi tutta la vera musica. Non l’ho mai incontrato, mi pare. Almeno non ricordo di averlo mai intervistato. Ma mi sarebbe molto piaciuto poterlo fare. E quindi la gioia nel leggere le tante interviste raccolte in Conversazioni con Steve Lacy (ETS, Pisa, 2016), a cura di Jason Weiss, è tanta. C’è tutto. La musica, ovviamente, la passione per la poesia, per le arti, i suoi musicisti, le sedute di incisione, le città, il movimento, l’acutezza con cui Steve Lacy commentava il mondo dei musicisti, l’industria discografica, la politica, il suo paese, e l’Europa dove ha a lungo vissuto.

Intervista a Francesco Martinelli, traduttore di "Conversazioni con Steve Lacy"
Intervista a Francesco Martinelli, traduttore di "Conversazioni con Steve Lacy"

Un libro di interviste che si legge come un memoir: ogni incontro ha il respiro della conversazione, e l’utilizzo nel titolo di questo termine non è inadeguato. Non sono propriamente delle interviste, sono degli incontri. Non credo fosse sempre merito dei giornalisti, era più che altro la disponibilità, la predisposizione alla conversazione che aveva Steve Lacy, che trasformava ogni incontro, molti incontri, in un’occasione di confronto, per fare il punto su chi era e sull’arte della musica, o sulla musica dell’arte. Amava le avventure: e che salto, intorno ai vent’anni, quando passa dal Dixieland a Cecil Taylor. Il suo secondo disco si intitola Reflections, è interamente dedicato a Monk: è, oltre ad un omaggio, forse l’imperativo di un’esistenza passata attraverso le arti, con attenzione e serietà, riflettendo sempre sulle diverse forme che la musica può e deve assumere per raccontare bene il mondo e le sue contraddizioni.

A partire dalla fine degli anni ’60 è difficile legare insieme i fili della sua produzione discografica: contratti con etichette importanti e piccole incisioni, concerti e progetti discografici monolitici, per piccoli o grandi ensemble: cicli di composizioni attorno a poeti e recuperi di repertorio. E la lunga ricerca sul soprano solo: i dischi e i concerti in solitudine, con la musica dei suoi maestri e con le sue composizioni, fino all’ultimo disco uscito postumo, per la svizzera Intakt, ancora un solo registrato alla Rote Fabrik di Zurigo e intitolato November.

“Evidence” (1961): un capolavoro del jazz (di Riccardo Bertoncelli)
“Evidence” (1961): un capolavoro del jazz (di Riccardo Bertoncelli)

Steve Lacy poi sapeva parlare di musica. Bene, lo sapeva fare. Per esempio, accennando a Cecil Taylor, ad una domanda risponde così: “Era più avanti, la sua musica aveva più di tutto rispetto a quello che trovo ora. Era più dolorosa e frenetica, e più meravigliosa e più brutta, ed era più viva. Ecco, era davvero questo, più viva. Quella musica era davvero sovraccarica di energia.” Si scopre tanta bella musica leggendo le interviste di Conversazioni con Steve Lacy, e viene voglia di tenere aperto accanto a se il laptop per seguire su youtube tutto quello cui accenna Lacy. E, se sei un po’ malatino come lo sono io, poi inizi a sperare di trovare un mercatino dove vendono dischi, oppure lanciarti in scorribande di shopping compulsivo on line. Quindi fate attenzione.

Condividi

Correlati